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1984 n° 2 * Democrazia Proletaria * La finanza vaticana in Italia. Dagli espropri del 1866 ai Patti lateranensi. * Luigi Cipriani

http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/vaticano.html

" Con l'andata al potere del fascismo, la Chiesa diventa uno dei pilastri del potere, non solo religioso e politico ma economico, ponendo le basi per gli eventi dei nostri giorni.. Come in occasione della prima guerra mondiale, i finanzieri cattolici e il Vaticano si trovarono strettamente affiancati ai guerrafondai per trascinare l'Italia nel secondo conflitto mondiale. Questa volta, a fianco della Germania di Hitler. "

Le leggi che avrebbero dovuto porre fine al potere temporale della Chiesa e permettere alla borghesia italiana di mettere in moto lo sviluppo economico del Paese furono quelle del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867. Con la legge del 1866, si tolse il riconoscimento nel territorio del Regno a tutti gli ordini, le corporazioni e le congregazioni regolari e secolari, i conservatori ed i ritiri di carattere ecclesiastico. Con quella del 1867, non furono più riconosciuti quali enti morali i capitoli delle chiese collegiate, le chiese ricettizie, le comunità e le cappellanie corali, i capitoli delle chiese cattedrali, eccetera.

Tutti i beni già appartenenti a quegli enti morali furono devoluti allo Stato "provvedendosi a iscrivere, a favore del fondo per il culto, una rendita del 5%". Successivamente, con la legge dell'11 agosto 1870, si introdusse la conversione dei beni immobili di taluni enti rimasti esclusi e infine, nel 1873, la legislazione suddetta fu estesa alla provincia di Roma, con varianti dovute alla presenza del Vaticano.

Con queste leggi, tutte patrocinate dalla destra liberale, il nascente Stato italiano ed il Regno d'Italia intesero togliere prestigio e potere politico alla Chiesa, ma anche mettere in moto un'accumulazione primaria che, data la presenza degli Stati pontifici, vedeva l'Italia in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Oltre 700.000 ettari di terra appartenenti alla Chiesa vennero di fatto gettati sul mercato immobiliare e finirono, a prezzi stracciati, nelle mani della grande borghesia terriera italiana.

Il Vaticano non rimase inoperoso. Già dal 1859, il francese conte Montalembert aveva avuto l'incarico di potenziare l' 'Obolo di san Pietro' al fine di raccogliere fondi presso i fedeli. All'entrata in vigore delle leggi di esproprio, l'Obolo aveva già raccolto fondi in quantità superiore ad ogni previsione, anche se ritenuti insufficienti per la necessità della Chiesa. Il 5 agosto 1871, con l'enciclica Saepe, venerables fratres, venne ufficialmente consacrata la nascita dell' 'Opera dell'Obolo'.

Il Vaticano ebbe tutto il tempo di cautelarsi, tant'è vero che molti terreni furono venduti prima dell'esproprio. In particolare nella provincia romana, a partire dal 1870, vi fu una colossale speculazione edilizia, che fece aumentare di valore i terreni di molti ordini religiosi i quali, dopo il 1873, furono riacquistati dal Vaticano utilizzando prestanomi. Parallelamente, numerosi nobili romani legati al Vaticano, nel giro di qualche anno, si trovarono a figurare a volte in proprio, a volte come fiduciari del Papa, nei consigli di amministrazione di società immobiliari e in numerose banche.

Nel dibattito del Parlamento italiano del 1873, dopo l' 'esproprio' dei beni della Chiesa, il governo auspicò che quest'ultima reinvestisse i propri capitali nella nascente industria nazionale, abbandonando le speculazioni immobiliari. L'invito era rivolto, in particolare, alle banche controllate da fiduciari del Vaticano quali: Monte di pietà di Roma, Banco di santo spirito, Cassa di risparmio di Roma.

