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2000 * ASI, ARCHIVIO STORICO DELL'INFORMAZIONE - QUADERNI DI ANALISI DELL'INFORMAZIONE * La Galassia G2: 112 brani * Floriano De Angeli (a cura di)ASI • ARCHIVIO STORICO DELL'INFORMAZIONE

QUADERNI DI ANALISI DELL'INFORMAZIONE

La Galassia G2: 112 brani

A cura di Floriano De Angeli

1. Introduzione

Governi nazionali controllati dalle entità finanziarie
Chiara Valentini - L’Espresso, 6 marzo 1997

«Sono convinta di quel che vedo con i miei occhi e sento con le mie orecchie. La mondializzazione esiste e i poteri economici se ne sono impadroniti. I governi nazionali contano sempre meno, sono sempre più condizionati e controllati dalle organizzazioni supernazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale o l’Ocse, nuovi poteri forti della nostra epoca.»

«Oggi è impossibile parlare di politica, o anche di quel che sta succedendo nel mondo se non si parte dagli aspetti economici. Credo che se Shakespeare vivesse ai nostri giorni si occuperebbe anche lui di economia perché è questo il nuovo volto del potere. Tutto quel che avviene di più segreto e che determina i nostri destini attiene al campo economico. Dunque non si può pretendere che sia solo qualche specialista a cercare di vederci chiaro.» (Intervista a Viviane Forrester)

Oltre ai Brani classificati in questo Argomento, vedere, al riguardo, anche i Brani n. 62, 63, 64, 65, 66, 67

2. Introduzione

Nazioni senza ricchezze, ricchezze senza nazioni
Giulio Tremonti
Nazioni senza ricchezze, ricchezze senza nazioni - Il Mulino, 1993

Ciò che in specie si avverte è che, per la prima volta nella storia finanziaria, certo per la prima volta in questo secolo, si manifesta in Europa, con la formazione di un mercato sovranazionale la scissione fra elementi finora storicamente e saldamente connessi, come gli Stati e le imposte: le strutture politiche ed amministrative restano infatti invariabilmente domestiche, i flussi di ricchezza si diffondono invece progressivamente fuori dalle gabbie istituzionali di origine. Si rompe o si riduce perciò fortemente il rapporto di forza, di fatto e di diritto, che consentiva a ciascuno Stato di applicare la regola: «uno Stato, un’imposta».

Questo processo può limitarsi ad erodere le basi nazionali e convenzionali del “no taxation without representation”, separando il sistema della rappresentanza politica dalla pienezza della titolarità del potere di imposizione (che viene drasticamente ridotto o trasferito fuori da ciascuno Stato).

Ma può anche “evolversi” nel tempo (è in specie fortemente sperabile che infine si evolva), fino alla creazione dei presupposti costituzionali di una nuova organizzazione politica sovranazionale.

Certo è che per la prima volta in termini di massa, nel senso di scelte possibili per milioni di famiglie e di imprese, si rovescia il rapporto convenzionale fra gli Stati e la ricchezza: come già notato, non sono più gli Stati che scelgono come tassare la ricchezza prodotta nel loro interno, ma è la ricchezza che sceglie gli Stati in cui essere tassata.

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3. Introduzione

Un futuro senza Stati
Francesco Galgano
Nazioni senza ricchezze, ricchezze senza nazioni - Il Mulino, 1993

Il futuro che si annuncia presenta questa disarticolazione: da un lato una società senza Stato: la “societas mercatorum”, o “business community”, retta dalla nuova “lex mercatoria”, che consolida le sue dimensioni planetarie, accentrando in sé le funzioni di normazione e, con le camere arbitrali internazionali, le funzioni di gustizia; dall’altro la moltitudine delle società nazionali, e anzi una loro moltitudine crescente, organizzate a Stato, portatrici di quegli interni interessi che non trovano rappresentanza nella “societas mercatoria”, ma progressivamente esautorate delle funzioni normative e di giurisdizione, oltre che di controllo dei flussi di ricchezza.

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4. Introduzione

La profezia di Goethe
Giulio Tremonti
Nazioni senza ricchezze, ricchezze senza nazioni - Il Mulino, 1993

Si è avverata un’altra profezia, la profezia di Goethe sulla forza illimitata del denaro. I “biglietti alati” volano più in alto di quel che la fantasia umana possa immaginare: «la fantasia, nel suo più alto volo, si affatica solamente e non quanto basti». La caduta del valore dei beni materiali, la dematerializzazione della ricchezza e, di riflesso, la sua trasformazione in “finanza” hanno infatti spezzato la catena politica fondamentale: Stato, territorio, ricchezza. Tutto ciò si è verificato per questa ragione: come si è già notato, la moneta ed i suoi derivati non circolano perchè hanno valore, “ma hanno valore perchè circolano” e per questo non possono essere forzosamente legati al territorio politico dello Stato in cui si sono formati. In specie, non possono esservi fissati con regimi di monopolio che, proprio con il fissarli, ne distruggerebbero il valore.

Di riflesso, lo spostamento della ricchezza “fuori” dagli Stati impoverisce le funzioni statali classiche. Nella repubblica internazionale del denaro la moneta è, infatti, supernazionale (per ora, è il dollaro), la giustizia è quella privata degli arbitrati, le tasse tendono infine a degradare nell’evanescenza. Il fenomeno è, per noi che stiamo in una penisola ed abbiamo una storia relativamente domestica, meno evidente che altrove, ma non è per questo meno imminente e meno importante. Ciò che qui, in specie, si vuole sostenere è che lo sgretolamento degli stati nazionali porta con sé l’esigenza di un cambiamento radicale della nostra sfera politica: la può impoverire, ma la può anche enormemente arricchire.

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5. Introduzione

Finanza senza controllo
Giulio Tremonti
Nazioni senza ricchezze, ricchezze senza nazioni - Il Mulino, 1993

Ora una società domestica - ad esempio, una società italiana - può liberamente clonare una società estera - ad esempio, una società lussemburghese - trasferendole tutti i suoi “assets” finanziari.

In questo modo, società e contabilità restano di qua, mentre la liquidità va di là. è vero che si deve allegare al bilancio della società italiana il bilancio della società controllata estera, ma si capisce che qualcosa di “material” è cambiato: in questo modo, infatti, attività e passività, profitti e perdite, si distruggono e si creano in ambienti economici e giuridici che non sono più seriamente controllati da parte dell’amministrazione finanziaria dello Stato di origine.

Come dice il nome stesso, la liquidità può essere facilmente travasata e poi assorbita chi sa dove.

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6. Introduzione

Oligarchie transnazionali
Maurizio Blondet
Complotti 1 - Il Minotauro, 1995

Sappiamo - e lo mostreremo in queste pagine - che ciò che chiamiamo “Complotto” faute de mieux, prendendo a prestito l’espressione usata per screditare il fenomeno che scandagliamo, è - prima che un “Progetto” - una “Cultura”, una visione del mondo. Che si è formata negli ultimi tre secoli, s’è nutrita di filosofie oligarchiche e messianismi iniziatici.

Una mentalità condivisa in precisi centri del potere internazionali, che conduce al segreto meno per deliberato proposito, che per disprezzo aristocratico della “massa”: lorsignori, chiunque siano, non hanno bisogno di esporre i loro progetti al consenso del pubblico, e meno ancora al voto democratico.

Sappiamo - e lo vedremo - che quei centri di potere si riuniscono anche in vere società segrete, in consessi da cui è esclusa la stampa; ma il segreto del disegno, del “Nuovo Ordine Mondiale” che viene filato in quelle officine, è soprattutto protetto dalla sua stessa complicazione; dalle sue ramificazioni; dalla sua paurosa estensione nello spazio e nel tempo. Per la sua pluriforme vastità, la storia non può essere raccontata per intero da un uomo solo.

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7. Introduzione

Pasolini e i veri poteri
Pierpaolo Pasolini - Corriere della Sera, 24 giugno 1974

Non so in che cosa consista questo nuovo potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’é. Non lo riconosco nel Vaticano, nè nei potenti democristiani, nè nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non é più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un "tutto" (industrializzazione totale) e, per di più, come "tutto non italiano" (trasnazionale).

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8. Introduzione

Servizi segreti “deviati”
l’Unità - 3 novembre 1993

«è fuorviante parlare dei servizi segreti deviati». L’affermazione è del sociologo Giuseppe De Lutiis, principale studioso italiano di 007. Nella prefazione al libro “I Mandanti” (Editori Riuniti) di Gianni Cipriani, giornalista de “L’Unità”, il professore De Lutiis spiega: «I servizi segreti italiani possono essere deviati rispetto alla Costituzione, al Codice penale e allo stesso stato di diritto, ma non rispetto ad ordini che essi certamente hanno ricevuto da catene di comando forse internazionali, ma secondo il sociologo «man mano che in Italia la democrazia formale ha cercato faticosamente di farsi sostanziale, i luoghi decisionali del potere reale sono sempre più occulti.

La P2 - sostiene ancora De Lutiis - è insieme lo strumento e il prodotto di questo processo. Non ha alcun senso, dunque, parlare di deviazione “dalla” massoneria, semmai deviazione “della” massoneria».

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9. Introduzione

Finanza transnazionale
la Repubblica - 6 settembre 1991

«Gruppi finanziari internazionali gestiscono con coperture insospettabili il traffico di armi e di droga. La loro potenza è straordinaria, influisce sulle scelte e sulla vita politica di vari Paesi. Negli Stati Uniti esistono istituti bancari che hanno il solo scopo di gestire questi traffici illeciti. Dietro si nascondono personaggi assolutamente insospettabili».

Accuse molto pesanti, quelle lanciate dal sostituto procuratore della Repubblica di Palermo Alberto Di Pisa.

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10. Introduzione

Sica e l’intelligence privata
Sandra Bonsanti
la Repubblica - 2 marzo 1989

«Credo che esista un’organizzazione, composta da pochi uomini che sono in grado di ricattare molte persone. Sono più potenti dei servizi di sicurezza». «Credo che da dieci, quindici anni, funzioni in Italia un’organizzazione che assomiglia ad una vera e propria agenzia, composta da un numero limitato di persone in grado di gestire le grandi linee del crimine. Un’agenzia, dunque, ricca di elementi di informazione, con i quali si può influire su ambiti diversi, ad ogni livello».

Dice ancora Sica: «La destra? La destra è stata adoperata, erano facilmente utilizzabili». E i servizi segreti? «Possono esser stati adoperati anch’essi». L’organizzazione allora è più forte dei servizi? «Sì». Il prefetto spiega che la forza deriva dal grado di conoscenza. Dalla possibilità di influire sugli altri. Chi non conosce, può solo essere influenzato». Sica fa qualche esempio. Ricorda, fra l’altro, che è stata una stessa organizzazione a fornire uguali documenti a Pippo Calò, grande “cassiere” della mafia, condannato all’ergastolo a Firenze per la strage sul treno 904, a un terrorista rosso e a un terrorista dell’Olp.

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11. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

La Banca d’Italia e le gravi irregolarità di Mediobanca
Giano Accame
Il Sabato - 25 aprile 1992

Ben altri sfondi emergono dal libro di Tamburini (“Un siciliano a Milano”, Longanesi) e sono appunto quelli di cui si è occupata la vigilanza della Banca d’Italia quando Paolo Baffi ne fu governatore. Anche Baffi era stato vicino al Partito d’Azione, ma ciò non implicava in un uomo talmente rigoroso alcun vincolo di complicità settaria. E mentre Guido Carli aveva sempre chiuso entrambi gli occhi sulla gestione di Mediobanca, ottenendone in cambio un ufficio presso la Comifer appena terminò il suo incarico di governo, Baffi volle che anche su Mediobanca la vigilanza svolgesse i suoi compiti. Dalle ispezioni condotte fra il 1976 e il 1978 sotto la guida di Vincenzo De Sario risultarono delle anomalie che Tamburini così riassume: «1) L’assoluta irrilevanza del consiglio d’amministrazione, del comitato esecutivo e del collegio sindacale; 2) la concentrazione elevata dei rischi aziendali; 3) l’inadeguatezza dell’organizzazione contabile; 4) la mancanza di chiarezza e di precisione dei bilanci; 5) le irregolarità derivanti dalle attività di una parte delle controllate».

Le osservazioni di una gestione verticistica di Mediobanca e le sue eccessive esposizioni presso pochi grandi clienti si saldarono con l’aggravante di una contabilità fra le cui pieghe accertarono «l’esistenza di voci fittizie, retribuzioni in nero al personale, compensi pagati a consulenti e fornitori senza che risultassero nei conti ufficiali». Anche la magistratura e la Guardia di Finanza, che svolse con molto impegno i suoi compiti con l’allora capitano Luigi Magistro ed il tenente Dario Romagnoli, si occuparono più volte di fondi neri, aggiramenti fiscali e valutari, misteriose vendite d’oro e un curioso giro di assegni intestati ad un personaggio inesistente, Cesare Bianchi, in cui furono coinvolti e poi assolti lo stesso Cuccia, sua moglie, la moglie dell’attuale amministratore delegato Vincenzo Maranghi, Silvio Sarteri e altri dirigenti dell’istituto. L’unico a cui fu addossata qualche colpa fu il capo contabile Battista Selva. Mediobanca, eccependo anche la modesta entità delle scorrettezze per cui era imputata, è sempre uscita indenne dalle disavventure giudiziarie. Ma non giovano al suo prestigio la figura da ladro di polli a cui Cuccia si è esposto incassando gli assegni intestati al fantasma di Cesare Bianchi.

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12. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Falsi in bilancio: nella Galassia, una prassi abituale
Andrea Di Stefano
il Manifesto - 22 aprile 1992

Giovanni Agnelli (senior) “il senatore” fu costretto a dimettersi dalla presidenza della Fiat perchè sotto inchiesta per aggiotaggio. Enrico Cuccia finì sul banco degli accusati per una prassi che tuttora ritiene lecita: occultare alcune partecipazioni in società straniere e fare fondi neri a destra e a manca. Giuseppe Cabassi, “il sabiunat” fu condannato a quasi tre anni di reclusione per falso in bilancio. Sarà a causa del cannibalismo del capitale, ma è indubbio che anche in aule di tribunale e falsi in bilancio la finanza italiana detiene uno dei suoi pochi invidiabili primati.

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13. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

I fondi neri della Montedison
Andrea Di Stefano
il Manifesto - 22 aprile 1992

La storia giudiziaria della finanza italiana del dopoguerra passa quasi interamente per un luogo fisico: le stanze di via Filodrammatici dove Enrico Cuccia ha costruito il potere delle grandi famiglie e insieme il suo. Il banchiere di Mediobanca compare in quasi tutti i grandi scandali che hanno segnato le battaglie di potere, dagli anni Ô60 ai giorni nostri. Si può partire dall’assalto di Cefis alla Montedison di Giorgio Valerio.

