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1992 11 27 * Europeo * Tutti in fila dietro il pifferaio magico * Luigi Irdi

Convince Bossi ad allearsi con Segni. Convince Amato a scarcerare i drogati. Dopo aver convinto tutti a eleggere Scalfaro. A cavallo tra il vecchio sistema dei partiti e i nuovi trasversali, Marco Pannella è diventato il vero demiurgo della politica italiana, capace di salvare il Palazzo che crolla. Eppure, proprio ora che è giunto all’apoteosi e potrebbe fare il ministro, vuole mollare tutto. Ma fa sul serio o è soltanto il suo ennesimo bluff?

“Se entro 15 settimane, di qui al congresso di febbraio, non spuntano 30 mila iscritti al Partito radicale, questa volta chiudiamo e io me ne vado per sempre. Non ho mai detto una cosa sul serio senza poi farla”. Firmato, Marco Pannella.

Dirà il vasto popolo: e chi ci crede? Ci risiamo col tormentone dei radicali che scompaiono, e sembra già di vederlo, strizzato dall’adrenalina dell’ultimatum, l’esercito di Pannella disseminato per le città e i borghi a chiedere iscrizioni per salvare il panda radicale in estinzione. Quanto a Pannella, con tutta la buona volontà, chi ce lo vede all’ospizio a giocare a scopetta?

Se Pannella, come i grandi campioni, aspettava l’apice della sua parabola per annunciare il ritiro, mai momento fu più propizio. La vita politica italiana è intrisa di Marco Pannella in tutte le sue pieghe. I giornali grondano interviste a Marco Pannella. Le televisioni di ogni razza se lo contendono. Ogni stormir di fronde da piazza Montecitorio in là è attribuito al suo diabolico genio tattico-politico. Se il capo della Lega Lombarda Umberto Bossi si schiera a favore della riforma elettorale uninominale, sposando (come ha fatto una settimana fa) le tesi di Mario Segni, Giorgio La Malfa e Claudio Martelli, nessuno dubita che ci sia lo zampino di Pannella.

A Palazzo Chigi, dopo la pace stipulata con il presidente Giuliano Amato, Pannella è di casa. Chiunque lo veda solcare il Transatlantico di Montecitorio tra nuvole di fumo azzurrino non può non chiedersi: cosa farà adesso? Gli daranno un ministero e un’auto blu nel prossimo governo, o lo spediranno a Bruxelles come commissario Cee per l’Italia?

“Un sincero democratico, profondamente coerente. Sono stato io il primo a proporre la sua ascesa al governo, nel primo ministero di Ciriaco De Mita”, ricorda l’ex segretario socialdemocratico Antonio Cariglia. “Pannella vive oggi un momento di eccezionale coinvolgimento nella vita istituzionale del Paese. Occupa, con la solita abilità, spazi che altri trascurano. Al governo? Se fa conferenze stampa sottobraccio a Giuliano Amato, siamo vicini”, dice il deputato socialista Valdo Spini. “Cane da guardia del regime”, lo ha liquidato il numero due del Pds Massimo D’Alema. “Gregario di Giuliano Amato”, ha corretto il numero uno Achille Occhetto. “Un grande generale senza esercito. Napoleone nudo”, ha detto di lui Umberto Bossi. “Un patriota”, ha dichiarato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fabio Fabbri.

Apoteosi? Non sarà certo un posto di ministro o di commissario alla Cee a celebrare il trionfo di un uomo che, il trionfo, se lo è già celebrato da sé. “Si chiama Marco Pannella, ha fondato la lista elettorale Pannella, ha lanciato i “Club Pannella”, poco manca che costruisca una strada e la chiami Pannella Avenue, per farne il centro di Pannellopoli. Più celebrazione di così, cosa si pretende?”, maligna un anonimo deputato democristiano.

Marco Pannella è oggi, per motteggiare una famosa cronaca del Giro d’Italia, “un uomo solo al comando”. Solo, lo è di sicuro. Al comando di se stesso anche. Ma, contrariamente a ciò che è stato in passato, ha perso il monopolio della “diversità” nel mondo politico italiano. Se lo è fatto portar via da nuove figure come il leader referendario Mario Segni, il democristiano diverso, o da Umberto Bossi, il leghista alieno.

“Questo è il punto”, si morde le mani Mauro Mellini, uno dei fondatori del Partito radicale, (ora lontano miglia e miglia dalle scelte di Pannella e autore di un fresco pamphlet sul Pr, Il partito che non c’era; “Nel crollo dei grandi partiti ideologici, cristiano e comunista, con il trionfo dell’idea democratico liberale, Pannella e i radicali potevano diventare il cuore di una grande alternativa politica laica. A un passo dalla realizzazione di questo progetto, Pannella ha buttato tutto a mare”.

Non che ci sia da meravigliarsi. Nessuno come Pannella, sul proscenio politico italiano, è perseguitato da un oscuro “cupio dissolvi”. Quando il grande successo è a portata di mano, appena la corona gli si posa sul capo, ecco che subentra il disgusto del risultato, la noia dell’ovvietà e forse un misterioso ribrezzo per l’azione politica organizzata. Insiste, duro, Mellini: “E’ per questo che piace tanto a Bettino Craxi o a Giuliano Amato. E’ una classe politica abituata ad apprezzare la tattica e la furbizia, non la strategia. Pannella oggi spende solo la credibilità di un partito che non esiste più”.