Il mutamento radicale nelle attività finanziarie da parte della Chiesa avvenne nel 1878, dopo la morte di Pio IX e l'avvento di papa Leone XIII. A questo proposito, lo storico Candeloro scrive: "Leone XIII volle che i clericali si sganciassero dalle vecchie pregiudiziali dinastiche, che non rimanessero troppo legati agli interessi dei gruppi aristocratici feudali, ma che si collegassero ai gruppi capitalistici nascenti. Il Vaticano, in tal modo, non solo si inseriva nella società capitalistica, ma tendeva a divenirne uno dei pilastri, come già lo era stato della società feudale. Comunque sarebbe un errore attribuire questa nuova funzione della Chiesa solo all'opera di Leone XIII, poiché essa nasceva da una tendenza spontanea delle forze cattoliche ad inserirsi nel sistema capitalistico. Nelle sue contraddizioni, però, Leone XIII seppe comprendere questa tendenza, stimolarla e dirigerla, se proprio non secondo un piano preciso, quantomeno secondo un indirizzo generale chiaro e coerente".

Nelle speculazioni edilizie di Roma capitale ebbe, da allora, un posto centrale la Banca di santo spirito, fondata nel 1606 da Paolo Borghese e che, per secoli, era stata la banca principale del Vaticano e dell'aristocrazia romana. Abbandonata l'antica regola di non corrispondere interessi sui depositi, questa banca istituì una sezione di credito fondiario e si buttò a capofitto nella speculazione. Prosegue intanto la confluenza di notabili vaticani nei consigli di amministrazione delle banche (Banca romana, Credito mobiliare, Credito fondiario, Banca industriale e commerciale).

Nel 1980, su diretta ispirazione di Leone XIII, uomini strettamente legati al Vaticano fondarono il Banco di Roma, allo scopo di finanziare i vari organismi confessionali. Questa banca venne in seguito favorita nella gestione dei servizi pubblici per la città di Roma. Nel 1883, la società Anglo-romana per l'illuminazione a gas diede vita alla società elettrica Anglo-romana, e quindi alla Società impresa elettrica in Roma, e per l'alimentazione della rete tramviaria e delle ferrovie secondarie. A capo di queste società era Bernardo Blumensthil, noto fiduciario del Vaticano. Le società diedero cospicui utili, passando dalle 290.000 lire del 1875, a 1.613.000 del 1885. Il Vaticano controllava anche l'erogazione dell'acqua, avendo nel 1865 costituito la società dell' 'Acqua pia antica marcia di Roma', presieduta dal principe Giustiniani Bandini. Le società passarono sotto il controllo del Banco di Roma il quale, nel 1882, divenne il principale azionista della 'Società dei magazzini e molini generali', l'attuale Pontenella. Nel 1985, il Banco di Roma prese il controllo della società romana di tramway e omnibus. Il Vaticano era presente anche nel settore immobiliare, con la 'Società generale immobiliare', per lavori di utilità pubblica ed agricola.

Per proteggere e consolidare il potere economico acquisito, i cattolici parteciparono più volte alle lotte politiche per il controllo dell'amministrazione capitolina. Vi riuscirono, e lo dimostrarono anche i contratti di favore ottenuti da parte del comune di Roma per le società facenti capo al Vaticano. A mano a mano che la nobiltà cattolica romana si andava insediando come fiduciaria del Vaticano a fianco della nuova borghesia italiana, si attenuavano i contrasti già esistenti tra la Chiesa e la borghesia liberale, e si poneva il problema della riconciliazione. Anche nel Norditalia si manifestava l'iniziativa economica dei cattolici, in modo evidente a partire dal 1880. Dapprima in Lombardia ed in seguito in Piemonte e in Veneto, vennero fondate dai cattolici le Banche popolari cooperative. Esse avevano lo scopo di fornire credito a basso tasso ai propri associati (artigiani, bottegai, piccoli industriali e anche operai).

Una delle prime Banche popolari fu infatti fondata nel 1865 dalla Associazione generale degli operai di Milano, i quali ne furono poi estromessi. Le Banche popolari rimasero nelle mani della borghesia urbana del nord, di orientamento popolare e democratico. Le iniziative finanziarie dei cattolici del nord si contrapponevano a quelle della nobiltà romana, reazionaria e parassitaria. Nelle campagne, i cattolici si buttarono nella costruzione delle Casse rurali, di orientamento confessionale rigido, sotto l'ala protettrice dei Gesuiti di 'La civiltà cattolica'. Esse si contrapponevano all'orientamento aperto delle Banche popolari, per salvaguardare 'il principio religioso fondamentale e sostanziale delle Casse rurali'. Queste ultime ebbero uno sviluppo rapido: erano circa 80 nel 1892, salirono a 513 nel 1896, tra le quali 327 nel Veneto, 84 in Lombardia, 52 in Piemonte e 50 nelle altre regioni. L'insieme delle Casse rurali diede vita ad una Banca centrale delle Casse rurali, con sede a Parma.

