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1987 02 28 * La Repubblica * Il banchiere del Vaticano * Giovanni Ferrara

LA VICENDA del nostro paese è sempre affascinante (il che può voler dire anche deprimente) perché il mediocre tumulto delle traversìe politiche contingenti può ad ogni istante venir attraversato dal soffio potente dei grandi problemi storici, di respiro secolare: o meglio, di un problema storico secolare, che è quello posto dal millenario insediamento della Cattedra di Pietro sul colle Vaticano, ai margini ma all' interno del centro storico di Roma. Ecco infatti che mentre s' apre la crisi politica del pentapartito a guida socialista, e la sorte della IX legislatura repubblicana è in forse, tra speranze e timori, arriva la notizia che i magistrati milanesi addetti all' istruttoria sul fallimento del Banco Ambrosiano hanno incriminato come correi in bancarotta fraudolenta nientemeno che i vertici dell' Istituto per le Opere di Religione, lo Ior, discusso e riservatissimo istituto finanziario della Santa Sede. L' arcivescovo Paul Marcinkus, nonché i suoi principali collaboratori De Sgrobel e Mennini, secondo quei magistrati, dovrebbero dunque finire in manette (salvo i privilegi riservati agli ultra sessantacinquenni). S' apre ora un complesso contenzioso di diritto interno ed internazionale, e c' è pane per i denti degli interpreti del testo del Trattato lateranense, per le questioni di estradizione, territorialità, extraterritorialità, ecc. In attesa degli sviluppi della straordinaria questione, sono possibili alcune considerazioni. Molte cose furono dette, in Vaticano, in altissimo luogo, al tempo delle sciagure che travolsero l' Ambrosiano e misero parzialmente allo scoperto le partecipazioni dello Ior. Da una parte, il Vaticano riconobbe di fatto le sue responsabilità, convenendo una transazione che gli costò centinaia di miliardi: di fatto, diciamo, ma non di diritto, perché la cosa fu presentata come una sorta di libera decisione pro bono pacis. Dall' altra, il Cardinal Segretario di Stato, Casaroli, pronunziò dure parole di critica per la conduzione dello Ior, che aveva recato grave danno all' immagine della Chiesa universale (benché limitasse la critica agli errori e alle incompetenze, escludendo ex silentio le colpe); e perfino il Pontefice parlò angustiato di alte necessità di riordino e ripulitura dell' attività finanziaria della Chiesa. DA PARTE loro, i nostri ministri del Tesoro, prima Andreatta e poi Goria, non tacquero affatto sulla grave anomalia creata dall' azione dello Ior, rispetto alla quale l' autorità italiana non può esercitare il minimo controllo, trattandosi di ente del tutto estero, e proposero rimedi, come l' apertura di succursali italiane di quell' Istituto, sulle quali la Banca d' Italia potrebbe esercitare la sua funzione ispettiva. Ma di ciò non si fece mai nulla, lo Ior è sempre intoccabile, e i suoi traffici, buoni o non buoni che siano, e per quanto attraversino il nostro paese e ne influenzino gl' interessi, sono tuttora per principio inconoscibili e insindacabili salvo un caso come quello dell' Ambrosiano, per il quale resta, comunque, praticamente impossibile l' esercizio concreto dell' azione penale. E' dunque accaduto, che nonostante l' aspra e responsabile critica interna alla Santa Sede e le dure e preoccupate reazioni italiane, da allora il vertice dello Ior è rimasto quello che era, ed ogni mattina l' arcivescovo Marcinkus senza dubbio il più chiacchierato (a dir poco) alto dignitario vaticano dell' ultimo secolo ogni mattina ascende tranquillo alle sue stanze di lavoro nel torrione di Niccolò V. Quali lotte segrete, quali bracci di ferro s' esercitino nelle stanze vaticane, non è dato sapere: certo è che anche lì, i rinnovatori non hanno vita facile. L' incriminazione da parte dei magistrati milanesi varrà a snidare l' intoccabile prelato dalla sua fortezza? Ma se un preoccupato giudizio sulla situazione interna della Chiesa e della Santa Sede è per noi d' interesse assai relativo e indiretto, altro è da dire circa l' atteggiamento generale, l' animus della Chiesa nei confronti dello Stato italiano, quale si è rivelato in questa vicenda. La storia Ior-Marcinkus mette in luce, infatti, una notevole noncuranza (del resto, perseverante) del Vaticano nei confronti delle sue responsabilità oggettive verso quello Stato e quella comunità italiana per la quale, d' altronde, nutre in sede spirituale e pastorale tanta predilezione e paterna sollecitudine. E' CHIARO, infatti, che dopo quanto accadde nell' intrigo Ambrosiano-Ior, e dopo le denunce e le critiche seguenti alla rivelazione che ancora una volta pasticci finanziari d' interesse esclusivamente vaticano avevano coinvolto gl' interessi italiani, l' aver mantenuto al suo posto il responsabile primo di quei pasticci e coinvolgimenti non è stato da parte della Santa Sede un atto di grande rispetto per il suo partner italiano. La notorietà enorme della scandalosa vicenda, le preoccupazioni chiaramente espresse dai nostri governanti, avevano creato a dir poco un obbligo non solo morale, ma anche, in senso lato, di buon vicinato politico-diplomatico, che doveva esplicitarsi nell' allontanamento dello screditato dignitario. Non potendo far nulla l' Italia, toccava alla Santa Sede compiere un atto di concreta garanzia, dare un segno che le cose dello Ior erano cambiate. Ma nulla si fece, ed un' ombra (poco notata, ma ben presente) gravò per questo sull' animo col quale l' Italia recepiva le conclusioni delle trattative per il rinnovo del Concordato. E proprio il celebratissimo nuovo Concordato dovrebbe finalmente indurre la Santa Sede ad approfittare delle ultime clamorose vicende giudiziarie coinvolgenti lo Ior per dare un buon colpo di scopa, risolvendo i suoi problemi e soddisfacendo le nostre aspettative. L' art. 1 del Concordato, infatti, fa obbligo morale e politico alla Santa Sede e allo Stato italiano di collaborare per il bene comune. E quale bene più comune di questo, che la storia scandalosa vaticano-italiana dello Ior di Marcinkus abbia finalmente il suo termine, con gesti non simbolici e di pratico significato?