La deposizione di Giampiero Cavalli, “braccio armato” del presidente di Foro Buonaparte, al giudice istruttore che indagava sulle tumultuose vicende della società chimica si commenta da sola: «quando la mano pubblica intervenne nel sindacato azionisti Montedison attraverso l’Eni vi furono delle riunioni a seguito delle quali fu lasciata a Valerio una certa autonomia nella gestione dei “fondi neri”. Presenti a tali riunioni vi furono, oltre a Valerio, Cefis e Girotti per l’Eni, Petrilli e Modugno per l’Iri e poi Pirelli, Agnelli, Torchiani e Cuccia. Vi furono accese discussioni perchè Valerio sosteneva che non poteva rivelare la destinazione dei fondi neri senza favorire l’Eni, diretto concorrente della Montedison; alla fine riconobbero che Valerio poteva disporre in piena autonomia di una giusta quota di fondi neri». Il processo Montedison, ovviamente, nonostante la gravità delle affermazioni fatte ai magistrati da Valerio e Cavalli, si sono concluse con un nulla di fatto.

Cesare Merzagora, in un articolo pubblicato da “Panorama” poco dopo la morte di Valerio, riassunse così il clima di quegli anni: «Il processo Montedison, scandalosamente, dopo dieci anni (come del resto era nelle speranze di molti) non è ancora stato celebrato e io non ho potuto chiedere a Valerio se l’attrezzatura di intercettazioni telefoniche alle mie spalle era opera sua o di Cefis. Un chiarimento che non potrò più avere». “Fondi neri” e “intercettazioni telefoniche”, di scandalo in scandalo, sono rimaste come patrimonio ineliminabile, donato dall’alta finanza al paese tutto.

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14. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Il conto “Pivot” e le frodi valutarie
Autori vari
Black Money
Biblioteca e Centro Documentazione Mafia Connection, febbraio 1997

«Io seppi che in Fiat esisteva un sistema contabile, denominato “Pivot”, che raggruppava per quegli anni “grassi” tutte le operazioni di ricchezza esportata e collocata all’estero, per il tramite di variazioni sulle fatturazioni. Per farci un’idea delle somme che venivano così accantonate, dichiaro che si parlava di qualche centinaio di miliardi all’anno».

(Interrogatorio del 7 marzo 1995, alla Procura della Repubblica di Torino di Clemente Signoroni, ex direttore centrale Fiat auto, successivamente responsabile “pianificazione e controllo” Fiat spa)

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15. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Il “tesoretto” della Fiat, a Lugano
la Repubblica - 23 gennaio 1997

Oltre 110 miliardi, «provento di economie di cui non è stata ricostruita la dinamica», affluiti sul solo conto Sacisa, il «tesoretto» di Lugano, dall’85 al Ô93. E poi «un deflusso di circa 63 miliardi a favore di economie e causali ignote»: denaro uscito da quel conto a disposizione di un’unica società, la Cogefar Impresit. Ci sono anche queste somme, relative ai fondi extrabilancio della Fiat, nella requisitoria che il pm Gian Giacomo Sandrelli ha cominciato ieri all’udienza del processo con rito abbreviato che vede come imputati Cesare Romiti, presidente del gruppo, e Francesco Paolo Mattioli, direttore centrale. Tutti e due sono accusati di reati che vanno dal falso in bilancio al finanziamento illecito.

Quello che viene definito il «buio contabile» della Fiat. Un «buio», peraltro, sul quale non è stato possibile fare compiutamente luce. E qui Sandrelli ha citato il caso di un altro conto Sacisa, aperto presso la Banca del Gottardo, sul quale transitò e poi sparì misteriosamente una somma di circa 9 miliardi. Nessun dubbio per i pm, che la Fiat abbia commesso i falsi in bilancio. E nessun dubbio che il bilancio consolidato di un gruppo debba riportare tutti i dati contabili.

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16. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Falsificare i bilanci: una prassi consolidata in Fiat
Michele Gambino
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Un terzo imprevisto si verifica nei primi mesi del 1994. In Procura cominciano ad arrivare lettere anonime dettagliatissime, a volte addirittura dei documenti riservatissimi, che mettono i magistrati sulle tracce dei pagamenti in “nero” a favore dei manager Fiat, Romiti compreso. I soldi vengono depositati in Svizzera e prelevati o dagli interessati o da “spalloni” appositamente arruolati. Una prassi consolidata, che fa uscire ogni mese, dalle casse dell’azienda, buste da 2-300 milioni esentasse. Sembra di vederlo l’oscuro Fantozzi che da qualche ufficetto buio del palazzone Fiat si prende le sue vendette sui caporioni da trenta milioni al mese. Ma qualcuno, dietro gli anonimi, vede il riflesso di una guerra tra i vertici del gruppo. Comunque sia, Romiti finisce indagato anche per frode e falso in bilancio.

E viene fuori, tra l’altro, la prassi dei “regali” a giornalisti e sindacalisti, di cui parla l’ex amministratore delegato Vittorio Ghidella. L’inchiesta dura due anni. Vengono ascoltati più di cento testimoni, quasi tutti uomini Fiat, e molti di loro confermano le prassi illegali, e il ruolo attivo di Romiti e Mattioli. Il 7 dicembre del 1995 viene chiesto il rinvio a giudizio per il numero due e il numero tre dell’azienda torinese. è stato accertato che in Fiat esisteva una vera e propria contabilità parallela, con sede centrale in Svizzera e diramazioni negli altri paradisi fiscali.

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17. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Romiti: falsi nel caso Gemina/Fabbri
la Repubblica - 8 marzo 1997

La Guardia di finanza chiede alla Procura di interrogare Cesare Romiti su uno dei passaggi più critici dell’inchiesta sui falsi in bilancio di Gemina e Rizzoli-Corriere della Sera: l’acquisto da parte di Rcs nel 1990 del Gruppo editoriale Fabbri, un’operazione destinata a trasformare in voragine il buco nei bilanci della società controllata da Gemina. La richiesta di interrogatorio per l’attuale presidente della Fiat è contenuta nel rapporto finale sulla vicenda Fabbri con cui, martedì scorso, la Guardia di finanza ha chiuso le indagini denunciando per falso in bilancio aggravato undici top manager del gruppo con in testa l’ex vicepresidente di Gemina Francesco Paolo Mattioli, che nel rapporto viene definito «amministratore occulto» di Rcs. Vengono denunciati tra gli altri Giorgio Fattori, ex presidente di Rcs, Lorenzo Folio, Giovanni Cobolli Gigli, Alberto Donati, Gianni Vallardi. I reati di falso in bilancio si sarebbero perfezionati in due distinti momenti. Una prima volta quando, nel bilancio 1990 di Rcs, venne «nascosta fraudolentemente la situazione patrimoniale del gruppo Editoriale Fabbri» che era stato acquisito dalla Ifi (cioè dal gruppo Fiat). Una seconda volta nel giugno 1994 quando nelle semestrali di Gemina e di Rcs i rispettivi amministratori avrebbero «esposto fraudolentemente fatti non rispondenti al vero» sullo stato delle società, in particolare nascondendo l’incidenza del buco della Fabbri.

Il passaggio più interessante, in questi capi d’accusa, è probabilmente quello in cui si imputa a Mattioli e agli altri indagati di avere mentito agli azionisti sul reale motivo dell’acquisizione della Fabbri. Una scelta - come ha già spiegato Alberto Donati, ex direttore generale di Rcs - che in azienda destò qualche stupore, visto che esistevano già avanzate trattative per rilevare invece la De Agostini. Chi prese quella decisione, destinata ad avere conseguenze tanto pesanti? Proprio su questo tema, secondo la Guardia di finanza, andrebbe interrogato Romiti. In più di una testimonianza, infatti, si afferma che Romiti era al corrente dell’operazione Fabbri.

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18. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Correlazioni tra i fondi neri di Fiat, Gemina e Mediobanca
Fabio Tamburini
Affari e Finanza, la Repubblica - 27 maggio 1996

Grazie all’articolo 2621 la procura di Torino è riuscita nell’impresa d’inchiodare l’intero gruppo dirigente Fiat. E ora, in stretta collaborazione con i magistrati milanesi, Francesco Greco e Carlo Nocerino, sta procedendo per verificare un sospetto clamoroso che emerge con chiarezza dagli atti fin qui raccolti dagli inquirenti: la matrice di una parte dei fondi neri del gruppo, l’intero sistema delle società off shore create nei «paradisi fiscali» risulta in buona parte coincidente con quello costruito intorno alla Gemina, l’ex «salotto buono» del capitalismo italiano, la finanziaria che ha come azionista di riferimento Mediobanca.

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19. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

La Kpmg esamina i rapporti Fiat/Gemina/Mediobanca
la Repubblica - 21 novembre 1996

La resistenza di Gemina al pressing della Consob ha prodotto un primo risultato: il rapporto della Kpmg è disponibile nella versione decriptata «ad eccezione delle parti terze non bancarie». Il documento firmato dalla Kpmg esamina transazioni effettuate «da cinque filiali di Gemina amministrate dall’organizzazione Fiat e da personale Gemina di stanza a Lugano». Si tratta di Gemina overseas limited di Georgetown (Gran Cayman Islands), della Gemint di Curacao (Antille olandesi), della Gemina services di Lugano, della Gecama international holding e della Velcafra di Amsterdam (Olanda). Nella lunga introduzione al documento emerge tra l’altro un dato che risulta anche dall’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano: lo stretto legame tra Gemina e Fiat. Quest’ultima è tra i maggiori azionisti della finanziaria a fianco di Mediobanca e tramite la International holding Fiat Ihf controlla due banche che hanno operato con Gemina, la Buc di Lugano e la Overseas union bank and trust di Nassau, Bahamas. «La documentazione relativa alle cinque società Gemina ci è stata messa a disposizione dall’organizzazione Fiat di Lugano», che teneva «contabilità e bilanci annuali, dossier delle operazioni, estratti conti bancari, dossier di corrispondenza, documentazione societaria».

In particolare se ne occupava il personale della International holding Fiat, guidata dall’amministratore delegato Giulio Merlani, principale collaboratore di Francesco Paolo Mattioli, ex vicepresidente di Gemina e responsabile della finanza Fiat. I revisori, inoltre, chiariscono di non avere avuto «accesso ai libri contabili di nessuna delle diverse società che hanno percepito pagamenti dalle società luganesi di Gemina». Le operazioni radiografate dalla Kpmg riguardano affari per quasi 20 miliardi di lire e circa 2,6 milioni di dollari a un gran numero di società off-shore, il pagamento di 3,55 miliardi a una società estera del gruppo immobiliare di Pesenti, qualche altra operazione definita «non usuale» come il prelevamento di 204 milioni effettuato dall’ex direttore generale di Gemina, Felice Vitali.

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20. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Fondi neri alla Fiat
Giulio Tremonti
Nazioni senza ricchezze, ricchezze senza nazioni
Il Mulino, 1993

Cesare Romiti, dal prossimo marzo presidente della Fiat, nega tenacemente: «Non è assolutamente vero che la Fiat, come società per azioni, i vertici Fiat e il sottoscritto, nella sua veste di amministratore delegato della Fiat spa, abbiano mai concorso minimamente a erogazioni di denaro: queste sono avvenute solo per autonome decisioni delle singole società operative del gruppo Fiat, senza che il sottoscritto abbia mai influito su tali decisioni e ne sia mai stato solo a conoscenza prima che le stesse venissero assunte». Insomma sulle tangenti ai partiti il vertice della Fiat spa non sapeva nulla. Fra tanti dinieghi una sola concessione: «Quando Bettino Craxi afferma (nella memoria presentata alla Procura di Torino il 25 novembre ’93, ndr.) che la Fiat, intesa come gruppo di aziende, ha finanziato i partiti e in particolare pure il Psi, purtroppo debbo dire che la cosa è vera».

Come a dire che della scottante pratica-tangenti erano al corrente solo quelli che, dalla periferia dell’impero, si occupavano di automobili, trattori e altro. Non solo. Lui, il potente manager, non sapeva «assolutamente nulla», neanche del conto Sacisa (la cassa occulta della Fiat Impresit da cui sarebbero usciti 31 miliardi di fondi neri). «Né io né nessuno di Fiat spa ha dato disposizione di operare su quel conto», dichiara Romiti. E aggiunge che non gliene aveva parlato neanche il suo predecessore alla guida della capogruppo, Umberto Agnelli.

Allora è colpa sua? No, insiste Romiti anche il fratello dell’avvocato Agnelli «a mio parere e convincimento nulla sa al riguardo... ». I magistrati che indagano sui fondi neri Fiat (un centinaio di miliardi dall’84 al ’92) finiti a diversi leader politici sono invece convinti che l’amministratore delegato della Fiat non poteva ignorare le tangenti e lo scorso 6 dicembre hanno chiesto al gip di rinviarlo a giudizio.

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21. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

La Gemina e la Consob
Giulio Tremonti
Nazioni senza ricchezze, ricchezze senza nazioni
Il Mulino, 1993

La richiesta della Consob a Gemina è stata esplicita: fuori le carte. Gemina, sempre secondo la Consob, deve fornire spiegazioni chiare agli azionisti sulle responsabilità di chi ha prodotto oltre 800 miliardi di perdite e le iniziative che intende prendere per recuperare almeno una parte del maltolto. L’ultimo atto del pressing della Consob è una lettera datata 11 novembre, quella che fa riferimento a «perdite ingenti» e alla necessità, una volta per tutte, di «accertare le responsabilità». Non solo. L’invito è di mettere a disposizione degli azionisti una serie di documenti chiave tra i quali spiccano il rapporto Kpmg Fides sulle attività all’estero di Gemina nella versione integrale, quello della Reconta Ernst & Young sulle società che facevano capo alla Gemina capital markets e il parere dell’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti a supporto della congruità del fondo rischi ed oneri di Gemina al 30 giugno 1996.

Una prima conseguenza della sortita Consob, avvenuta mentre la Procura di Milano intensificava le indagini sull’ex presidente della Gemina, Giampiero Pesenti, e sui rapporti Fiat-Gemina, è stata la pubblicazione ieri di un annuncio a pagamento sul quotidiano Il Sole 24 Ore. L’annuncio ha informato gli azionisti della possibilità di prendere visione dei documenti presso la sede milanese del gruppo.

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22. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

Falsi in bilancio, le banche e la Santavaleria
Gianluca Di Feo
Corriere della Sera - 31 gennaio 1997

Blitz della procura nei confronti di Santavaleria, un tempo società di punta dell’impero di Gianni Varasi. Una mossa ordinata dai pubblici ministeri a tutela dei piccoli azionisti. E a dispetto del pool di banche guidato dalla Comit che aveva sottoscritto un accordo sul ripianamento dei debiti. Nel bilancio 1995 infatti è comparsa una voragine imprevista di 245 miliardi. Ieri mattina su ordine dei pm Luigi Orsi e Carlo Nocerino i militari del nucleo di polizia tributaria hanno perquisito la sede della finanziaria e quelle di altre due sigle già appartenenti al gruppo Varasi: la Paf e la Max Meyer. In più le Fiamme Gialle hanno setacciato gli uffici della Arthur Andersen, sequestrando la documentazione sulla revisione dei bilanci, già oggetto di un’ispezione della Consob. A sollecitare l’intervento dei magistrati è stato un gruppo di piccoli investitori, che hanno chiesto spiegazione sull’origine dei buchi, apparsi all’improvviso al posto di una serie di partecipazioni valutate oltre trecento miliardi. E hanno invocato un’azione che impedisca l’azzeramento del loro portafoglio.