In Lombardia, in modo particolare, gli obiettivi dei cattolici non erano esclusivamente economici. Nel 1894 Filippo Meda (rappresentante dei giovani cattolici, intransigenti difensori della Chiesa, con una visione populista) a sostegno dei contadini e della piccola borghesia urbana, nel tentativo di sottrarli all'influenza dei socialisti, affermava: "I cattolici devono agire esplicitamente sul terreno della vita politica, con la mira finale, posto che il Papa un giorno lo permetta, di giungere alla conquista del potere politico". Furono questi cattolici, appoggiati dal cardinal Ferrari, che spinsero il bresciano Giuseppe Tovini (fondatore nel 1888 del Banco di san Paolo di Brescia) a fondare nel 1896 il Banco ambrosiano a Milano.

Lo statuto dell'Ambrosiano dichiarava che la banca era costituita fra cattolici e che essa aveva per scopo di esercitare e promuovere lo sviluppo del credito commerciale ed agrario, a vantaggio dei soci e di terzi. Una parte degli utili della banca dovevano essere devoluti alle scuole cattoliche, così come il credito si sarebbe esercitato nei confronti di contadini, piccoli artigiani, bottegai, per poter essere appoggiati da una base sociale nel progetto della 'presa del potere', come auspicato dal Meda. Sull'onda dell'Ambrosiano, i cattolici facenti capo all'Opera dei congressi, la più intransigente ed integralista, dettero vita a molte banche: tra esse, il Piccolo credito bergamasco, il Credito romagnolo, che annoverava fra i suoi fondatori 120 preti, il cardinale di Bologna, Domenico Svampa e il vescovo di Cesena, monsignore Vespignani. Nel Credito romagnolo, molto più che nell'Ambrosiano, si realizzò la saldatura tra gerarchie ecclesiastiche e grandi proprietà terriere, in quanto tra i fondatori confluirono il marchese Alberici, i conti Barca, Regoli e numerosi altri.

Oltre alle banche e alle casse rurali, i cattolici avevano già nel passato prestato la loro attenzione alle Casse di risparmio. Fondate su iniziativa dell'imperial regio governo austroungarico, nel 1820 nel Lombardo-Veneto, esse operarono tra i proprietari terrieri e di immobili. Nella Cassa di Biella, ad esempio, uno dei cinque amministratori era nominato dal vescovo.

Dal compromesso all'alleanza colonialista fra grande borghesia e Vaticano.

A seguito di una crisi del mercato edilizio, nel 1894, il Banco di Roma dovette svalutare il capitale, rischiando il fallimento. Ai primi del 1900, il nuovo consiglio di amministrazione (nel quale figurava Ernesto Pacelli) decise di scovare nuovi mercati, appoggiando l'avventura coloniale italiana. Nel 1905, il Banco aprì una filiale ad Alessandria d'Egitto, Cairo, Beni Suez, Fayum, e diede vita a numerose iniziative industriali e commerciali, tra le quali una società per l'estrazione dei fosfati. Nel 1905, il Banco di Roma partecipò alla fondazione della banca di Adis Abeba ed alla società italiana della salina Eritrea. Nel 1906, prese parte alla fondazione della Banca di stato del Marocco e, nel 1907, passò alla Libia, aprendo filiali a Tripoli, Bengasi, Derma, Zuara, Misurata e Tobruk.

Nello stesso periodo, la banca del Vaticano promosse iniziative commerciali e industriali le più varie in Libia, fino alla costituzione, con fondi governativi, della linea di navigazione fra la Libia e l'Egitto. In seguito, aprì altre filiali in Palestina, Asia minore, Turchia e Spagna. Nel 1911, venne fondata la Società per la navigazione e il commercio nella Somalia italiana, nel 1912 l'ingegner Bernardino Nogara, amministratore delle proprietà del Vaticano, costituì con l'industriale Volpi le Società commerciali d'Oriente. Nel 1913, conclusa la guerra coloniale di Libia, il Banco di Roma, insieme alla Edison, diede vita alla Società elettrica coloniale italiana. La guerra coloniale fruttò parecchio al Banco di Roma, facendolo uscire dalle difficoltà, fu certamente in base a questi interessi che il Vaticano e i cattolici furono in prima linea, assieme ai nazionalisti italiani, per spingere Giolitti alla conquista militare della Libia.