Che la fragorosa celebrazione politica di Marco Pannella coincida con la dissoluzione del vecchio Partito radicale, è un dato indiscutibile. Osserva con qualche cinismo un deputato socialista, fedelissimo di Bettino Craxi: “Marco è stato molto più previdente di Bettino. Ha fatto fuori tutti i suoi prima che gli si rivoltassero contro. Craxi, invece, ora se la deve vedere con i ribelli”.

Alla eliminazione dell’intero ceto politico radicale, Marco Pannella ha invece cominciato a lavorare almeno quattro anni fa. Nel 1988, a Bologna, lanciò l’idea del “partito transnazionale”, una forza politica senza frontiere che oggi raccoglie iscritti in Uzbekistan come in Moldavia. “Ma cos’è, questa roba, il Cacao Meravigliao?”, si chiese allora Enzo Tortora, uomo simbolo della mobilitazione radicale contro le prepotenze della giustizia.

Poi con una serie di scontri personali con quasi tutti i compagni di strada di tanti anni. Da Massimo Teodori, protagonista di memorabili battaglie contro la P2 e Giulio Andreotti, a Francesco Rutelli, spinto verso l’universo verde. Da Mauro Mellini all’ex segretario Giovanni Negri, dall’ex tesoriere del partito Peppino Calderisi, ad Adelaide Aglietta, a Franco Corleone allo stesso Enzo Tortora. Con il presentatore televisivo litigò furiosamente quando Tortora, assolto dalle accuse di collusione con la camorra napoletana, volle tornare alle sue trasmissioni alla Rai Tv. “Devi andare alla Fininvest con Berlusconi”, gli intimò Pannella. “Voglio tornare lì dove ho lasciato”, replicò Tortora, e fu la rottura.

Ma lo scontro più clamoroso e anche più silenzioso è stato quello con il suo sodale di sempre, Gianfranco Spadaccia. Ex senatore radicale (ora tornato al giornalismo), Spadaccia ha preso carta e penna nel luglio del ‘91 per stendere due righe ghiacciate: “Sono convinto che, almeno per quanto mi riguarda, non esistono le condizioni soggettive (personali e interpersonali) e oggettive (di praticabilità della lotta politica), perché un impegno politico sia produttivo e non illusorio. Mi dimetto da tutto”. Un gesto per Spadaccia doloroso e di cui Marco Pannella non ha mai voluto discutere tra i suoi.

“Spadaccia, come altri, ha lasciato il campo quando ha capito che ormai Pannella voleva giocare la sua partita completamente da solo”, spiega chi gli è vicino. Era l’inizio del ‘92 e Spadaccia partecipava a una riunione, nella villa sulla via Aurelia di Massimo Severo Giannini, con lo stesso Giannini, Giovanni Negri, lo storico Ernesto Galli della Loggia, Massimo Teodori, Peppino Calderisi e Marco Pannella. Scopo della riunione: offrire a Pannella un’alleanza elettorale per la consultazione di aprile, riunire sotto un unico simbolo le forze “referendarie” e il patrimonio storico laico democratico-radicale.

Pannella cincischiò e Spadaccia capì che ormai il suo vecchio amico aveva deciso di presentare una sua lista personale, la lista Pannella. “Se andiamo avanti, finisce che mi tocca litigare con Marco. E io, a 60 anni, non me la sento. Meglio andarsene”. Commenta Peppino Calderisi: “Non bisogna mai dimenticare i risultati straordinari raggiunti dal Partito radicale di Pannella. Se solo si pensa all’invenzione del termine ‘partitocrazia’…Oggi è sulla bocca di tutti, ma dieci anni fa lo diceva solo lui. Poi, Marco ha scelto la via della personalizzazione e ha disperso un grande patrimonio. Il Partito radicale, come soggetto collettivo, è stato distrutto”.

Così oggi Marco Pannella amministra un’orchestra di cui egli stesso è direttore, primo violino, controfagotto e percussionista. In gestione straordinaria da quattro anni, ciò che resta del Partito radicale va avanti con il grande leader e i fedelissimi rimasti in campo: il segretario Sergio Stanzani, Emma Bonino, Roberto Cicciomessere e il tesoriere Paolo Vigevano. L’intera struttura ruota intorno al motore turbo di Pannella, in una curiosa commistione tra Partito radicale transnazionale e Lista Pannella.

Radio radicale, storica emittente del partito, rappresenta bene la definitiva identificazione del Pr con il suo capo. In versione “double face”, essa è contemporaneamente considerata un “servizio pubblico” (attributo in virtù del quale ha incassato la bellezza di 20 miliardi di finanziamento statale in tre anni) ed è anche l’organo ufficiale della Lista Pannella (e quindi incassa altri sei miliardi all’anno come organo di partito). Ci si può chiedere: come si fa a essere servizio pubblico e al tempo stesso organo di partito? E proprio a essere spietati: è normale autolottizzare un servizio pubblico e marciare, come ha fatto Pannella domenica 4 ottobre, contro la lottizzatissima Rai Tv?

Pannella superstar, è dir poco. Mentre l’arrugginita politica tradizionale si chiede ormai apertamente cosa fare di lui (ministro? sottosegretario? commissario Cee?), eccolo che lancia la sfida suprema con se stesso. Andarsene, sparire, abbandonare una scena che per trent’anni lo ha di volta in volta demonizzato e glorificato.