I pm Orsi e Nocerino per prima cosa hanno domandato informazioni alla Consob. Dalla Commissione è arrivata una relazione interlocutoria sulla situazione. Ma i due sostituti procuratori - che si occupano già del crack Sasea, della vicenda Gemina e di quella Unipar - hanno ritenuto che esistessero gli elementi per formulare un’ipotesi di reato: è stato aperto un fascicolo per falso in bilancio nei confronti di amministratori ancora da identificare, e ieri è scattata l’operazione della polizia tributaria. L’analisi dei documenti sequestrati comincerà nei prossimi giorni, a partire dalle carte di lavoro dei revisori che nelle ultime inchieste si sono rivelate una miniera di notizie per gli investigatori.

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23. Falsificazioni dei bilanci e fondi neri

I fondi neri Iri e la Spafid
Enrico Bonerandi
la Repubblica - 17 ottobre 1984

Li avevano reinvestiti in titoli di Stato, Bot e Cct, un “parcheggio” sicuro, a interesse garantito. Una cinquantina di miliardi, un quinto circa della cifra complessiva sottratta ai bilanci della Scai e della Italstrade, sono stati messi sotto sequestro dai magistrati milanesi Colombo e De Ruggiero che stanno indagando sul nuovo scandalo che ha coinvolto l’industria di Stato.

I titoli sono custoditi in cassette di sicurezza presso quattro banche milanesi. Intestataria di queste quattro cassette è la Spafid, la fiduciaria di Mediobanca, ma i titoli sarebbero di proprietà di Sergio De Amicis, il presidente dell’Associazione società autostradali arrestato lunedì mattina a Roma insieme al presidente di Mediobanca, Fausto Calabria.

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24. Soci e risparmiatori depredati

Il saccheggio del patrimonio Ferruzzi 1
Geronimo (pseudonimo di Cirino Pomicino)
Strettamente riservato
Mondadori, maggio 2000

Il 2 giugno 1993 Banco di Roma, Credit, Comit e San Paolo all’improvviso congelarono tutti i fidi del gruppo, lasciandolo nello spazio di una mattinata senza più ossigeno. Carlo Sama e Arturo Ferruzzi si precipitarono da Antonio Maccanico, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Ciampi, chiedendogli di intervenire su Mediobanca, ma il tentativo fallì. Così come fallì l’intervento di Prodi e della Goldman Sachs, di cui Romano era consulente: la banca d’affari era stata attivata da Sama per un progetto alternativo, non appena era stato fiutato il clima ostile in via Filodrammatici. Troppo tardi, però.

La trappola, se così si può definire, era già scattata. Il 4 giugno la famiglia Ferruzzi capitolò firmando il mandato irrevocabile e senza condizione a Mediobanca per la ristrutturazione del gruppo. Poco meno di un anno dopo la Ferruzzi Finanziaria avrebbe conferito a Shell quegli stessi assetti chimici che erano stati negati nel maggio 1993. La famiglia Ferruzzi, intanto, era stata costretta ad uscire di scena: le forze che fin dall’inizio ne avevano contrastato l’ascesa erano i nuovi proprietari dell’impero costruito in tanti anni di fatica.

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25. Soci e risparmiatori depredati

Il saccheggio del patrimonio Ferruzzi 2
Fabio Tamburini
la Repubblica - 4 aprile 1996

Torna a riprendere quota l’inchiesta della magistratura di Ravenna sul caso Mediobanca-Ferruzzi. Ieri, per la prima volta da quando l’indagine è stata avviata, è stato chiamato in Procura il direttore centrale dell’istituto di via Filodrammatici, Gerardo Braggiotti. L’interrogatorio è durato circa tre ore, condotto dal sostituto procuratore Francesco Mauro Iacoviello, titolare dell’inchiesta sui fondi neri della Ferruzzi. Braggiotti, che era accompagnato dall’avvocato Oreste Dominioni, è accusato con il presidente onorario di Mediobanca, Enrico Cuccia, l’amministratore delegato Vincenzo Maranghi e l’altro direttore centrale, Maurizio Romiti, di concorso in false comunicazioni sociali. Nel corso della stessa inchiesta erano già stati sentiti da Iacoviello lo stesso Cuccia, Maranghi e i massimi esponenti delle principali banche.

Mediobanca è entrata nell’inchiesta sulla Ferruzzi sulla scorta delle deposizioni e dei memoriali di Roberto Magnani, l’ex direttore della Ferfin. L’amministratore delegato della Montedison, Carlo Sama, e il finanziere Sergio Cusani (che ha incassato una condanna pesante per le tangenti Enimont) hanno poi accusato i vertici dell’istituto di via Filodrammatici di avere taciuto per un lungo periodo il reale stato finanziario del gruppo Ferruzzi. Ufficialmente Mediobanca e le grandi banche sono entrate in scena nel giugno 1993. In realtà, secondo le rivelazioni e i documenti prodotti da Magnani, gli uomini di via Filodrammatici erano informati della situazione reale dei conti fin dalle prime settimane del 1993. In particolare ai dirigenti di Mediobanca è contestato il fatto di essere a conoscenza del buco da 435 miliaridi nei conti Montedison e Ferfin, mascherato nei bilanci 1992.

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26. Soci e risparmiatori depredati

Il saccheggio dei gioielli dell’Ambrosiano
Francesco Pazienza
Il disubbidiente
Longanesi & C., settembre 1999

Era davvero una storia piena di misteri. Un altro era questo: a poco a poco tutti i pezzi del grande e prezioso mosaico facente capo al Banco Ambrosiano erano stati smantellati e ridistribuiti? Si trattava di autentici gioielli, né pochi né di scarso valore. Per esempio la Toro Assicurazioni, il Credito Varesino, la Banca Cattolica del Veneto, il gruppo Rizzoli, il Corriere della Sera e molti altri rilevanti pacchetti azionari detenuti dalla Centrale Finanziaria.

Sotto l’attenta e meticolosa regia di Mediobanca e del suo “nume” storico Enrico Cuccia, quasi tutti questi pezzi pregiati messi insieme da Roberto Calvi erano stati fatti confluire nel Gruppo Agnelli. A prezzi stracciati. La Toro assicurazioni fu acquistata al costo di una frazione del valore delle sole proprietà immobiliari. Un altro affare colossale è quello rappresentato dal Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera: venne liquidato per poche decine di miliardi. L’esborso del Gruppo Agnelli non copriva neppure il valore degli immobili in cui si trovavano redazioni, uffici e rotative.

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27. Soci e risparmiatori depredati

Cuccia, il Robin Hood alla rovescia
Fabio Tamburini
Un siciliano a Milano
Longanesi, giugno 1994

«Uno dei finanzieri più brillanti tra quelli che operano sulla piazza di Milano descrive il ruolo svolto da Cuccia equiparandolo a una sorta di Robin Hood della finanza. Naturalmente alla rovescia e cioè “impegnato a sottrarre risorse ai risparmiatori e al mercato per aumentare il tesoro dei ricchi”.»

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28. Soci e risparmiatori depredati

I segreti inconfessabili di Cuccia
Fabio Tamburini
Un siciliano a Milano
Longanesi, giugno 1994

Il mondo degli affari e della finanza è popolato di tangenti, evasioni fiscali, corruzione. In Italia come altrove. E Mediobanca per quarantacinque anni ha dettato legge, presidiato il “passaggio a livello” attraverso cui quello stesso mondo, nelle sue massime espressioni, era obbligato a passare.

Cuccia ha conosciuto segreti inconfessabili, è stato testimone di mille operazioni disinvolte e del tutto irregolari, ha visto peccati ed omissioni che hanno contribuito ad aumentare il suo potere.

Era inevitabile, di conseguenza, che le storie di Cuccia diventassero anche storie di vicende giudiziarie, di accuse portate avanti dalla magistratura, con il consueto contorno di fondi neri e misteriose fiduciarie svizzere.

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29. Soci e risparmiatori depredati

Mediobanca e la Trevitex
Leo Sisti
L’Espresso - 29 maggio 1997

Sebastiano Dalle Carbonare, arrestato il 27 aprile insieme ai fratelli Diego e Pietro, ex presidente del Vicenza calcio, per una bancarotta da 850 miliardi, interrogato il 28 aprile dal gip Guglielmo Leo e dal pm Alfredo Robledo, racconta: «Barucci mi disse che la cosa andava studiata, una risposta chiaramente interlocutoria, e mi spedì a Mediobanca, dove ebbi rapporti in particolare con il dottor Maurizio Romiti e i suoi assistenti». Nel giugno del 1992 Barucci coordina un pool di venti istituti di credito pronti ad intervenire.

Ancora Sebastiano Dalle Carbonare: «Noi non siamo stati invitati ad assistere alla riunione presso la sede del Credito italiano. Alla fine ci hanno detto che saremmo stati finanziati a due condizioni: dovevamo smetterla con le operazioni in valuta, peraltro fruttuose, e dovevamo accettare la presenza di un uomo che garantisse le banche».

Quell’«uomo» è Giuseppe Maranghi, fratello di Vincenzo, amministratore delegato di Mediobanca. «Maranghi prese il potere assoluto con ciò che noi abbiamo definito un golpe». Rincara la dose Pietro Dalle Carbonare: «Dal 1¡ luglio 1992 Maranghi è stato l’unico gestore della Trevitex». Da quel momento cambia tutto. Mediobanca si defila e la Banca internazionale lombarda, a nome del pool, gestisce il piano di risanamento finalizzato ad abbattere il debito, che raggiunge i 1.116 miliardi, come confermano i rapporti della Guardia di Finanza. Eppure, quando gli uomini delle banche entrano nella Trevitex, accade qualcosa di poco chiaro.

Scrive il gip Leo nell’ordinanza di custodia cautelare contro gli industriali veneti: «A livello mobiliare, nel giro di dieci mesi dal luglio 1992, si era verificata la rapida dissoluzione del patrimonio in titoli, con l’impressionante dismissione di valori controllati dalle banche a titolo di garanzia per un importo complessivo di circa 267 miliardi».

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30. Soci e risparmiatori depredati

L’oro dell’Olocausto e le Generali 1
Corriere della Sera - 27 febbraio 1997

Che fine hanno fatto gli archivi delle Assicurazioni Generali sui clienti morti durante l’Olocausto? Un vero giallo sta crescendo in Israele e nel mondo ebraico su alcune grandi casse di documenti che, secondo la stampa israeliana, sarebbero state rinvenute di recente in un polveroso deposito nel porto di Trieste. «Per noi si tratta di documenti di immenso valore. Potrebbero contenere le polizze sulla vita di circa 200.000 persone, di cui forse il 60 per cento ebrei uccisi dai nazisti. Abbiamo chiesto alle Generali di poter avere accesso ai nomi per aggiungerli ai nostri archivi storici. E loro ci hanno già dato il loro assenso di massima», afferma Iris Rosenberg, portavoce dello “Yad Washem”, il celebre museo dell’Olocausto a Gerusalemme. Ma il rappresentante in Israele della grande compagnia di assicurazioni triestina, Bruno Portaleone, sembra di diverso avviso.

«Ho letto del ritrovamento degli archivi, ma personalmente non ne so nulla. Mi sembra si stia facendo una grande confusione», ha dichiarato al Corriere. In novembre un piccolo gruppo di parenti di vittime dell’Olocausto hanno chiesto di poter ricevere le assicurazioni dei loro cari. E quindici di loro premono adesso sulla compagnia assicurativa israeliana Migdal perché venga bloccata la vendita del pacchetto di maggioranza al gruppo triestino sino a che l’intera vicenda non sarà chiarita. Le Generali rischiano così di trovarsi in una situazione simile alle banche svizzere con il problema irrisolto dei conti degli ebrei morti nell’Olocausto.

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31. Soci e risparmiatori depredati

L’oro dell’Olocausto e le Generali 2
Maria Teresa Cometto
Corriere della Sera - 7 giugno 1997

Facevano affari insieme con le vittime e con i carnefici dell’Olocausto. Dagli ebrei incassavano i premi sulla vita. Dalle Ss, le feroci milizie del nazismo, incassavano i premi delle assicurazioni sui lager: polizze contro il rischio di incendio delle baracche degli ebrei internati e contro il rischio di altri danni a materiali e macchinari delle fabbriche di lavori forzati che, fino al 1945, funzionavano nei campi di sterminio. Protagoniste del macabro business non erano però solo le compagnie tedesche schierate con il nazismo e in prima fila la potente Allianz, come ha rivelato il settimanale Der Spiegel in un’inchiesta pubblicata lo scorso 2 giugno. Partner dell’affare erano anche due gruppi assicurativi italiani, noti per avere profonde radici nella comunità ebraica: il gruppo delle Assicurazioni Generali e la Riunione Adriatica di Sicurtà (Ras, oggi controllata dall’Allianz).

Gli sconvolgenti documenti, che provano il coinvolgimento del primo gruppo assicurativo italiano nella vicenda, sono accessibili al pubblico dell’Archivio federale tedesco (Bundesarchiv) di Berlino e Koblenz, dove siamo andati a scoprirli. Nella sede triestina delle Generali, tradizionalmente regno della massima riservatezza, non si nasconde l’imbarazzo e lo sconcerto per le ultime rivelazioni. Molti appartenenti alla prospera comunità israelitica di Trieste, infatti, figurano fra i fondatori delle Generali nel 1831 (come pure della Riunione adriatica di sicurtà nel 1838). E ai massimi vertici della società ci sono sempre stati membri di importanti famiglie ebraiche, fino all’attuale presidente Antoine Bernheim.

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32. Soci e risparmiatori depredati

L’oro dell’Olocausto e le Generali 3
Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera - 10 giugno 1997

Israele dichiara guerra alle Assicurazioni Generali. Una guerra anomala lanciata dallo Stato ebraico contro la società triestina, che sin dalla nascita nel 1831 è controllata da esponenti di spicco della comunità ebraica. E soprattutto per una questione estremamente delicata: le polizze sulla vita stipulate da migliaia di ebrei con le filiali delle Generali nell’Europa centro-orientale prima dell’ultima guerra, poi morti nell’Olocausto, e mai pagate. La Knesset, il parlamento, minaccia di lanciare un’azione di boicottaggio se entro due settimane da Trieste non giungeranno proposte “ragionevoli” per risolvere il contenzioso. Potrebbe venire varata una legge ad hoc, con il pieno sostegno delle organizzazioni ebraiche mondiali. Non si mancherà di indagare il ruolo della compagnia durante la guerra, esattamente come si sta facendo con la Svizzera. Ci si chiederà se, per esempio, le Generali avessero assicurato membri o associazioni delle Ss.