Venticinque anni più tardi, il Banco non avrà perso il vizietto coloniale. Nel 1936, infatti, per appoggiare le imprese di Mussolini, stamperà un opuscolo propagandistico nel quale si leggerà: "Il nome di Roma torna sulle sponde africane, silenziosamente, con l'insegna della filiale di una banca, prima che con lo squillo delle fanfare militari. Non è la prima volta, nelle storia delle imprese coloniali, che i commercianti ed i banchieri aprono la strada alla marcia conquistatrice dei soldati". Con l'estendersi e l'intrecciarsi degli interessi economici del Vaticano e dell'area cattolica con quelli dello Stato liberale, aumenta anche l'interventismo vaticano in politica. Con papa Pio X viene abolito il non expedit, per cui i cattolici cominciarono a mandare ufficialmente i propri deputati alla Camera e strinsero alleanze contro le sinistre storiche assieme ai deputati della destra, sino ad arrivare al governo con Giolitti e all'episodio Gentiloni.

Sempre per opera di Pio X, passa la normalizzazione anche nei settori della finanza cattolica popolare, cresciuti particolarmente al nord. Il Banco di Roma estende la propria influenza, mandando i propri rappresentanti nei consigli di amministrazione delle Casse rurali: nel Credito romagnolo, nella Banca cattolica vicentina e nelle banche cooperative lombarde, che furono trasformate in società anonime. La nobiltà pontificia entrava nell'Istituto di credito fondiario, nella società Acqua marcia e nella società dei trasporti urbani. A sancire l'avvenuta compenetrazione tra finanza vaticana e grande capitale finanziario laico, il senatore Carlo Esterle divenne presidente della 'Romana tramways omnibus', di proprietà del Vaticano. Questi era, già nel 1915, consigliere delegato della Edison e presidente di numerose società.

Tutto ciò serve a mettere in evidenza l'enorme concentrazione raggiunta dal sistema finanziario-industriale in Italia, nel periodo antecedente la prima guerra mondiale, e l'alto livello di intreccio fra Vaticano e grande borghesia liberale. Intreccio che andava oltre le società romane di servizi. Marco Basso, presidente della Società generale immobiliare del Vaticano, era altresì presidente della Società per lo sviluppo, della Società per l'utilizzazione delle forze idriche e della Società forni elettrici. Il senatore Esterle, a sua volta, era nel consiglio di amministrazione della Generale immobiliare. Attraverso le proprie finanziarie, Generale immobiliare, Pantenella e Acqua marcia, il Vaticano sino al 1915 estese le proprie partecipazioni in tutti i settori vitali dell'economia italiana: ferrovie, servizi pubblici, immobiliari, Toscana beni stabili, immobiliare Gianicolo, Simonetta Milano, Edile Roma, Molini e pastifici Biondi Firenze, zuccherificio Lebandy freres Ancona, Istituto nazionale medico farmacologico Roma, Società materiali laterizi, Società per le industrie estrattive e così via.

Nei consigli di amministrazione di queste società, figurano sempre personaggi del Banco di Roma e delle famiglie della cerchia pontificia: Colonna, Rebecchini, Cingolani, Campilli, Cremonesi i quali, di persona o per via discendente, figureranno nel secondo dopoguerra alla testa del partito cattolico, la Dc. Infine, le grandi famiglie della nobiltà pontificia figuravano nei consigli di amministrazione delle grandi finanziarie del capitale laico quali Bastogi, Montecatini, Fondiaria vita ed incendio, mentre il Banco ambrosiano si inserisce sempre più nel mondo delle grandi banche laiche del nord. Parallelamente all'integrazione economica, sempre più vengono emarginate, nel mondo cattolico, le posizioni popolari e genericamente di sinistra. Papa Pio X sciolse l'Opera dei congressi, legata alle Casse rurali, in seguito egemonizzata dalla Dc di sinistra di Romolo Muzzi.

Finanza cattolica e grande guerra.

Assieme al grande capitale laico, la finanza vaticana appoggiò l'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale. Spinto dalla cupidigia delle commesse militari, dalla possibilità di espandere le proprie aree di influenza (si ricordi che il Banco di Roma fu la prima società italiana ad installarsi all'estero e nei territori coloniali d'Africa) e per ridurre l'influenza delle grandi banche germaniche, in modo particolare al nord, i finanzieri cattolici spinsero il Papa a schierarsi contro la cattolicissima Austria.

