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1991 02 14 * Esquire * rettifica a “Il Memoriale di CLARA CALVI” - Vita e morte del “banchiere di Dio” - Vol. 1 “ * Luigi Cavallo    

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Rettifica di Luigi Cavallo - ESQUIRE Anno 2 - N°14 febbraio 1991 “Il Memoriale di CLARA CALVI” - Vita e morte del “banchiere di Dio” - Vol. 1” pubblicato da “Esquire” contiene affermazioni false e gravemente diffamatorie:

1) A pagina 36 mi definisce “il maestro dei documenti falsi” ed a pag. 38 aggiunge: “era Sindona che preparava documenti falsi insieme a Cavallo”.

2) A pag. 36 mi qualifica: “spia dei nazisti”.

3) A pag. 46 scrive: “Mazzocco apparteneva ai servizi segreti e fu quello che aiutò Cavallo quando questo fu arrestato a New York perché in possesso di un passaporto falso, mentre, insieme a Sindona combinava carte false”.

Nelle requisitorie; nelle sentenze istruttorie di rinvio a giudizio per le infrazioni valutarie, e per la bancarotta del Banco Ambrosiano; e nelle sentenze che hanno condannato Roberto Calvi e Michele Sindona, è scritto e ripetuto che i documenti da me pubblicati e commentati nel1977 e negli anni successivi, erano “esatti al centesimo”. Se le Autorità tutorie né avessero tenuto tempestivamente conto, non avremmo avuto la bancarotta dell’Ambrosiano e quarantamila piccoli azionisti non avrebbero perso i loro risparmi.

Signora Calvi, i documenti concernenti i conti numerati svizzeri intestati a Lei ed a suo marito sui quali transitarono decine di milioni di dollari per effettuare operazioni finanziarie illecite, sono rigorosamente veri e allegati come prove in numerosi procedimenti penali.

In merito alla “spia dei nazisti”: a Boston risiedono i miei due figli, nati negli States da madre ebrea americana ed i miei sei nipoti, tutti cittadini statunitensi e membri della comunità ebraica. Mio figlio Michael William è anche presidente della “Cavallo Foundation” che ogni anno al Campidoglio di Washington, con la partecipazione di esponenti del Senato e della Camera, premia le migliori pubblicazioni impegnate nella battaglia per la giustizia. Il prestigio di “Esquire” aggrava il danno che mi procurano le calunniose affermazioni contenute nel “memoriale” di Clara Canetti Calvi.

In libri di noti storici (Zangrandi, Luraghi) e nei diari di eroi e di protagonisti della Resistenza (Luigi Capriolo, Amedeo Ugolini, Ottavio Pastore) è documentata la mia attività antifascista ed antinazista. Nel 1946 il Ministro agli Esteri Pietro Nenni organizzò a Parigi, durante la Conferenza per il trattato di pace con l’Italia, una Mostra della Resistenza. La prima sala - dedicata al 1943 - era in gran parte occupata da striscioni, volantini e da esemplari del giornale clandestino “STELLA ROSSA”, da me fondato. Il 23 gennaio 1946 venni iscritto all’Albo dei giornalisti professionisti perché mi vennero riconosciuti venti mesi ininterrotti di stampa clandestina (Ottobre 1943-Aprile 1945).

Sono stato arrestato a New York (quando Sindona era ufficialmente prigioniero di terroristi) a seguito di errate informazioni fornite dal rappresentante della P2 a Washington e da un magistrato di Milano. Mi indicavano come l’autore del “sequestro” di Sindona; e mi accusavano di essere entrato negli Stati Uniti con passaporto munito di visto falso. Sono stato assolto in istruttoria dal Procuratore Tendy del Southern District di Manhattan dalla prima accusa e con sentenza del Tribunale dell’Immigration per la seconda. Il giudice ha riconosciuto che ero entrato in USA con documenti regolari muniti di visto a me personalmente rilasciato dal competente Consolato Generale USA.