Nel corso del dibattito, trasmesso in diretta tv, le Generali sono state sottoposte ad un fuoco incrociato di critiche. E accuse.Come quelle di comportamento “ottuso e provocatorio” fatte dal deputato Michael Kleiner (Likud) che ha giudicato soprattutto “rivoltante” l’affermazione della compagnia italiana di non avere nemmeno l’obbligo morale di risarcire i beneficiari delle polizze. La società italiana sostiene che dopo la guerra tutte le sue attività nei paesi dell’Est europeo furono nazionalizzate e rilevate nei debiti e nei crediti dai governi comunisti di allora. Gli Stati interessati - come la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca - affermano che la società fu indennizzata nel contesto di accordi conclusi con lo Stato italiano e che in una parte almeno delle polizze la compagnia si impegnò a corrispondere dei debiti con tutto il suo patrimonio, incluso quello all’estero. Secondo il deputato Avraham Hirshon (Likud), ci sono 40mila polizee non onorate stipulate da vittime dell’Olocausto con diverse società, per un valore di cinque miliardi di dollari, più di ottomila miliardi di lire.

(Nota: Il secondo capoverso è stato estratto da un articolo non firmato del quotidiano la Repubblica del 10 giugno 1997)

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33. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

La Spafid, le proprietà occulte di Mediobanca e le frodi valutarie
Procedimento penale
Sezione 3 penale - Corte d’Appello - Tribunale di Milano
Rep. Gen. App. 004611/98

Quesito: «Dall’Istituto De Angeli Spa è stato pagato per dividendo una cifra alla “Società per amministrazione fiduciaria Spafid”, come da allegati. Si desidera sapere (consultando al Ministero delle Finanze la raccolta dei modelli Rad speciali) a chi sono andati alla fine i dividendi della De Angeli, cioè chi ha dichiarato la Spafid essere il reale proprietario delle quote a cui appartengono questi utili».

Risposta: «Risulta che i dividendi sono stati assegnati alla Mediobanca» (Procedimento penale per reati valutari presso la Corte d’Appello del Tribunale di Milano)

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34. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

La Spafid e le proprietà occulte di Mediobanca
Fabrizio Ravelli
la Repubblica - 04 marzo 1989

Un altro falso in bilancio a Mediobanca? I magistrati che indagano sulla vicenda dei “fondi neri” nell’istituto (sono di una settimana fa nove richieste di rinvio a giudizio) sospettano di sì. Fra gli indiziati c’è anche Antonio Maccanico, ministro per le Regioni e Affari Istituzionali, che nel 1987 occupava la poltrona di presidente dell’Istituto di via Filodrammatici. Con lui, Enrico Cuccia e gli amministratori.

Il sospetto è che Mediobanca abbia detenuto pacchetti azionari di alcune aziende senza iscriverli a bilancio. Le azioni sarebbero state parcheggiate nella Spafid, la fiduciaria di Mediobanca già alla ribalta nello scandalo “fondi neri Iri”. Si ignora lo scopo di questo parcheggio occulto di azioni, se possa essere stato legato a una gestione fiduciaria per conto di clienti di Mediobanca, o se invece possa aver costituito un riservatissimo episodio delle complicate manovre finanziarie che Enrico Cuccia ha sempre tessuto.

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35. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

Le proprietà occulte di Mediobanca e le frodi valutarie
Il Borghese - 24 gennaio 1981

«L’oro sporco di Mediobanca: nel 1976 una società di Mediobanca, la Cofimer, effettuò il commercio di oro in lingotti per un miliardo e 200 milioni e subito dopo fu posta in liquidazione, senza che la somma fosse stata fatta rientrare in Italia. La cosa fu denunciata all’Ufficio Italiano Cambi e alla vigilanza della Banca d’Italia. La conclusione degli ispettori della Banca d’Italia fu che Mediobanca aveva indebitamente acquisito l’oro, che in realtà era di pertinenza della Comifer al chiaro scopo di distribuire il ricavato ai soci effettivi. Il tutto allo scopo di “svincolare da qualsiasi controllo diretto o indiretto dei competenti organi nazionali” le seguenti aziende: Fiat, Comit, Credit, Banco di Roma, Mediobanca.

In pratica, il risultato delle operazioni andava a favore delle controllate e collegate del “Gruppo di Società” costituite all’estero da Mediobanca. Insomma: Mediobanca con la complicità delle tre Bin e l’omertà della Banca d’Italia, ha organizzato una rete di società all’estero, che sotto la forma di finanziamento delle esportazioni, ha fatto traffici e frodi valutarie.

(Documento firmato da “Un gruppo di funzionari dell’Ufficio Italiano Cambi”)

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36. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

La Spafid e le proprietà occulte
Corriere della Sera - 24 luglio 1992

La Spafid, la fiduciaria milanese posseduta interamente dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, da moltissimi anni è improvvisamente apparsa come azionista con il 15.2% del capitale della finanziaria Paf di Gianni Varasi. La notizia è stata data alla stampa dalla Paf stessa. La Paf ha negato qualunque ulteriore informazione trincerandosi dietro le legislazione che regola l’attività delle fiduciarie in Italia. Legislazione da più parti oggi contestata soprattutto in funzione dell’aumento della grande criminalità economica legata alla corruzione politica, al riciclaggio mafioso del denaro sporco ed alla speculazione finanziaria.

La Spafid in passato ha dimostrato di saper navigare con destrezza in questo tipo di situazioni. Per tutte basta ricordare la vicenda dei fondi neri Iri, per la quale strane e contorte sentenze di assoluzione in sede giudiziaria, non hanno certo annullato le valenze negative di carattere morale.

Una delle ipotesi avanzate dagli addetti ai lavori è che questa quota faccia parte del capitale della Lombardfin rastrellata a suo tempo in borsa da Paolo Mario Leati. Interessante ricordare, in funzione dei passati, numerosi, strani e comuni coinvolgimenti che le principali banche maggiormente esposte con la Lombardfin sono: la Popolare Commercio e Industria, il Banco di Roma ed il San Paolo di Torino. Guarda caso tutte e tre queste banche sono azioniste della Paf: rispettivamente 6.88% del capitale (terzo azionista), 5.41% (quarto azionista), 5% (quinto azionista).

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37. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

Euralux, la scatola misteriosa
Fausto Carioti
Libero - 29 marzo 2001

Dentro Euralux c’è un pezzo di storia recente d’Italia. Con i suoi misteri, i suoi grandi protagonisti - Enrico Cuccia e Cesare Merzagora su tutti - e comparse del calibro di Michele Sindona. Una storia che, riassunta in poche parole, suona così: in Italia c’è un solo gruppo finanziario di dimensioni europee, la Generali. Chi controlla il Leone di Trieste ha in mano il capitalismo italiano e una buona fetta di quello renano, oltre a disporre di sportelli assicurativi e bancari in tutto il mondo.

Bene: per trent’anni il pacchetto di azioni decisivo per il controllo delle Generali è stato in mano a una società che non si è mai capito a chi appartenesse davvero. Questa società, che ha sede in Lussemburgo, si chiama Euralux.

Fu Merzagora, presidente delle Generali, a rilevare nel 1984 la storia di Euralux. Euralux risultò appartenere ufficialmente a Lazar attraverso una serie di scatole cinesi con nomi come Eurafrance e Sopageco. La Lazar era l’alleata storica di Mediobanca ma la presenza in Euralux di azionisti italiani è stata negata sino all’ultimo. Il primo a dire ciò che in tanti pensavano fu Sindona. Il suo parere è riassunto nel memoriale scritto nel 1985, un anno prima di finire avvelenato. Enrico Cuccia, vi si legge, è «beneficiario del cinquanta per cento degli utili che si realizzeranno al momento della vendita di quel circa cinque per cento delle azioni Generali in possesso di Euralux». Sindona parlava anche di «due milioni di dollari Itt scomparsi nelle tasche di Cuccia» e li metteva in relazione con l’operazione Euralux. Nessuno prese Sindona sul serio, perché il suo odio per Cuccia era noto. Ma accuse altrettanto esplicite partirono da Merzagora: «La partecipazione di Euralux nelle Generali è il frutto di attività estere di Mediobanca e di Cuccia. Quindi il vero proprietario di questo pacco è in via Filodrammatici». Altre accuse arrivarono da Carlo Bombieri, per lungo tempo amico di Cuccia: «Euralux ha radici molto lontane, almeno risalenti al 1968, cioè collegate in qualche modo all’affare Itt-Hartford».

Insomma, secondo tutti costoro non solo Euralux avrebbe sempre fatto capo a Mediobanca, ma sarebbe nata grazie a fondi riservati accumulati all’estero durante operazioni poco limpide, come quella legata alla Hartford, compagnia di assicurazioni del gruppo americano Itt.

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38. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

Ligresti e l’Euralux
Rosario Dimito
Milano Finanza - 8 marzo 1997

«Il bello è che credono anche di comandare»! L’osservazione al vetriolo è di un top manager del gruppo Premafin (Ligresti), subito dopo aver partecipato a una riunione informale dei dirigenti del management con i figli di Salvatore Ligresti, nominalmente, nuovi azionisti di maggioranza dell’indebitatissimo gruppo. Da giovedì 9 gennaio sono possessori ciascuno del 9,687% del capitale ordinario Premafin, complessivamente il 29%, cui va aggiunto il 5% ancora del padre.

Il dominus a tutti gli effetti rimane l’ingegnere. Quante volte è stato dato per spacciato negli ultimi quattro anni? Eppure è sempre lì, fiducioso in Mediobanca, nonostante qualche piccolo screzio, e in Carlo Ciani, che resta l’operativo di Mediobanca alla testa di Premafin e quindi del gruppo. A lui il compito di tenere a balia e far crescere i figli del padrone.

Un compito reso più arduo dai vari appetiti di banche creditritici (e non) sulla Sai, la vera polpa di Ligresti. Ma sicuramente incedibile. Almeno fino a quando esiste il pegno a favore di Mediobanca sul 10,7% di Euralux (lo scrigno lussemburghese con cui Lazard controlla il 4,8% delle Generali) posseduto tramite la Finsai international ltd, sarà estinto.

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39. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

Le origini oscure (shady) di Salvatore Ligresti 1
Gianni Barbacceto e Elio Veltri
Milano degli scandali - Laterza, 1991

La rivista americana “Forbes” nel luglio 1990 gli attribuisce una fortuna di almeno 1.4 miliardi di dollari, anche se annota che molti italiani sospettano che il suo impero abbia origini “shady”, cioè oscure, losche. Ma chi è Ligresti, palazzinaro, diventato, come dicevano i titoli dei giornali nel 1986, il “re di Milano”? è, innanzi tutto, l’oggetto misterioso della finanza italiana. Un rebus senza soluzione. Come ha fatto a costruire dal nulla una fortuna che vale miliardi?
Come è diventato il più grande immobiliarista milanese, in un periodo in cui il mercato edilizio era praticamente fermo? Come ha conquistato la Sai, una delle maggiori compagnie d’assicurazione italiane, in anni in cui dichiarava al fisco un reddito di trenta milioni?

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40. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

Le origini oscure (shady) di Salvatore Ligresti 2
Gianni Barbacceto e Elio Veltri
Milano degli scandali - Laterza, 1991

Infine, la cura Cuccia: il grande vecchio silenzioso di Mediobanca, Enrico Cuccia, è stato il vero regista del salvataggo finanziario di Ligresti, attraverso la quotazione in Borsa, nell’inverno 1989, della sua holding, la Premafin. Oggi l’ingegnere è uno degli otto, nove italiani che compaiono nelle classifiche dei super ricchi del mondo, insieme a Gianni Agnelli, Rauol Gardini, Carlo De Benedetti, Silvio Berlusconi, Pietro Barilla. La rivista americana “Forbes” nel luglio 1990 gli attribuisce una fortuna di almeno 1.4 miliardi di dollari, anche se annota che «molti italiani sospettano» che il suo impero abbia origini «shady», cioè oscure, losche.

Arrivato a Milano, senza alcun capitale, sul finire degli anni Cinquanta Ligresti ha avuto come maestri il compaesano Michelangelo Virgillito, grande corsaro di Borsa in quegli anni, e Raffaele Ursini, l’uomo del crack Liquigas. Da Virgillito ha ereditato i primi affari immobiliari. Da Ursini il primo pacchetto della Sai (non senza zone d’ombra e retroscena destinati a diventare controversi, come dimostra la causa in corso presso il tribunale di Milano che, proprio sulla reale proprietà di quel pacchetto, oggi propone i vecchi amici di un tempo, Ursini e Ligresti).

Ma il grande amore di don Salvatore è il mattone. Di mattoni è costruita la sua fortuna, che ha accumulato rapidamente e silenziosamente, incrociando come un sommergibile, senza mai emergere, fra i fondali della politica e gli scogli degli affari. Nessun settimanale si è scomodato per il matrimonio fra un ancora sconosciuto ingegnere di origine siciliana e Giorgina Susini, detta Bambi, figlia di un personaggio chiave per gli affari edilizi, il provveditore capo alle opere pubbliche della Lombardia. Nessun clamore neppure quando, nel 1981, Bambi diviene vittima di uno strano rapimento durato soltanto una quarantina di giorni e terminato con il pagamento di un riscatto di 600 milioni. Nessun clamore, anche se i presenti rapitori, tutti esponenti delle cosche perdenti della mafia siciliana, finiscono poi uccisi e scompaiono per sempre.

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41. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

Sindona e Calvi connection
Maria Antonietta Calabrò
Le mani della mafia
Edizioni Associate, 1991

Dunque i patti erano chiari, Sindona vendeva le sue proprietà in Italia a Calvi; Calvi pagava in contanti e subentrava in Italia a Sindona, ma si obbligava a salvaguardare il controllo dei beni che gli erano stati ceduti.

Perchè quest’ultima clausola? Una possibile risposta è che i beni gestiti, prima da Sindona e poi da Calvi, non fossero in realtà di nessuno dei banchieri, ma affidati a loro da un’organizzazione di cui entrambi (Calvi e Sindona) in periodi diversi, furono fiduciari. Questa ipotesi aprirebbe un nuovo scenario per comprendere la loro ascesa e la loro morte. E forse per questo, a più riprese, Sindona ha invitato al silenzio la vedova e il figlio di Calvi.

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42. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

La Fiat e le proprietà occulte
Autori vari
Black Money
Biblioteca e Centro Documentazione Mafia Connection, febbraio 1997

Prendo atto di quanto dichiarato al riguardo da Montevecchi in data 28 aprile 1993 nonché da Papi Enzo in data 27 aprile 1993 e debbo dire che in effetti anch’io sono a conoscenza delle vicissitudini dei fondi Sacisa. Mi spiego. Nel 1985 allorché divenni amministratore delegato della Fiat-Impresit il dottor Romiti mi fece presente che il gruppo Fiat nel suo insieme aveva a disposizione in Lugano un “tesoretto”, ovvero delle somme di denaro extra bilancio (in quanto formalmente la Sacisa non risultava a bilancio della Fiat-Impresit nè di altre società della Fiat).

Questo denaro naturalmente apparteneva al gruppo Fiat, tanto è vero che della sua esistenza era a conoscenza il dottor Romiti nonché i legali rappresentanti pro tempore della International holding Fiat di Lugano, che fa capo direttamente alla Fiat società per azioni. Il dottor Romiti mi disse che questo “tesoretto” era stato a suo tempo sostituito con fondi provenienti dalle realizzazioni di grandi opere all’estero da parte di società partecipate.