L'interventismo cattolico si consolidò anche sul piano politico, dopo la caduta del governo Salandra, a seguito dell'offensiva austriaca in Trentino; nel governo Boselli entrò anche il cattolico Filippo Meda, esponente della borghesia cattolica milanese consolidatasi intorno al Banco ambrosiano. La partecipazione di Meda al governo fu salutata con entusiasmo dai cattolici conservatori milanesi, l'episcopato lo sostenne validamente, come pure la stampa cattolica la quale lanciò una campagna per la sottoscrizione dei prestiti di guerra. L'arcivescovo di Milano mise a disposizione le sale del suo palazzo per i comitati di sostegno al prestito.

Il Banco ambrosiano fu attivissimo e raggiunse posizioni di rilievo nazionale nella raccolta delle sottoscrizioni; e cominciò ad annoverare tra i propri clienti non solo le istituzioni cattoliche, ma anche le grandi industrie belliche. Agli inizi e durante la guerra, si ebbe una forte estensione delle banche cattoliche. A Roma venne fondata una nuova banca da affiancare al Banco di Roma, il Credito nazionale. Vennero poi fondate la Società finanziaria regionale e la Banca regionale, il Credito emiliano a Parma, il Credito pavese e il Piccolo credito di Ferrara.

Nel 1919 venne fondata a Trieste la Banca Venezia Giulia, nel cui consiglio di amministrazione sedeva un prete, Carlo Macchia, nello stesso anno fu fondata la Banca del lavoro e del risparmio che ebbe come presidente l'avvocato Gioia del Banco di Roma e come consigliere Achille Grandi. Nel 1920 venne costituito il Credito padano a Mantova e venne acquistata la Banca commerciale triestina, mentre Filippo Meda si installava alla presidenza della Banca popolare di Milano.

Alla forte espansione delle banche cattoliche nel settentrione fecero riscontro le forti perdite del Banco di Roma, per le sue avventure africane, ridimensionate dalla guerra in Europa.

Dopo la fine della grande guerra il governo Giolitti, per ridurre la conflittualità sociale, ricercò l'appoggio dei socialisti, inserì nel proprio programma l'avocazione allo Stato dei superprofitti di guerra ed introdusse la nominatività dei titoli. Ancora una volta, la finanza cattolica si schierò dalla parte del grande capitale, opponendosi al programma Giolitti. Con molto impegno, i cattolici ottennero il loro obiettivo con il ministero Bonomi, succeduto a Giolitti, del quale essi erano entrati a far parte.

Finanza cattolica e fascismo

Il 10 novembre 1922, pochi giorni dopo la sua andata al potere, Mussolini abrogò la legge sulla nominatività dei titoli, già bloccata dal governo Bonomi, accogliendo una delle principali rivendicazioni del grande capitale cattolico.

Nel 1923, Mussolini rese un secondo favore al Vaticano. Il Banco di Roma aveva avuto notevoli perdite in Africa ed aveva in portafoglio molti titoli di industrie belliche entrate in crisi in tempo di pace (fallimento della Ansaldo dei fratelli Perrone di Genova e della Banca di sconto). Mussolini fece intervenire la Banca d'Italia, la quale si accollò le perdite del Banco, quantificate più tardi dal ministro del Tesoro fascista, Alberto Stefani, in 2.120.000 lire (corrispondenti a 1.600 miliardi attuali). Del resto, la volontà del governo fascista di accogliere le richieste del Vaticano, allo scopo di essere a sua volta aiutato a consolidare il proprio potere tra le masse, si manifestò con altri fatti.

Nel 1923, vennero aggravate le sanzioni contro le 'offese alla religione cattolica e al clero', vennero reistituiti i cappellani militari, fu introdotto l'insegnamento religioso obbligatorio nelle scuole elementari, favorita la scuola privata, finanziata la fondazione dell'Università cattolica a Milano, venne più che raddoppiato il contributo dello Stato per le congrue ai parroci, esteso il beneficio ai canonici delle cattedrali. I cattolici ripagarono Mussolini di tanta generosità: il 12 aprile 1923, alcuni parlamentari cattolici, fra essi il senatore Nava, presidente del Banco ambrosiano, votarono un ordine del giorno di solidarietà con il fascismo.