Conobbi negli anni ‘50 il diplomatico William Mazzocco. E’ stato il rappresentante degli Stati Uniti al COCOM di Parigi; a Roma faceva parte dello staff dell’Ambasciatrice Luce; a Saigon era Alto Commissario degli Stati Uniti per gli aiuti civili alle popolazioni vietnamite; a Washington nel settembre 1979 era un esponente del “Washington Forum”, un’organizzazione di consulenza per le più importanti istituzioni finanziarie del mondo. Valutava il rischio-Paese e il tasso d’interesse da applicare ai prestiti richiesti da governi o da grandi istituti di credito. In quel periodo aveva previsto una maggiorazione del rischio-Paese per l’Italia.

Interpellato dalla Procura di Manhattan dopo il mio arresto, il Mazzocco riferì che lo avevo incontrato al F.M.I. e illustrò al magistrato i miei documentati opuscoli che aveva trasmesso alle Autorità bancarie internazionali (di Basilea e di Washington) riguardanti i reati finanziari di Sindona e di Calvi e le corresponsabilità delle Autorità di Vigilanza.

A pag. 35 la Calvi parla dei miei manifesti e scrive: “Fu in novembre... l977 che cominciarono tutti i nostri guai e ancora non sono finiti... la città era stata tappezzata di manifesti... e volantini erano stati distribuiti per le vie di Milano”.

Clara Calvi a pag. 36 cita erroneamente il titolo a caratteri cubitali del manifesto, che non era “Roberto Calvi e Signora”, bensì un perentorio “Roberto Calvi in galera!”; imperativo non già rivolto a Calvi affinché si costituisse, ma al Capo della Procura del Tribunale di Milano che non applicava il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. E’ esatta, invece, la citazione della frase finale del manifesto: “I giornalisti del Corriere della Sera, oggetto di compravendita da parte del banchiere truffatore Roberto Calvi, che cosa aspettano a denunciare le malefatte del loro effettivo padrone?”

Clara Calvi scrive: “Cavallo, il maestro dei documenti falsi, ex spia dei nazisti, era una persona che secondo me doveva lavorare per la Fiat” (pagg. 35-37). La Memorialista giustifica questa tesi classificando “Agnelli tra i nemici” del marito (pag. 20) poiché “mirava alla Toro” e ponendo due domande pertinenti: “A chi bruciava il fatto che il Corriere della Sera avesse cambiato padrone? Chi lo possiede ora?” (Pag. 36). E’ troppo chiedere alla signora Calvi un pò di coerenza? Se ero uomo della Fiat, come potevo essere un uomo di Sindona, che io ho accomunato a Calvi nelle denunce dei reati finanziari contestati ai due bancarottieri in tutti gli opuscoli dell’Agenzia A pubblicati negli anni 1974-82?

A pag. 38 Clara Calvi scrive: “Roberto diceva che era Sindona che preparava documenti falsi insieme a Cavallo; Gelli e Ortolani dicevano che non era vero e che avrebbe dovuto andargli a parlare a New York. E lui ci andò”. Dal 1982 ad oggi, Clara Calvi ha dato contrastanti versioni sui rapporti Calvi-Sindona-Gelli; sugli esborsi di denaro da Calvi a Sindona e sui suoi personali rapporti con Carboni e Pisanò. L’autenticità la veridicità dei documenti da me pubblicati è stata riconosciuta dallo stesso Calvi in numerosi interrogatori. Del tutto ignota è, invece, l’origine delle due famose lettere apocrife a me attribuite, non datate, e contrastanti con la verità storica e finanziaria dei fatti, che sarebbero state contenute nella borsa di Calvi insieme ad altri documenti falsi che “provavano” ingenti prestiti che Carboni avrebbe concesso al presidente del Banco Ambrosiano e le responsabilità finanziarie, riconosciute dallo stesso Calvi nei confronti dello IOR. La signora Calvi ha testimoniato il falso dichiarando di averle fotocopiate da originali, depositati dal marito in una cassaforte di un paese del Centro America.