(Pubblico ministero Antonio Di Pietro: interrogatorio del 4 maggio 1993, alla Procura della Repubblica di Milano di Antonio Mosconi, amministratore delegato della Fiat Impresit.)

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43. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

Quando gli Agnelli furono ridimensionati
Paolo Mondani
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Se lo si racconta in giro ancora pochi ci credono eppure è così: la famiglia Agnelli non comanda più in Fiat. La notizia della fine del dominio della dinastia torinese che risale all’autunno del 1993 non sconvolse più di tanto l’informazione. Due prime pagine nei giorni caldi della ricapitalizzazione del gruppo (settembre) e altre due all’atto della nomina del nuovo consiglio di Amministrazione (novembre). Commenti distaccati, tranne qualcuno, e soprattutto rarissime le “letture” informate, consapevoli del grande cambiamento in atto nel capitalismo italiano. Segno di una efficace cortina fumogena per le redazioni che contano dalla quale si salvarono Giuseppe Turani e pochi altri. In realtà, i cento giorni che cambiarono la Fiat erano stati preceduti da mesi di assoluta turbolenza.

Tanto per fare un esempio, le cifre del bilancio 1992 avevano registrato una perdita operativa pari al capitale sociale, un disastro annunciato già nei vistosissimi cali delle vendite che dal 1990 affliggevano il settore auto di corso Marconi. All’Avvocato non rimaneva così che una strada: lo spietato piano di Mediobanca (i famosi 15 mila “esuberi” da tagliare) messo a punto da Enrico Cuccia e dal suo clone torinese, Cesare Romiti. In sostanza, una ricapitalizzazione di circa 5 mila miliardi (quasi il doppio del capitale esistente) e un riassetto azionario che portava in azienda esponenti della finanza italiana e internazionale del calibro di Mediobanca, Assicurazioni Generali, Alcatel e Deutsche Bank.

Garanti dell’operazione la banca Lazard e Mediobanca, cioè Cuccia. Piccolo particolare, da allora gli Agnelli non sono più i padroni assoluti ma uno degli azionisti (seppure il più importante, con il 30 per cento) e ad Umberto Agnelli (che da quel momento guiderà la finanziaria di famiglia, l’Ifi) tocca ingoiare il rospo del mancato passaggio di testimone con l’Avvocato.

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44. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

L’operazione Super-Gemina
Paolo Mondani
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Passano due anni e la Fiat si riprende. Per effetto della svalutazione della lira, dal 1992 (governo Amato) e fino agli inizi del 1995, gli analisti valutano un guadagno per la casa torinese di circa 2 mila miliardi. Il primo settembre del 1995 quando Mediobanca e Fiat annunciano di aver conquistato il pacchetto di maggioranza di Ferfin Montedison e di volerlo inserire nel patrimonio di Gemina, la finanziaria controllata dalla banca d’affari milanese e dalla Fiat. Una mega fusione senza che nessuno tiri fuori una lira: Agnelli ci mette la sua Snia, i banchieri trasformeranno in azioni i crediti con la Montedison mentre Gemina deve limitarsi a mutare ragione sociale nello statuto.

Tutto sembra procedere al meglio (a parte la polemica sulla necessità di un’Offerta pubblica di acquisto per tutelare i piccoli azionisti) quando si scopre nel bilancio di Gemina del 1994 un buco di 350 miliardi che si aggiunge alle perdite di 500 miliardi già annunciate. Una voragine dovuta all’incorporazione della Fratelli Fabbri Editori ceduta nel Ô90 a Gemina (leggi Rizzoli) dall’Ifi. La procura di Milano apre immediatamente un’inchiesta a carico dei vertici di Gemina e Rizzoli. Dopo poco, l’operazione Super-Gemina viene sospesa, provvisoriamente abbandonata. L’insuccesso fa esplodere antichi rancori.

In casa Agnelli le tensioni fra Umberto e Romiti raggiungono livelli mai visti, i malevoli dicono che l’entourage di Umberto avrebbe persino “soffiato” sulle indagini torinesi che riguardano i fondi neri Fiat. C’è aria di crollo di una monarchia. Ma la “razza padrona” può fare ben poco, al suo posto ci sono ormai gli gnomi dell’alta finanza.

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45. Prestanome, proprietà occulte, intrecci azionari

La Svizzera complice
Andrea Di Stefano
il Manifesto - 22 aprile 1992

è indispensabile soffermarsi su una vicenda che vede protagonisti ancora una volta il giudice istruttore di Milano Gherardo Colombo. Si tratta di sedici comunicazioni giudiziarie che nel marzo del 1989 colpiscono il gotha di via Filodrammatici: Antonio Maccanico, Enrico Cuccia, Fausto Calabria, Francesco Cingano, Vincenzo Maranghi, Giovanni Guidi, già amministratori del Banco di Roma, Antoine Bernheim, vicepresidente di Mediobanca e presidente della Banque Lazard Fréres; Enrico Biagiotti, già presidente della Comit. L’inchiesta di Colombo riguarda la mancata iscrizione di bilancio di due società svizzere (Urtrust e Sopraf Ag) e una lussemburghese (Hpf)

Dopo meno di sei mesi l’inchiesta si concluse ancora una volta con un nulla di fatto perchè il magistrato milanese si era trovato di fronte un muro invalicabile. L’ufficio federale della polizia svizzera si era rifiutato, infatti, di permettere la prosecuzione dell’inchiesta mediante l’acquisizione del libro soci e di altro materiale indispensabile per una prima istruttoria: il giudice istruttore finì per non tentare neppure una rogatoria per l’altra società lussemburghese e per chiedere l’archiviazione del fascicolo evidentemente convinto che i santuari del potere finanziario italiano sono intoccabili.

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46. Procura della Repubblica di Milano e Mani Pulite connection

Una classe politica da eliminare
Geronimo (pseudonimo di Cirino Pomicino)
Strettamente riservato
Mondadori, maggio 2000

Nel 1991, durante una riunione in via Filodrammatici, Enrico Cuccia prese la parola e disse: «Bisogna comportarsi come ai tempi di guerra». I presenti rimasero un pò sorpresi, ma il Grande Vecchio senza esitazioni continuò: «Come allora avevamo brigato perché l’Italia perdesse la guerra e cacciasse i fascisti, così oggi dobbiamo lavorare perché venga spazzata via questa classe politica». Ma perché Cuccia brigava per questo obbiettivo? Negli ultimi anni egli aveva centrato molti dei suoi bersagli, ma ne mancavano ancora alcuni: la privatizzazione di Mediobanca, per esempio, non avrebbe avuto alcun significato se egli non avesse potuto controllare anche le tre banche dell’Iri.

La ferma opposizione incontrata chiarì a Cuccia che quel piano, con noi a Palazzo Chigi, non sarebbe mai passato. Il mondo della finanza laica comprese che ciò che negli anni ottanta era stato consentito dall’accoppiata Craxi-De Mita difficilmente sarebbe stato ancora possibile di Andreotti e Forlani nella Dc. Belzebù andava eliminato e con lui il suo diabolico figlio, cioè il sottoscritto (Cirino Pomicino).

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47. Procura della Repubblica di Milano e Mani Pulite connection

Il progetto Tangentopoli
Geronimo (pseudonimo di Cirino Pomicino)
Strettamente riservato
Mondadori, maggio 2000

L’inizio ufficiale delle “operazioni di guerra” fu il tradizionale meeting di Cernobbio del settembre 1991. Allora il gotha imprenditoriale scatenò la sua offensiva contro quel governo che, appena nove mesi prima, aveva osannato. Fu Cesare Romiti, che dalla marcia dei Quarantamila in poi è sempre stato l’uomo forte dell’imprenditoria, ad attaccare la politica economica del governo. Ma era sempre il circolo liberal di Scalfari e De Benedetti a dirigere la musica, naturalmente con l’appoggio di Torino e di via Filodrammatici. La violenza di quegli attacchi non lasciava adito a dubbi. Era arrivato il D-Day. Il progetto prevedeva la sconfitta della Dc alle elezioni che erano in programma per l’aprile 1992.

Ma alle elezioni del 5 aprile del 1992 la vecchia Dc vinse ancora con quasi il 30% dei consensi. E fu allora, subito dopo quel risultato, che agli strateghi della destabilizzazione Scalfari e De Benedetti, innanzitutto, venne l’idea di favorire con decisione la scorciatoia giudiziaria. Bisognava, dunque, dare forza ai pubblici ministeri fornendo loro elementi di indagine fondamentali, enfatizzare le loro iniziative, pretendere che chiunque fosse colpito da avviso di garanzia rassegnasse subito le dimissioni. Dimissioni da tutto, nel caso, anche dalla vita. Ai magistrati si offrivano popolarità e potere. Fu così che la tenaglia si formò.

Questa è stata la rivoluzione italiana, questa è stata Tangentopoli. Chi si schierava dalla parte del progetto studiato dalla grande borghesia in cambio aveva l’immunità giudiziaria. Lo dimostrano un’infinità di casi. Se in qualche caso la macchina impazzita coinvolgeva la grande borghesia, subito si poneva rimedio. Agnelli non fu mai indagato, nonostante la Fiat avesse il conto Sacisa al Buc di Lugano, con il quale sosteneva, si fa per dire, economicamente molti amministratori locali. Romiti non ha fatto un giorno di carcere e Carlo De Benedetti è stato trattenuto nel carcere di Regina Coeli solo per qualche ora.

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48. Procura della Repubblica di Milano e Mani Pulite connection

Mani Pulite, la Cia e i falsi in bilancio
Maurizio Torrealta
Tg3 - 29 novembre 1996 - ore 19,00

Agli atti dell’inchiesta del giudice Salvini sul terrorismo neofascista compare un rapporto dei Ros nel quale vengono riportate le rivelazioni di Carlo Rocchi, un uomo che avrebbe lavorato - a detta del Sismi - per la Cia fino al 1985, e secondo gli inquirenti anche in fase successiva. Carlo Rocchi racconterebbe di un forte interesse della Cia nei confronti del pool di Mani pulite. In particolare, la Cia sarebbe stata interessata a rintracciare Silvio Larini prima che venisse individuato dal pool. Silvio Larini, lo ricordiamo, è stato per anni il gestore occulto del conto protezione, attraverso il quale il banchiere Roberto Calvi finanziava il partito socialista italiano, il conto attraverso il quale passarono diverse operazioni sospette. Larini poi dopo mesi di latitanza si consegnò spontaneamente ai magistrati.

Lo stesso Carlo Rocchi avrebbe rivelato un progetto di attentato, sempre ideato oltreoceano, nei confronti del procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio. Un attentato contro il magistrato in realtà fu scoperto e neutralizzato grazie alla professionalità di un uomo della scorta. Infine nella casa di Rocchi durante una perquisizione fu trovata una copia del documento di identità dell’architetto Bruno De Mico, l’avvocato del quale si era fatto portavoce nei confronti del pool Mani pulite di un interesse della Cia a collaborare alle inchieste.

Di tale interesse fu informato anche lo stesso presidente della Repubblica. La prima domanda che viene da porsi è: l’informativa dei Ros e il racconto di Carlo Rocchi sono veri o depistanti? Ma se fossero veri è dunque ipotizzabile, almeno nelle operazioni finanziarie più grosse e strategiche avvenute nel nostro paese, un interesse della Cia alla produzione di fondi neri, avendo il Congresso americano il controllo dell’Agenzia solo attraverso l’erogazione dei fondi legittimi?

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49. Procura della Repubblica di Milano e Mani Pulite connection

L’arresto di Calvi e Bonomi
Autori Vari
Atlante Generale delle Connections di mafia vol. I
Biblioteca e Centro di documentazione Mafia Connection, 1992

Il banchiere Roberto Calvi viene arrestato su ordine della magistratura milanese, per alcune irregolarità nella gestione del Banco Ambrosiano. Detenuto nel carcere di Lodi il 9 luglio 1981 tenta il suicidio. Un suicidio sospetto che gli apre comunque le porte del carcere. Arrestato insieme a Calvi e poi prosciolto il finanziere Carlo Bonomi. Nell’ambito di questa vicenda verrà alla luce la lettera di impegni firmata da Anna Bonomi Bolchini, madre di Carlo. Nella lettera la “signora della finanza italiana” (così veniva soprannominata) si impegnava a far recuperare a Roberto Calvi «con operazioni particolari di borsa» la somma di 10 miliardi, corrispondente ad un prestito occulto concesso da Calvi alla signora. Testimoni, sponsor e garanti della singolare transazione finanziaria Licio Gelli e Francesco Cosentino, piduista, segretario generale della Ciga.

Da notare che in molti Paesi, fra i quali gli Stati Uniti d’America e l’Inghilterra, la scoperta di un contratto di questo genere, firmato da consiglieri d’amministrazione o da soci di società quotate in Borsa, avrebbe comportato l’arresto immediato e pesantissime condanne per tutte le persone coinvolte.

In ogni caso, per una tale situazione, anche le leggi italiane prevedono ipotesi di gravi reati. Malgrado ciò la Procura della Repubblica Milano in questo caso non si è minimamente attivata. Si é invece accanita su una ipotesi di reato, praticamente inesistente, in quanto la frode valutaria contestata al Banco Ambrosiano era puramente formale e costituita da importi ridicoli rispetto ai movimenti finanziari globali del Banco.

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50. Procura della Repubblica di Milano e Mani Pulite connection

I guai giudiziari di Calvi
Francesco Pazienza
Il disubbidiente
Longanesi & C., settembre 1999

A prendere la parola fu Guido Rossi: Un’epoca stava volgendo al tramonto, il patron del Banco Ambrosiano era stato stritolato dal meccanismo della giustizia, anzi esattamente della magistratura. Occorreva apportare qualche aggiustamento strutturale al poderoso e gigantesco gruppo che faceva capo all’Ambrosiano. Nei mesi precedenti il suo arresto, Calvi era stato privato del passaporto ed era nella condizione di non potersi recare all’estero per la cura dei suoi affari. Il provvedimento della magistratura milanese era sembrato, come in effetti era, esageratamente persecutorio.

Negli anni successivi, mai sarebbe stato ritirato il passaporto a personaggi come Cesare Romiti o Carlo De Benedetti che sarebbero stati indagati per ipotesi di reato ben più gravi della violazione di quella risibile legge 159 sull’esportazione illecita di valuta.

In ogni caso Roberto Calvi imputava solo ed esclusivamente all’intervento di Enrico Cuccia e ai suoi intrighi al Palazzo di Giustizia di Milano quel ritiro del passaporto. Calvi un giorno giunse ad affermare che Cuccia si era recato personalmente dai magistrati milanesi per perorare la causa contro di lui.

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51. Procura della Repubblica di Milano e Mani Pulite connection

I 7 miliardi dell’Enimont
Geronimo (pseudonimo di Cirino Pomicino)
Strettamente riservato
Mondadori, maggio 2000

Pino Berlini, l’uomo della finanza parallela di Gardini disse al Pool di Milano che, nella fase in cui furono varati la joint venture di Enimont e il decreto di defiscalizzazione, vennero elargiti 8 miliardi. Tale circostanza è stata confermata da Pippo Garofano e dallo stesso Cusani. Spiega Garofano a Di Pietro: «Al momento della costituzione di Enimont avevamo pagato del denaro sulla promessa pubblicamente fatta dal governo De Mita di defiscalizzare gli oneri fiscali». Di quegli otto miliardi uno è finito certamente a Botteghe Oscure. E gli altri 7?