Quando i fascisti portarono in Parlamento la legge di modifica del sistema elettorale introducendo il maggioritario, Filippo Meda fu il primo a dichiararsi favorevole. Nel 1925, Mussolini istituì una Commissione che si occupasse di riordinare i rapporti con la Chiesa in materia di diritto ecclesiastico. Della Commissione vennero ufficialmente chiamati a fare parte tre dignitari del Vaticano. Nel 1926, la Commissione presentò al Papa il disegno di legge, ma Pio XI, avendo capito di poter ottenere molto di più da Mussolini, affermò che l'accordo non poteva raggiungersi "fin che duri l'iniqua condizione fatta alla Santa sede e al romano Pontefice".

I rapporti economici tra Italia e Vaticano: i Patti lateranensi.

I Patti lateranensi, sottoscritti l'11 febbraio 1929 da Mussolini e dal segretario di Stato, cardinale Gaspari, riguardavano tre ordini di questioni: "la cessione da parte dell'Italia del territorio della Città del Vaticano, la regolamentazione delle questioni finanziarie, e rapporti generali tra Stato italiano e Città del Vaticano. Le diverse materie furono composte stipulando tre differenti documenti: il Trattato del Laterano, la Convenzione finanziaria ed il Concordato.

Non si è parlato abbastanza dei contenuti e delle conseguenze economiche dei tre Patti lateranensi, le cui conseguenze arrivano fino ai giorni nostri. Conviene quindi descrivere le principali norme finanziarie in essi contenute. Nel Trattato del Laterano, all'art.11, si afferma: "gli enti centrali della Chiesa sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano".

L'art.13 dispone il trasferimento al Vaticano in piena proprietà delle basiliche di san Giovanni in Laterano, santa Maria maggiore e san Paolo con gli edifici annessi, come pure il trasferimento al Vaticano dei capitali che lo Stato annualmente versava, tramite ministero della Pubblica istruzione, alla basilica san Paolo. Con l'art.14, veniva ceduto al Vaticano un complesso di terreni e palazzi, tra i quali Castel Gandolfo. Tutti questi palazzi e terreni, compresi il sant'Uffizio e la propaganda Fida, godono delle immunità del diritto internazionale, non sono assoggettati a controlli o espropri e sono esenti da qualunque tributo. L'art.17 stabilisce che "le retribuzioni di qualsiasi natura, dovute dalla Santa sede agli altri enti centrali della Chiesa e dagli enti gestiti direttamente dalla Santa sede, anche fuori di Roma, a dignitari, impiegati e salariati saranno nel territorio italiano esenti, a decorrere dal gennaio 1929, da qualsiasi tributo verso lo Stato e qualunque altro ente. Venne quindi ricostituita la 'mano morta', mentre le esenzioni tributarie, atte a garantire forti profitti alla finanza cattolica, diedero il via alla collaborazione tra finanzieri laici e istituzioni economiche vaticane.

La Convenzione finanziaria stabiliva che, tenuto conto "dei danni ingenti subiti dalla Sede apostolica per la perdita del patrimonio di san Pietro, costituito dagli antichi stati pontifici, e dei bisogni sempre crescenti della Chiesa", lo Stato italiano si impegnava a versare al Vaticano l'importo di 750 milioni di lire in contanti ed un miliardo di lire in titoli al 5%. Da parte sua, il Vaticano dichiarava definitivamente chiusa la questione romana. Venuto in possesso di una grande quantità di liquidi, si presentò per il Vaticano il problema di investirli proficuamente. A tale scopo, il 7 giugno 1929, papa Pio XI costituì l'Amministrazione speciale della Santa sede. A dirigere l'ente finanziario vaticano, venne chiamato l'ingegner Bernardino Nogara, parente dell'arcivescovo di Udine. Si tenga presente che, al valore attuale, il rimborso al Vaticano si aggirerebbe attorno ai 1.000 miliardi di lire (valore del 1984 ndr).