Interrogata a Washington da Siclari (1982) Clara Calvi afferma che nella cassaforte aperta dopo la morte del marito non v’erano né lettere né documenti. In un’intervista televisiva a Biagi, riprodotta su “La Repubblica”, sostiene: “Sindona ha venduto a Cavallo dei documenti”, e ignora l’esistenza delle lettere, che spuntano a Londra nel 1983, dopo i suoi contatti con i magistrati che “stralciano” Gelli dal processo. Gelli, il personaggio che ha incassato oltre cento milioni di dollari da Calvi, tutti provenienti dalle casse del gruppo Ambrosiano. Gelli, il mediatore nella compravendita della villa di Sindona. Soltanto io, al processo, mi sono invano opposto a quell’ anomalo “stralcio”, che la vedova ha favorito evitando ogni contrapposizione con Gelli. Insistentemente interrogato dai magistrati Turone, Colombo e Viola nel 1981-82, il Roberto Calvi ha sempre escluso che l’avessi contattato, personalmente, per telefono, lettera, o per interposta persona.

La vedova Calvi non ha mai rivelato quando e da chi ha avuto le fotocopie delle lettere esibite a Londra nell’ottobre 1983. Io ho denunciato la vedova Calvi per falsa testimonianza. La denuncia non è mai stata discussa; la vedova ha rifiutato di presentarsi in Tribunale e dit rispondere alle contestazioni. L’unico “originale” è tutto sbrindellato; redatto con macchina da scrivere non mia, su carta da macero, con vecchia intestazione, priva dell’unico mio indirizzo e n di telefono di Parigi. Immediatamente dopo il “suicidio” di Sindona, spuntano il cosiddetto “originale” insieme ad una nuova fotocopia, nella quale si parla di Agnelli, in versione vedova Calvi. Originale e fotocopie vengono esibiti alla televisione, con Carboni e Pisanò nella veste dei compratori-rivenditori della borsa dell’impiccato. Nessuno ha mosso un dito per far arrestare i ladri, ricettatori, assassini, o complici di mandanti, interessati a divulgare carte false dalla TV in ore di massimo ascolto. Anche la vedova e il figlio Calvi, così ansiosi di individuare i killers del marito’ non prendono alcuna iniziativa per mettere Carboni, Gelli, Pisanò & C. con le spalle al muro.

Dalle tonnellate di documenti dei processi Sindona e Calvi, e dalle risposte iscritte nei verbali degli interrogatori dei due banchieri, risulta che io non ho mai avuto somme di denaro né da Sindona, né da Calvi, né da loro collaboratori. Risultano, invece, alcune migliaia di pagamenti - per complessivi cento e più miliardi di lire - a editori, giornalisti, magistrati, funzionari dello Stato, esponenti del PCI e dei partiti di governo.

Gelli, non a caso, è stato stralciato dal processo Sindona/Ambrosoli dallo stesso magistrato che - rivela la Calvi nel “Memoriale” - l’ha informata d’una finta compravendita di una villa, e l’ha accreditata come “parte civile”. La “vedova del gangster” (come l’aveva definita Giorgio Bocca su “La Repubblica”) è stata processualmente elevata alla stessa dignità della vedova Ambrosoli, per motivi di giustizia tuttora da chiarire.

La vedova detiene un immenso patrimonio frutto delle appropriazioni indebite del marito, ma’non è stata inclusa nel processo per ld bancarotta fraudolenta. Ben poco hanno fatto i magistrati per rimettere quei capitali a disposizione dei creditori e dei piccoli azionisti che tanta fiducia avevano riposto non soltanto in Calvi, ma anche nelle Autorità di Vigilanza. Fiducia tradita. Giorgio Bocca a pag. 17 del n 13 di “Esquire” scrive: “Gelli fa incontrare i due (Calvi e Sindona)... Calvi sborsa... e si torna amici. Ma la campagna diffamatoria ha avuto effetti devastanti”. Come può Bocca definire “diffamatoria” una campagna fondata unicamente su documenti veri? Devastanti saranno state le astronomiche sottrazioni di capitali di Calvi e dei suoi eredi, nonchè le conseguenze della bancarotta e della mancata Vigilanza.

f.to Luigi Cavallo