A Severino Citaristi, tesoriere della Dc, non è stato addebitato questo fatto, così come di questo non fu accusato Bettino Craxi. E allora a chi finirono questi soldi? Perché il Pool di Milano, Antonio Di Pietro in testa, non fece alcuna indagine sull’argomento? O, se per caso le fece, quali furono i risultati? Non si sa nulla.

Eppure i magistrati, quando vollero conoscere qualcosa del secondo finanziamento illecito, quello che qui chiameremo Enimont 2, riuscirono a sapere tutto, anche ricorrendo a minacce e arresti. Perché non si è andati a fondo, nello stesso modo, anche su Enimont 1?

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52. Procura della Repubblica di Milano e Mani Pulite connection

I fondi neri e i misteri dell’Eni
Geronimo (pseudonimo di Cirino Pomicino)
Strettamente riservato
Mondadori, maggio 2000

La vera storia di Enimont è solo la punta di un iceberg che si chiama Eni. All’interno della società, gestita per anni da Franco Bernabè, s’intrecciano da sempre mastodontici interessi, italiani e stranieri. E troppe domande non hanno mai avuto risposta.

Nella primavera 1994 sono stato interrogato a Milano, sempre per la vicenda dei Cct Enimont, dal brigadiere della Guardia di Finanza Scaletta, stretto collaboratore di Di Pietro. Avevamo familiarizzato e, a un certo punto, mi confidò: «Sapete una cosa onorevole? Abbiamo appena scoperto 500 miliardi di fondi neri dell’Eni. Soldi che non sono mai arrivati ai politici. La prossima settimana arresteremo Bernabè. A me, sinceramente, dispiaceva; e fui contento quando vidi che, al contrario, Bernabè non fu mai arrestato. Però mi è rimasto un dubbio. Così, a dicembre dello stesso anno, quando vidi Di Pietro gli raccontai la vicenda. E lui pensieroso: «Quello è un territorio su cui è difficile muoversi. Rischia di saltare tutto». In effetti l’Eni era da sempre una zona franca. All’Eni, da sempre, si mescolavano delicate relazioni internazionali, forti interessi economici e il gran lavoro dei servizi segreti.

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53. Intelligence interna e controllo della popolazione

I servizi segreti della Fiat
Michele Gambino
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Perché se è vero che l’Italia senza la Fiat non sarebbe forse tra le sette nazioni più industrializzate del mondo, è anche vero che quella dell’azienda torinese è una storia costellata da gravi violazioni della legge. Ed è anche vero che nei novantotto anni della sua storia, la Fiat ha costituito una sorta di stato feudale all’interno dello Stato italiano; con proprie leggi, un proprio modello politico (la monarchia), una propria polizia e propri, efficientissimi servizi segreti, protagonisti di una schedatura di massa dei dipendenti da far invidia a Licio Gelli.

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54. Intelligence interna e controllo della popolazione

I controlli abusivi sui dipendenti Fiat
Luca Fazzo
la Repubblica - 8 marzo 1997

Sarà interrogato oggi in carcere Vito Jandiorio, l’ex maresciallo dei carabinieri arrestato giovedì. Per Jandiorio, che oggi amministra una società specializzata in recupero crediti e investigazioni private, l’accusa è di avere corrotto numerosi pubblici ufficiali per ottenere informazioni provenienti dai cervelli elettronici dei ministeri dell’Interno e della Giustizia. Informazioni su privati cittadini destinate a restare riservate, e che invece venivano passate sottobanco alla agenzia di Jandiorio. Ma da un comunicato sindacale arrivano affermazioni che - se confermate - potrebbero invece aprire nuovi scenari per questo affare.

Secondo lo Slai-Cobas, l’agenzia di investigazioni dell’ex maresciallo Jandiorio viene utilizzata abitualmente dalla Fiat per controllare i lavoratori dello stabilimento Alfa Romeo di Arese. Per questo la Osirc, che viene definita testualmente dal sindacato «una società della Fiat», è finita al centro di un esposto dei Cobas alle Procure di Milano e di Torino. Il maresciallo Jandiorio, dopo avere lasciato l’Arma, avrebbe lavorato come capo delle guardie Alfa Romeo, prima di mettersi in proprio dando vita alla Osirc.

Lo stesso percorso avrebbe seguito anche un altro degli arrestati di giovedì, Alberto Galafassi: prima carabiniere, poi funzionario della sorveglianza interna Fiat e Alfa («e testimone - scrivono i Cobas - ai numerosi processi contro i licenziati politici di Arese»), infine investigatore privato della Osirc. In effetti risulta che su Vito Jandiorio avesse indagato nel 1993 la Procura presso la Pretura di Milano per controllo abusivo dei lavoratori dell’Alfa, ma l’inchiesta si risolse in niente (anche perché i fatti denunciati da un ex manager di Arese risalivano a diversi anni prima). «Chiediamo si faccia chiarezza sui rapporti tra Osirc e Fiat, chiedono ora i Cobas. Ma da Torino l’ufficio Relazioni esterne della Fiat contesta radicalmente le affermazioni dei Cobas. Non solo è falso che Osirc sia «una società della Fiat», ma è anche falso - secondo corso Marconi - che l’agenzia abbia mai svolto qualunque tipo di attività per conto di Fiat Auto.enormemente arricchire.

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55. Intelligence interna e controllo della popolazione

Gladio e la Fiat
Michele Gambino
Avvenimenti - 5 marzo 1997

La procura di Torino appura infine una storia già emersa nell’ambito dell’inchiesta romana sulla struttura clandestina chiamata “Gladio”: una decina di “gladiatori” sono assunti in Fiat per fare parte «di una informale rete informativa costituita all’interno della Fiat per controllare i movimenti sindacali».

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56. Controllo e condizionamento dell’informazione

Non parlate dei guai giudiziari della Fiat
Michele Gambino
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Tangenti e informazione. Sta per essere emessa a Torino la sentenza al processo contro Cesare Romiti, accusato di frode fiscale, falso in bilancio e finanziamento illecito. Ma anche in altre Procure il vertice Fiat è oggetto di inchieste giudiziarie. «Il dottor Romiti mi fece presente...». Venivano arruolati “spalloni” per trasportare illegalmente i fondi e c’era una vera e propria contabilità parallela. Ma le notizie sono state nascoste nelle pagine interne. C’è un processo, di cui nessuno parla, in corso a Torino, e il silenzio di stampa e televisioni è inversamente proporzionale al peso della protagonista; che è la Fiat, principale azienda italiana, fisicamente rappresentata in tribunale dal suo presidente Cesare Romiti e dal direttore dell’area finanziaria Francesco Paolo Mattioli, già condannato in primo grado per corruzione a Milano a due anni e mezzo di carcere.

Entrambi sono imputati a Torino per falso in bilancio e illecito finanziamento ai partiti, Romiti deve rispondere anche di frode fiscale. Giovedì 20 febbraio tra i principali quotidiani italiani, “Repubblica”, “Il Corriere della Sera” e “Il Giornale” riportavano, in poche righe, nelle pagine interne, il resoconto dell’udienza del giorno prima.

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57. Controllo e condizionamento dell’informazione

Disinformazione sui processi alla Fiat
Diego Novelli
l’Unità - 30 gennaio 1997

Le riunioni ufficiali del Consiglio di amministrazione della Fiat, secondo la testimonianza di un alto dirigente pentito, altro non erano che «messe cantate». Le decisioni venivano prese in sede più ristretta e riservatissima. Di tutta questa vicenda l’opinione pubblica italiana, purtroppo, ne saprà poco o niente. Due tra i massimi quotidiani italiani, La Stampa e il Corriere della Sera hanno sinora dedicato qualche notizia a una colonna nelle pagine interne. E il nuovo Pinocchio, la sera che ha dedicato una puntata della sua bella trasmissione alla «Borsa» si è dimenticato degli azionisti della Fiat, ammessi al processo di Torino come parte civile. Era più facile prendersela con De Benedetti. Che brutta razza padrona è mai questa. Campioni di quella «classe dominante» - per dirla con Antonio Gramsci - che non è mai stata capace di essere «classe dirigente».

Uomini che hanno la pretesa di impartire ogni giorno lezioni all’intera umanità. Con arroganza, con protervia ci spiegano dalle tribune della Confindustria o di Cernobbio o di Stresa o di qualche meeting riminese, l’etica dell’imprenditore moderno. Chissà se in queste settimane di processo torinese qualcuno di loro al mattino, mentre si fa la barba, prova qualche imbarazzo guardandosi nello specchio?

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58. Controllo e condizionamento dell’informazione

I mezzi d’informazione e la Fiat
Diego Novelli
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Questo processo alla Fiat pone seriamente il problema dell’informazione in Italia. Non è possibile che in un Paese, dove quotidianamente vengono pubblicate pagine e pagine di inchieste, di rivelazioni, di reportages sulle cose più intime e riservate, violando segreti istruttori, diritti alla privacy ecc., nel momento in cui alla sbarra finiscono i massimi rappresentanti della “razza padrona”, cali il più vergognoso silenzio. Ha ragione Giuseppe Tamburrano quando si chiede nel suo ultimo saggio se «esiste la democrazia in Italia».

L’aspetto più umiliante rimane a mio avviso, l’atteggiamento servile della stragrande maggioranza dei giornalisti, di fronte ai poteri forti.

Un problema questo che va affrontato anche in considerazione della revisione della legge sull’Ordine dei giornalisti in fase di esame alla camera dopo l’ammissione del referendum abrogativo di questo istituto. Un “Ordine” che tollerasse il disordine dell’omertà, sarebbe meglio abolirlo.

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59. Controllo e condizionamento dell’informazione

I silenzi sugli illeciti alla Fiat
Diego Novelli
Avvenimenti - 5 marzo 1997

La potenza della Fiat sul media abbiamo avuto modo di riscoprirla questa settimana durante il processo a Romiti e a Mattioli accusati di falso in bilancio, di corruzione, di avere elargito tangenti, usando fondi neri nascosti all’estero, in modo particolare in Svizzera e attraverso società panamensi, frodando il fisco. “La Stampa” e il “Corriere della Sera” hanno praticamente ignorato il processo: qualche rara notizia a una colonna e un titolo un po’ più grande, sempre in una pagina interna il giorno dell’arringa dell’avv. Vittorio Chiusano, difensore di Romiti, il quale, ovviamente, ha sostenuto la totale estraneità ai fatti del suo assistito.

Questo processo alla Fiat pone seriamente il problema dell’informazione in Italia. Non è possibile che in un Paese, dove quotidianamente vengono pubblicate pagine e pagine di inchieste, di rivelazioni, di reportages sulle cose più intime e riservate, violando segreti istruttori, diritti alla privacy ecc., nel momento in cui alla sbarra finiscono i massimi rappresentanti della “razza padrona”, cali il più vergognoso silenzio. Ha ragione Giuseppe Tamburrano quando si chiede nel suo ultimo saggio se «esiste la democrazia in Italia».

L’aspetto più umiliante rimane a mio avviso, l’atteggiamento servile della stragrande maggioranza dei giornalisti, di fronte ai poteri forti. Un problema questo che va affrontato anche in considerazione della revisione della legge sull’Ordine dei giornalisti in fase di esame alla camera dopo l’ammissione del referendum abrogativo di questo istituto. Un “Ordine” che tollerasse il disordine dell’omertà, sarebbe meglio abolirlo.

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60. Controllo e condizionamento dell’informazione

La stampa e gli Agnelli
Diego Novelli
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Alcuni giornali sono di proprietà degli Agnelli. Altri sono “rispettosi”. Risultato: le vicende della grande industria torinese sono trattate con le pinze, da sempre. Credo che si tratti dell’unico caso a livello mondiale, di una famiglia che ha il controllo societario di una grande industria e nello stesso tempo, è proprietaria al cento per cento di un quotidiano. Non solo, ma la Fiat come è noto, è anche di fatto proprietaria di altri due importanti giornali: “Corriere della Sera” e “Gazzetta dello Sport”. Questo vizietto della famiglia Agnelli risale ai tempi del vecchio senatore Giovanni (il nonno di Gianni). Approfittando delle difficoltà in cui si era venuto a trovare, con l’avvento del fascismo, subito dopo il delitto Matteotti, il proprietario nonché direttore de “La Stampa”, Alfredo Frassati, il senatore Agnelli pensò bene di acquistare il giornale. Sulle modalità di questa operazione rimando il lettore alle illuminanti pagine scritte da Angiolo Silvio Ori nel libro “Storia di una dinastia”.

L’uso “malsano” dell’informazione da parte della Fiat è un leit-motiv che accompagna i cento anni di storia di questa grande industria italiana. La vita degli operai della Fiat (e non solo la loro, ma anche quella dell’intera città) è sempre stata condizionata dal modo come “La Stampa” ha informato (o meglio, ha disinformato) i suoi lettori sulle questioni che direttamente o indirettamente toccavano gli interessi della proprietà. Ciò che accadeva all’interno dei cancelli degli stabilimenti Fiat era tabù: uno Stato nello Stato.

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61. Controllo e condizionamento dell’informazione

Gad Lerner a disposizione della Galassia
Nota sindacale
Gruppo lavoro RAI - 15 ottobre 1996

Lerner, il cui compito era ben più importante che oltraggiare politici pescati con le mani nel sacco, doveva difendere i padroni del vapore: la Fiat, Mediobanca e il capitalismo italiano ingrassato da un debito pubblico spaventoso. La trasmissione “Profondo Nord”, 118 puntate, seguita in media da 2,6 milioni di spettatori, con punte di sei milioni, non ha neppure sfiorato la Fiat, nonostante che i finanziamenti illeciti ai partiti provenissero da aziende Fiat (Cogefar, Cogefar-Impresit, Fiat/Avio ecc.). Noi non crediamo al caso, e riteniamo che la poltrona di vicedirettore della Stampa Lerner se la sia guadagnata grazie alla azienda pubblica RAI, finanziata dai cittadini. Solo grazie alla testardaggine di un pugno di magistrati cinque anni dopo l’inizio di “Mani Pulite” scopriamo ufficialmente che “Gemina” finanziaria della Fiat e di Mediobanca produce centinaia e centinaia di miliardi di fondi neri.

E non è stato certo per l’intervento dei giornalisti che Fiat e Mediobanca (Super-Gemina) non si sono pappati la Ferruzzi-Montedison e la Snia, mettendo insieme una cosuccia da 40.000 miliardi di fatturato. I giornalisti della RAI ingoiano ogni anno centinaia e centinaia di miliardi pagati da lavoratori, pensionati, disoccupati, per garantirsi una informazione non di parte. Possono stare tranquilli?