Per quanto riguarda il Concordato, l'art.2 stabilisce l'esenzione fiscale per tutte le pubblicazioni, affissioni, atti e documenti del Vaticano, l'art.6 stabiliva la non pignorabilità degli assegni degli ecclesiastici. Le concessioni più importanti da parte dello Stato italiano nei confronti del Vaticano sono contenute negli art.29,30, 31 del Concordato. Essi rappresentano una vera restaurazione delle leggi 'eversive' approvate dallo Stato dal 1840 al 1867. L'art.29 stabilisce che "ferma restando la personalità giuridica degli enti ecclesiastici finora riconosciuti dalle leggi italiane (Santa sede) tale personalità sarà riconosciuta anche alle chiese pubbliche aperte al pubblico, comprese quelle appartenenti agli enti ecclesiastici soppressi. Sarà riconosciuta personalità giuridica alle associazioni religiose approvate dalla Chiesa, nonché alle associazioni religiose aventi la casa madre all'estero, ecc...Inoltre sono ammesse le fondazioni religiose di qualunque specie. Gli atti compiuti finora da enti ecclesiastici senza l'osservanza delle leggi italiane, potranno essere regolarizzati dallo Stato italiano su richiesta. Infine, agli effetti tributari, le opere di religione e di culto vengono equiparate a quelle di beneficienza, e viene esclusa per l'avvenire l'istituzione di qualsiasi tributo speciale a carico dei beni della Chiesa", essendo già stata esentata da quelli ordinari.

L'art.30 pone le basi per quello che sarebbe poi diventato lo Ior, affermando che "la gestione dei beni appartenuti a qualsiasi istituto ecclesiastico sarebbe avvenuta sotto la vigilanza ed il controllo della sola autorità della Chiesa, restandone escluso ogni intervento da parte dello Stato, e senza obbligo di assoggettare a conversione i beni immobili". Nello stesso articolo, lo Stato riconosceva agli istituti ecclesiastici e alle associazioni religiose di acquisire beni, salvo le disposizioni delle leggi civili riguardanti gli enti morali.

Infine, l'art.31 stabilisce che l'erezione di nuovi enti ecclesiastici ed associazioni religiose sarà fatta dall'autorità ecclesiastica secondo le norme del diritto canonico. Successivamente le autorità civili daranno il loro benestare.

In definitiva, con l'andata al potere del fascismo, la Chiesa diventa uno dei pilastri del potere, non solo religioso, politico, morale, ma economico, ponendo le basi per gli eventi dei nostri giorni. Scriveva infatti Giovanni Grilli: "La notevole somma data da Mussolini al Vaticano ha permesso a questo di aumentare considerevolmente i mezzi di cui già disponeva e di entrare in misura maggiore di prima nel vivo della nostra economia. La personalità giuridica e la facoltà di possedere ogni specie di beni accordata a tutte le associazioni, ordini, congregazioni sulla base del solo diritto canonico, con l'obbligo dello Stato di riconoscerli, ha ricostituito, nel volgere di pochi anni, una immensa 'mano morta'. L'enorme accumulo di mezzi impiegati in Italia e all'estero e la creazione di una fittissima rete di enti e di organizzazioni, a un tempo religiosi, morali ed economici, che penetrano e corrodono la vita del Paese, consentono al Vaticano di manovrare la politica italiana, in senso spesso contrario ai suoi stessi interessi e alle esigenze di sviluppo culturale e civile".

Le conseguenze economiche dei Patti lateranensi.

A riconoscimento ufficiale del fatto che, oramai, numerosi finanzieri legati al Vaticano da anni partecipavano ai centri economici dirigenti dell'economia italiana, il conte Paolo Blumensthil, uno dei più conosciuti fiduciari della corte pontificia, fu chiamato a far parte del consiglio di amministrazione della Banca d'Italia.

Poco propensi all'investimento industriale diretto (lo sfruttamento dei lavoratori poco si addice alla morale cattolica) e dato che le leggi impedivano alle banche il credito a lungo termine, i finanzieri vaticani investirono i loro liquidi nella speculazione immobiliare e, per la prima volta in modo massiccio, entrarono nelle grandi finanziarie che, proprio in quel periodo, i grandi gruppi industriali stavano costituendo. Nel giro di pochi anni, dirigenti del Banco di Roma e del Santo spirito entrarono nelle finanziarie della Fiat, Pirelli, Italcementi, Edison, nell'Istituto di credito fondiario e nel Credito fondiario sardo, assieme a finanzieri liguri e lombardi.

L'ingegner Bernardino Nogara, nominato dal Papa amministratore speciale della Santa sede, entrò nel consiglio di amministrazione della più grande finanziaria industriale d'Italia, la Comofim, voluta dalla Comit (rivelatasi in seguito una colossale truffa ai danni dei risparmiatori) nella quale sedevano il presidente della Comit Toeplitz, il barone Avezzana, il senatore Crespi, il senatore Bocciardo, presidente dei siderurgici liguri.

Il Vaticano non si limitò a partecipare, ma dette vita ad iniziative proprie, come la Società romana di finanziamento e l'Istituto centrale di credito. Il 1 agosto 1929, insieme ad Agnelli, Pesenti, Feltrinelli, Benni, il Banco di Roma fondò la finanziaria per le imprese italiane all'estero. Il 4 giugno 1929 il senatore Cavazzoni, il senatore fascista Bevione, il conte Franco Ratti, nipote del Papa, il fascista Giovanni Marinelli, assassino di Matteotti, diedero vita alla società di assicurazione Praevidentia. Per quanto riguarda le società industriali, a partire dal 1929, gli uomini del Vaticano entrarono nei consigli della Breda, Dalmine, Reggiane, Ferrorotaie, Società elettriche Italia centrale, Società agricola lombarda di Milano. Nelle Marche, Francesco Pacelli divenne vicepresidente dell'Italgas, la quale forniva gas a quaranta grandi centri italiani, e fondò la prima società per la produzione di gas liquido.

La grande crisi degli anni Trenta è però alle porte anche in Italia. Le tre banche cattoliche, Banco di Roma, Banco di santo spirito e Credito sardo e le due laiche, Comit e Credito italiano, si trovarono coinvolte in un gigantesco crack, con titoli azzerati, crediti inesigibili, e non solvibili nei confronti dei depositari. Ancora una volta, l'intervento del regime fascista a favore delle banche vaticane fu particolarmente generoso. I titoli mobiliari da esse posseduti furono trasferiti al nascente Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), benché aventi valore nullo, con un prezzo addirittura superiore a quello di mercato, come afferma una relazione dell'Istituto: "Il valore che venne così accreditato alle banche era superiore, evidentemente, al valore attribuibile alle partite trasferite all'Iri; la differenza tra il valore riconosciuto e il valore delle posizioni trasferite costituì la perdita dell'operazione di risanamento addossata all'Istituto".

Per la seconda volta dal 1923, ai lavoratori italiani venne addossata la perdita delle speculazioni vaticane, nel 1934 il carico attribuito all'Iri per questa operazione fu di 6 miliardi di lire, pari ad oltre 600 attuali. In cambio, la Chiesa rafforzò il proprio sostegno al regime di Mussolini. Anche negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, la finanza cattolica andò espandendosi velocemente; nel 1939 il conte Franco Ratti, nipote del Papa, entrò nella Banca nazionale dell'agricoltura e nell'Istituto italiano di credito fondiario; e, verso la fine del 1939, il conte fiduciario del Vaticano entrò nel monopolio nelle fibre, la Snia, del quale divenne vicepresidente un decennio dopo.

I buoni rapporti tra fascismo e Vaticano si manifestarono anche sul piano delle partecipazioni congiunte nella gestione di imprese industriali e finanziarie. Il più evidente fu quello delle partecipazioni del conte Adolasso, con il fascista conte Marinotti, al vertice della Snia viscosa. Nell'Istituto di credito fondiario due fiduciari del Papa, Cremonesi e Rosmini, operarono al fianco del senatore fascista Bevione. Nel Banco di Roma, dopo il salvataggio del 1934, entrò a dirigere la società di gestione delle rapine coloniali in Etiopia, assieme al cattolico principe Borghese, il fascista Antonio Marescalchi. In due società di assicurazione a Milano, l'Anonima vita e l'Istituto italiano di previdenza, si trovarono a fianco il quadrumviro Emilio De Bono e il conte Franco Ratti, nipote di Pio XI.

Come in occasione della prima guerra mondiale, i finanzieri cattolici e il Vaticano si trovarono strettamente affiancati ai guerrafondai per trascinare l'Italia nel secondo conflitto mondiale. Questa volta, a fianco della Germania di Hitler. Alla vigilia della seconda guerra, alla presidenza di industrie belliche (come, ad esempio, le officine meccaniche Reggiane, Compagnia navale aeronautica, gruppo Caproni) vi era l'onnipresente nipote del Papa, Franco Ratti, presidente al tempo stesso del Banco ambrosiano.