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62. Politica asservita e privatizzazioni

Breve storia di Maccanico
Moltedo Guido
il Manifesto - 2 febbraio 1996

La vicenda di Maccanico è forse la più emblematica di quelle degli uomini che davvero contano, della prima e della seconda repubblica. Irpino, 71 anni, una stagione giovanile da comunista e poi sempre repubblicano, è entrato nel 1947 alla Camera come funzionario. Vice e poi segretario generale della Camera, nel '78 diventa con Pertini segretario generale della presidenza della Repubblica, carica che ricoprirà anche con Cossiga fino al 1987.

E’ il regista della formazione di una dozzina di governi, è nelle stanze che contano negli anni della solidarietà nazionale, del terrorismo, del demitismo, del craxismo, è l’uomo che spinge Pertini e poi Cossiga nella pratica del presidenzialismo «de facto». è l’uomo di operazioni delicate come il recupero della salma di Bisaglia, nel 1984, a S. Margherita Ligure, dopo la mai chiarita morte del capo doroteo. Poi è stato presidente di Mediobanca, quindi senatore nelle liste del Pri. In ultimo ministro e sottosegretario di Ciampi.

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63. Politica asservita e privatizzazioni

Maccanico e gli “amici tecnici”
Guido Moltedo
il Manifesto - 2 febbraio 1996

Il gran servitore. In effetti, è un personaggio «ibrido», Maccanico, che incarna bene il periodo di transizione che attraversa l’Italia dopo l’89, simile a uomini come Ciampi, Dini, lo stesso Amato, e i tanti «tecnici» che di questi tempi governano il paese. Quale è la peculiarità di personaggi così? Quella di essere stati pienamente e attivamente nei gangli e nei circuiti di potere della prima repubblica, in posizioni non visibili o semplicemente diverse (ma non estranee né lontane) rispetto al mondo politico (dei professionisti della politica), l’unico criminalizzato della prima repubblica, ma ovviamente non l’unico responsabile né del suo crollo né delle rovine lasciate.

Ora questi personaggi, che hanno avuto un ruolo importantissimo nel passato regime, addirittura maggiore di quello avuto da molti dei politici stessi (loro erano sempre nelle stanze dei bottoni, molti uomini politici avevano stagioni passeggere oppure alti e bassi), questi personaggi sono sopravvissuti al crollo, anzi non figurano neppure come uomini della prima repubblica, e ora sono in prima fila e hanno un ruolo diretto nella gestione politica.

Un tempo venivano considerati dalla gente del mondo della politica (fuori di quel circuito non erano conosciuti, avevano poca stampa, come molti veri potenti: vedi Cuccia) i rappresentanti dei poteri forti, sia di quelli all’interno della macchina statale e parastatale sia degli ambienti finanziari e industriali. Non essendo «visibili» ed essendo densa la loro attività di potere e di influenza, si ricamavano storie sulla loro appartenenza alla massoneria, storie spesso vere, talvolta «leggende» - ma non si è mai capito come davvero funziona quella rete di rapporti.

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64. Politica asservita e privatizzazioni

Maccanico e le privatizzazioni
Galeazzi Goffredo
il Manifesto - 2 febbraio 1996

A palazzo Chigi arriva il ministro plenipotenziario di Enrico Cuccia. La battuta circola con insistenza nei palazzi romani. Ma a rallegrarsi della scelta del Quirinale sono per lo più i palazzi milanesi e torinesi, quelli dei «poteri forti» che si identificano in Mediobanca e nel capitalismo familiare italiano. In fondo, nonostante la sua lunga e onorata carriera di grand commis, l’operazione per la quale Antonio Maccanico ha acquistato meriti e onori è la privatizzazione dell’istituto di via Filodrammatici. Infatti, chiamato nel 1987 dall’allora presidente dell’Iri Romano Prodi alla presidenza della banca d’affari creata da Raffaele Mattioli e da suo zio Adolfo Tino, in meno di un anno è riuscito a portare Mediobanca nell’orbita privata.

In molti, in quegli anni hanno creduto che Maccanico fosse destinato a ridimensionare il ruolo di Enrico Cuccia. Che Maccanico non potesse rappresentare l’alternativa a Cuccia - né tantomeno il suo avversario - era chiaro anche dalla loro comune matrice politica, l’uno repubblicano e l’altro di tradizione azionista, ma anche grande amico di Ugo La Malfa, conosciuto nel dopoguerra all’ufficio studi della Comit.

E infatti parlando del suo anno a via Filodrammatici, Maccanico ricorda di aver potuto constatare «l’assoluta indipendenza di Mediobanca non solo dai partiti, ma dalla politica in senso pieno». Come sottosegretario alla presidenza del governo Ciampi, Maccanico mette poi in pratica quell’insegnamento tratto dalla frequentazione con Cuccia, dando il via all’antipasto delle privatizzazioni, la vendita da parte dell’Iri - presieduta, guarda caso, un’altra volta da Prodi - del Credit e della Comit.

Adesso il piatto delle privatizzazioni è decisamente più ricco. In queste condizoni, e con Maccanico a palazzo Chigi, riprende quindi decisamente quota un’accelerazione della vendita della Stet, intera o a pezzi poco importa. In pista di lancio torna anche l’Enel. E nel pacchetto delle privatizzazioni potrebbero finire anche le banche ancora controllate dal Tesoro.

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65. Politica asservita e privatizzazioni

Cuccia, Maccanico e la Stet
L’Espresso - 25 luglio 1996

Antonio Maccanico, si sa, è nipote di Adolfo Tino, storico presidente di Mediobanca. Anche lui è stato seduto sulla poltrona più alta di via Filodrammatici. E soprattutto è amicissimo di Enrico Cuccia. Domanda: quanto può avere influito il grande vecchio della finanza sulle più recenti e discusse iniziative del ministro delle Poste, dall’appello per il dialogo Polo-Ulivo alle nuove norme su telecomunicazioni e tv?

Il punto di partenza è il comprovato interesse di Cuccia alla privatizzazione della Stet. Tempo fa Mediobanca propose all’Iri, il gruppo pubblico al quale Stet fa capo, di rilevare il pacchetto di maggioranza della potente finanzaria: si trattava di un’offerta cosiddetta “a fermo”. Il progetto non ebbe seguito, ma non per questo Mediobanca vi ha rinunciato. Semplicemente aspetta il momento più opportuno per tornare alla carica.

Ma l’attuale situazione politica non sembra propizia. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, per le privatizzazioni non ama i noccioli duri cari a Cuccia, con il quale ha rapporti pessimi: preferisce la formula della “public company”. Finchè a Palazzo Chigi c’è lui, un’offerta a fermo di Mediobanca per la Stet non ha grandi possibilità. Tanto più che la crisi finanziaria dell’Iri è sì drammatica, ma non è ancora giunta all’ultimo stadio. Fra qualche mese, invece, il presidente dell’Iri Michele Tedeschi, se non avrà incassato denaro fresco vendendo le azioni Stet, sarà davvero alla canna del gas; e a quel punto, checché ne dica il governo, non potrà non accettare le avances di Cuccia.

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66. Politica asservita e privatizzazioni

Fiat, Mediobanca e il partito trasversale
la Repubblica - 20 luglio 1996

«I partiti trasversali esistono, se ne tiene conto e ci si schiera rispetto ad essi»: è quanto emerge da un sondaggio del settimanale economico “Fortune”, che ha interpellato 58 parlamentari e 125 industriali. Secondo gli intervistati, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani, che si appoggia alle grandi famiglie del capitalismo italiano guidate da Fiat e Mediobanca, è il partito trasversale di gran lunga vincente, su cui scommette il 54.5% del campione. Il fronte opposto, che si identifica in De Benedetti-Scalfari-Occhetto-De Mita (Dosd), è giudicato più forte solo dal 4.3% degli imprenditori intervistati e dal 30.9% dei politici. Gli agnostici sono il 14.5%.

Il campione di “Fortune” ha anche indicato gli uomini più potenti d’Italia: fra i politici la classifica risulta guidata da Andreotti, Craxi, Forlani e Gava. Seguono, più staccati, De Mita e Occhetto, quasi a pari merito e, molto più indietro, De Michelis, La Malfa, Carli, Spadolini, Cirino Pomicino e Cossiga. Nel mondo dell’economia e dei mass media sono in testa Agnelli, De Benedetti, Gardini e Berlusconi, seguìti da Scalfari, Cuccia, Romiti e Ciampi.

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67. Politica asservita e privatizzazioni

Tutto per poche lire all’asse Fiat-Mediobanca
Geronimo (pseudonimo di Cirino Pomicino)
Strettamente riservato
Mondadori, maggio 2000

Dal 1992 al 1998 tutte le cessioni di società statali sono avvenute in due soli modi: o mettendo l’intero pacchetto di azioni sul mercato, in modo che per i salotti buoni fosse facile acquistare la quota di controllo sul mercato; oppure tramite trattativa privata con i cosiddetti noccioli duri. Con il primo sistema, per esempio, sono entrati nell’orbita di Cuccia la Comit e il Credit (con poco più di 2mila miliardi la Galassia Mediobanca acquisì infatti il controllo delle due banche che raccoglievano in quel momento oltre 200mila miliardi); con il secondo la Telecom è stata quasi regalata ai torinesi, che non hanno purtroppo saputo gestirla.

Il risultato di sei anni di politiche di questo genere è sotto gli occhi di tutti: l’asse Fiat-Mediobanca, prima che i due cominciassero a farsi la guerra tra loro, aveva messo le mani su telecomunicazioni (Telecom e Tim), banche (Credit, Comit, Imi-San Paolo), assicurazioni (Fondiaria), chimica (Montedison). E tutto con una spesa di poche lire, messe a disposizione, naturalmente, dalle banche.

Le famiglie del salotto buono del capitalismo italiano erano sempre state protette e avevano goduto di aiuti da parte dello Stato anche durante i precedenti quarant’anni di vita repubblicana. Però, mai era stato loro concesso di dilagare in questo modo in tutti i settori strategici della finanza e dell’industria.

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68. Fiat Connection

Vecchi vizi della famiglia Agnelli
Diego Novelli
l’Unità - 30 gennaio 1997

Non è la prima volta che questa Fabbrica Italiana Automobili Torino, nella sua quasi centenaria storia (fu fondata nel 1899) incappa nelle maglie della giustizia. Circa novant’anni fa - come ci racconta Angiolo Silvio Ori nel suo documento libro «Storia di una dinastia. Gli Agnelli e la Fiat» pubblicato dagli Editori Riuniti - ci fu un altro clamoroso processo al nonno dei fratelli Gianni e Umberto Agnelli, tra i fondatori dell’impresa, fatto senatore del Regno dal fascismo. Giovanni Agnelli fu accusato di aggiotaggio e quella volta si salvò, tra l’altro, con «l’acquisto» di un perito della parte civile a lui avversa: si chiamava Vittorio Valletta.

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69. Fiat Connection

La Fiat e il traffico d’armi
Massimo Mucchetti e Leo Sisti
L’Espresso - 3 marzo 1991

Alla Fiat qualcosa dovevano sapere. Non solo, ma cercavano anche di dare una mano quando la Valsella di Castenedolo, vicino a Brescia, incontrava qualche ostacolo nel perfezionare le sue vendite di mine all’Iraq. Dagli atti del processo di Brescia, conclusosi mercoledì 20 febbraio 1991 con la condanna di sette dirigenti e consulenti della Valsella per traffico illegale di armi, emergono episodi che gettano una nuova luce sul ruolo del gruppo torinese. Racconta a verbale Luigi Faccio, della direzione finanza della Fiat: «Presso il ministero della Difesa in Baghdad, nella riunione nella quale si sarebbe dovuto affrontare il problema della Valsella Meccanotecnica, erano presenti con me il dr. Torsello, il dr. Solieri del Banco di Roma, il dr. Fallani e un ufficiale iracheno, Ibrahim (colonnello, appartenente al Dipartimento contabilità militare, ndr.) e due rappresentanti della banca centrale irachena».

La testimonianza di Faccio è stata raccolta il 17 maggio 1988 dal sostituto procuratore Guglielmo Ascione, titolare dell’indagine sulle esportazioni irregolari di armi della Valsella dal 1982 al 1985 all’Iraq, quando era in guerra con l’Iran. In tutto, otto milioni e 980 mila mine, per 180 milioni di dollari, circa 250 miliardi di lire. L’uomo della Fiat racconta che a chiamarlo era stato Paolo Torsello, amministratore delegato della Valsella, per questioni tecnico-finanziarie relative a lettere di credito per una fornitura di 25 milioni di dollari di prodotti bellici all’Iraq. Lo stesso Faccio agginge che si era mosso dopo aver ricevuto l’autorizzazione del suo superiore, Piero Raimondo, della Direzione Finanza e commercio estero della Fiat.

Il commercio oggetto del processo di Brescia non avveniva direttamente tra Castenedolo e l’Iraq, ma passava attraverso la Valsella Meccanotecnica Pte. Ltd di Singapore, con il metodo della triangolazione. L’azienda lombarda, cioé, indicava, come destinatario finale delle armi un Paese, Singapore, mentre in realtà quest’ultimo era soltanto un tramite per arrivare all’acquirente vero, in questo caso il regime di Saddam Hussein. La triangolazione serviva a eludere le restrizioni (non ancora l’embargo, che verrà imposto solo nel 1986) sulle forniture militari a Iraq e Iran introdotte nel 1984.

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70. Fiat Connection

Fiat e Cosa nostra
Diego Novelli
l’Unità - 31 gennaio 1997

La Rinascente, del gruppo Fiat, pagò un pizzo alla cosca di Nitto Santapaola. I mafiosi avevano provocato incendi dolosi nei magazzini della Rinascente con danni ammontanti a 34 miliardi di lire. Stabiliti i contatti con il boss catanese (attraverso ex ufficiali dei carabinieri) la Rinascente-Fiat gli versò su un conto svizzero 3 miliardi e mezzo di lire. Nell’aprile del Ô93, quando lo scandalo era già esploso Romiti si presentò spontaneamente ai giudici di Milano recitando la parte dell’anima candida, all’oscuro di tutto; il classico atteggiamento di chi mette le mani avanti dicendo «Io non c’ero, se c’ero dormivo».

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71. Fiat Connection

Le tangenti della Fiat
Salvatore Tropea
la Repubblica - 11 maggio 1983

Le tangenti di Torino. Anche la Fiat è nello scandalo. Spiccato un mandato di cattura per un dirigente del gruppo. Nuovi provvedimenti della magistratura a Torino coinvolgono il mondo della grande industria. Le accuse sono di corruzione, interesse privato e falso nelle pubbliche forniture. Ricercato Umberto Pecchini. La replica dell’azienda. Tutto è cominciato allorché i carabinieri sono andati a casa di Umberto Pecchini con un mandato di cattura. Trentotto anni, sposato, laurea in Scienze politiche, già assistente di Carlo De Benedetti quando questi era presidente della Unione industriali di Torino, dal ’76 in Fiat, attualmente responsabile delle relazioni istituzionali del gruppo, Pecchini è l’uomo che negli ultimi anni ha tenuto i rapporti con gli enti locali per conto della Fiat.

Il mandato di cattura nei suoi confronti non è stato eseguito poiché egli si trova temporaneamente a Parigi per ragioni di lavoro (da circa un anno sta contattando i migliori architetti del mondo interessati al restauro e al riutilizzo per fini sociali dell’ex fabbrica del Lingotto). Informato telefonicamente, starebbe rientrando a Torino per mettersi a disposizione del giudice. Appena appresa la notizia, l’amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, assistito da alcuni stretti collaboratori, ha consultato l’avvocato Vittorio Chiusano. La riunione ai piani alti di Corso Marconi è durata alcune ore e alla fine è stato emesso un breve comunicato in cui si afferma che «l’indagine avrebbe per oggetto una gara per forniture di tecnologie al Comune di Torino alla quale ha partecipato il Comau insieme con una cinquantina di altre aziende». «Pecchini» aggiunge la nota Fiat «è un funzionario che da anni presta la sua opera a favore del gruppo ed è apprezzato per la competenza e la serietà sempre dimostrata. La società naturalmente ignora le ragioni che hanno indotto il magistrato ad assumere un provvedimento così severo e non ha alcun motivo per dubitare dell’operato di Pecchini, certa che lo stesso, prendendo contatto con il magistrato, chiarirà senz’altro tutto quanto all’inquirente interessi conoscere».

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72. Fiat Connection

Fiat e corruzioni
Michele Gambino
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Cominciata malissimo, la partita giocata dalla Fiat a Milano sembra dunque potersi concludere con danni limitati. Decisamente meglio è andata a Roma: al termine di una battaglia tra uffici giudiziari già vista nel nostro paese (pensate alla Rosa dei Venti, ai fondi neri dell’Iri, alla P2, tutte avocate e insabbiate a Roma) il processo per le tangenti Intermetro è finito nella capitale. Il Pm Francesco Misiani ha chiesto il rinvio a giudizio di Romiti e Mattioli, ma il 25 luglio 1994, mentre gli italiani vanno al mare o si preparano a farlo, l’ufficio dei Gip, all’epoca presieduto dal futuro indagato Renato Squillante, proscioglie i due supermanager giudicando gli indizi a loro carico insufficienti persino per andare davanti ad un tribunale.

Ci vorranno altri ventidue mesi, perché - l’8 maggio del 1996 - il proscioglimento del presidente Fiat venga revocato, e l’istruttoria su di lui sia riaperta. A cambiare le cose non è stato tanto l’arresto di Squillante ordinato dal pool di Milano, quanto un pacco di carte che i magistrati di Roma hanno ricevuto dai colleghi di Torino. Il gol decisivo, infatti, la squadra di Agnelli, lo prende in casa: proprio nei giorni in cui Romiti strappa una sconfitta di misura a Milano, la procura di Torino ha aperto un’altra inchiesta sulla Fiat.

Lo ha fatto sulla base di esposti di un gruppo di operai Fiat e di Mario Borghezio, un deputato della Lega Nord, fedelissimo di Bossi. Borghezio da anni ha acquistato una manciata di azioni Fiat, e presenzia alle assemblee dei soci in veste di rompiscatole. Sulla base di quelle denunzie, il procuratore aggiunto di Torino Marcello Maddalena chiede a Milano copia degli atti che riguardano le tangenti della holding torinese. E purtroppo per la Fiat, li ottiene. E peggio ancora, l’inchiesta viene affidata al sostituto procuratore Giangiacomo Sandrelli, un magistrato serissimo, che lavora in silenzio e non nutre timori reverenziali.

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73. Fiat Connection

La Fiat e il caso Pascucci
Autori vari
Nero Fiat
Biblioteca e Centro Documentazione Mafia Connection, 1997

Il caso dei rapporti tra il gruppo Fiat e Vittorio Pascucci merita attenzione. Pascucci è un faccendiere romano coinvolto in vicende di ogni genere. Un personaggio di frontiera tra il mondo delle imprese, la politica, i servizi segreti e la criminalità. è sconcertante che, secondo quanto è emerso dalle inchieste, fosse consulente retribuito lautamente dal gruppo Fiat. Nell’interrogatorio del 21 maggio 1993 è lui stesso a spiegare la natura delle relazioni con Fiat Impresit. «Il mio rapporto di lavoro con detta azienda non era quello di consulenza esclusivamente intellettuale», ha dichiarato Pascucci, che in un passaggio successivo dell’interrogatorio ha chiarito di essersi occupato di «pagamenti e transazioni che non avrebbero potuto passare per le vie societarie normali». In proposito, una decina di giorni dopo, Enso Papi (Fiat Impresit) e Vittorio Del Monte (anche lui dirigente della Fiat Impresit) hanno smentito con decisione la versione dei fatti di Pascucci, sostenendo che il suo ruolo era ben diverso: fare da tramite per l’ottenimento di appalti Anas.

Nonostante ciò il dubbio resta e, soprattutto, resta agli atti che un gruppo come la Fiat ha avuto bisogno di un signore come Pascucci, certamente non al di sopra di ogni sospetto, per operare. Nello stesso interrogatorio di Papi emerge anche un’altra tangente Fiat al Pci-Pds: 260 milioni versati nel novembre 1989 sulla Soginvest bank di Lugano, riferimento Idea, per la costruzione del depuratore Po-Sangone (Torino). Papi ha spiegato i rapporti con Pascucci anche in un secondo interrogatorio, quello del 10 giugno 1996.

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74. Sindona Connection

I Severgnini tra Sindona, Mediobanca e Snia
Andrea Di Stefano
la Repubblica - 29 marzo 1999

ll ruolo chiave di Guido Severgnini tra i soci minori di Mediobanca. L’uomo assomiglia per molti aspetti al "grande vecchio" di via Filodrammatici. Guido Severgnini, commercialista milanese, depositario dei segreti più o meno confessabili delle famiglie della finanza italiana ha organizzato, assieme a lui, l’ingresso di un piccolo plotone di imprenditori nel patto di sindacato di Mediobanca.

Severgnini è stato a lungo uno sconosciuto al grande pubblico. Agli onori della cronaca è arrivato solo a causa di Antonio Di Pietro: il figlio Oreste che insieme al fratello Mario ha rilevato l’attività del padre, venne arrestato nell’estate del 1994 nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti alla Guardia di finanza.

Un momento di notorietà che allo studio Severgnini ricordano come un incubo, considerando che Guido Severgnini era riuscito a sfuggire all’attenzione della grande stampa anche nei momenti più difficili della sua lunga e onorata carriera, quando cominciarono i guai del suo ex collega di studio, il bancarottiere siciliano Michele Sindona. Dallo studio Severgnini sono passati anche i segreti del defunto patron della Snia, Franco Marinotti.

(Nota: La Famiglia Severgnini, commercialiosti in Milano, è entrata a far parte el patto di controllo di Mediobanca a partire dalla primavera del 1998).

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75. Sindona Connection

I Severgnini, la Finabank, Sindona e la Cia
Consolato Generale d’Italia
Ginevra - 3 agosto 1972

Il sottoscritto Mario Olivero agendo nella sua qualità di unico amministratore, legale rappresentante della Coridion Financial Corporation S.A. con sede in Ginevra, socia accomandante della Omicron S.A.S., con sede in Milano, dichiara di nominare, come col presente atto nomina e costituisce in procuratore speciale della suddetta Coridion Financial Corporation S.A. il dottor Oreste Severgnini affinché in nome e per conto della società mandante abbia ad intervenire all’atto notarile col quale verrà proceduto alla messa in liquidazione della società Omicron S.A.S. con la conseguente nomina del liquidatore. M. J. Baumgartner notaire, Genève 3 aout 1972

(Nota: Mario Olivero era il direttore generale della Finabank, banca di Ginevra controllata da Michele Sindona, dello Ior e dalla Cia. La Famiglia Severgnini, commercialisti in Milano, è entrata a far parte del patto di controllo di Mediobanca a partire dalla primavera del 1998).

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76. Sindona Connection

Severgnini e Mignoli tra Sindona, Finabank e Mediobanca
Autori vari
La strage di Stato
Biblioteca e Centro Documentazione Mafia Connection, luglio 2000

In pratica, oggi, in posizioni chiave, all’interno del patto di sindacato di controllo di Mediobanca siedono i principali "uomini chiave" dell’impero finanziario affidato a Michele Sindona: i Severgnini, commercialisti in Milano, e il professor Ariberto Mignoli. Rammentiamo che le correlazioni e i rapporti con Sindona e i suoi soci ed amici sono sempre stati negati da Cuccia e da Mediobanca.

Nel mese di maggio del 1998, i Severgnini, commercialisti milanesi (Guido, il padre - Mario e Oreste, i figli), sono entrati a far parte del prestigioso patto di sindacato di controllo di Mediobanca. La notizia viene riportata da numerosi giornali. Alcuni mesi dopo, il quotidiano la Repubblica ha pubblicato un articolo che riassume i termini dell’ingresso in Mediobanca dei Severgnini e del gruppo di industriali ad essi consociati. L’articolo racconta anche i trascorsi sindoniani di Guido Severgnini e i guai giudiziari del figlio Oreste. Il padre Guido Severgnini aveva infatti condiviso i suoi uffici e le sue attività con Sindona, per moltissimi anni, in via Turati prima e presso la Banca Privata Finanziaria poi. Ma non solo, i rapporti con Sindona, e con quanto Sindona rappresentava e rappresenta ancora oggi, si estendono al figlio Oreste Severgnini.

Una serie di atti societari confermano la partecipazione diretta e congiunta del dottor Oreste Severgnini e della Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona nella gestione di società emanazioni dirette della Finabank di Ginevra. La Finabank era gestita dal dottor Mario Olivero ed era la banca controllata da Sindona e dallo Ior e nella quale aveva interessi anche la Cia. La Finabank era, assieme alla Banca Privata Finanziaria di Sindona, una delle banche che la Cia utilizzava per finanziare le operazioni illegali dell’Alleanza Atlantica quali golpes, omicidi politici, stragi, terrorismi, strategie della tensione e quant’altro.

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77. Sindona Connection

Sindona tra mafia americana e Snia Viscosa
Giuseppe Ferrara
Mafia e spie
Nuova Cultura Editrice, 1990

Dunque prima Lucky Luciano, poi Joe Adonis sono i grandi referenti di Sindona per quanto riguarda la sua ascesa di banchiere mafioso; ma, lo abbiamo già visto, il suo lato di banchiere spia non è meno ricco di amici influenti e decisivi. Sarà proprio un collaboratore di John Mc Cafferry, capo dello spionaggio inglese durante la guerra, Franco Marinotti, divenuto intanto presidente dell’importante industria Snia Viscosa, ad aprire la strada finanziaria di Sindona.

Sarà Marinotti a presentare Sindona a Ernesto Moizzi, il proprietario di una piccola banca che lavorava per la Snia Viscosa, la Banca Privata Finanziaria, nella quale il siciliano si infiltrerà e ne diverrà il padrone.

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78. Sindona Connection

Cuccia e Sindona nella Giustizia e Libertà
Autori vari
Cuccia e la massoneria
Biblioteca e Centro Documentazione Mafia Connection, settembre 1995

Nella “Giustizia e Libertà” convivevano con Enrico Cuccia boss mafiosi e personaggi coinvolti nei più inquietanti scandali dell'Italia repubblicana. Tra tutti spiccava Michele Sindona. L'appartenenza di Cuccia a questa loggia massonica segreta fa apparire in una luce diversa la vicenda Sindona e soprattutto lo scontro Sindona-Cuccia.

Alla “Giustizia e Libertà” oltre a Cuccia e Sindona appartenevano infatti molti personaggi che tentarono di aiutare quest'ultimo durante le vicende legate al suo dissesto, come ad esempio: Carmelo Spagnuolo, Guido Carli, Fortunato Federici.

Alla luce di ciò appare meno peregrina la pretesa di Sindona di essere aiutato dal suo “fratello” di loggia Cuccia. Questo spiegherebbe anche la disponibilità iniziale di Cuccia ad incontrare Sindona, durante lo scandalo, diverse volte e in diverse parti del mondo.

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79. Riciclaggio nella Galassia

Contraffazioni e riciclaggi carsici nella Galassia di Mediobanca
Mario Guarino
la Padania - 10 marzo 1997

A puntate, periodicamente la cronaca si occupa di “scandali” su titoli o azioni, o certificati di deposito falsi, ma anche rubati e riciclati. Un caso clamoroso fu quello che coinvolse l'ex Banco di Santo Spirito e l'ex Banco di Roma, due istituti di credito oggi confluiti nella Banca di Roma. Alcuni anni fa vennero smerciati titoli di queste banche romane che provenivano dal bottino di un furto, il quale, però, non era stato denunciato dalle “vittime”. Curioso, non trovate? Così pure ci ha confidato un operatore di Borsa che in particolar modo all'estero si dovrebbero trovare ingenti portafogli di titoli di Stato contraffatti in maniera perfetta, tanto da risultare capitale a “garanzia” di importanti affidamenti. Alla memoria torna anche il caso della maxi tangente Enimont, una parte della quale venne pagata con titoli falsi, per quello che venne appurato.

Anche le azioni subiscono le attenzioni dei falsari. è più che una voce la notizia che per l'Europa si aggiri un “malloppo” di azioni delle Assicurazioni Generali fasulle. Epicentro della truffa, ovvero luogo da dove sarebbero arrivate nei mercati azionari del Vecchio Continente queste partite trappola di titoli falsi delle Generali, il Libano.

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80. Riciclaggio nella Galassia

La Fiat e il riciclaggio
Paolo Fusi
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Dopo un incendio alla Rinascente di Catania, la Fiat decise di pagare il pizzo al clan Santapaola. Dai paradisi fiscali, tre miliardi e mezzo furono fatti affluire su un conto svizzero della mafia. Una delle finanziarie esotiche della International holding Fiat, ovvero la Overseas union bank & Trust di Nassau, nelle Bahamas, è stata a lungo sotto osservazione da parte dell'Fbi e della Dea, l'ente antidroga americano, perché sospettata di aver riciclato decine di milioni di dollari dei narcos colombiani.

La Fiat ha reagito licenziando in tronco il direttore della Overseas, che avrebbe fatto tutto da solo.

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81. Riciclaggio nella Galassia

La Fiat, narcotraffico e riciclaggio
Michele Gambino
Avvenimenti - 5 marzo 1997

Una delle finanziarie esotiche della International holding Fiat, la Overseas union bank & Trust di Nassau, nelle Bahamas, è stata a lungo sotto osservazione da parte dell'Fbi e della Dea, l'ente antidroga americano, perché sospettata di aver riciclato decine di milioni di dollari dei narcos colombiani. La Fiat ha reagito licenziando in tronco il direttore della Overseas, che avrebbe fatto tutto da solo. Della stessa società, la Overseas di Nassau, si occupano i Pm milanesi Francesco Greco e Carlo Nocerino, che indagano su Gemina, la banca d'affari controllata da Mediobanca e dal gruppo Fiat.

Secondo l'accusa, Gemina, a cui fa capo tra l'altro il gruppo “Rizzoli-Corriere della Sera”, avrebbe occultato dai 15 ai 40 miliardi di perdite. Soldi che i manager del gruppo - cinque dei quali sono finiti in carcere - avrebbero smistato su società off-shore compiacenti (tra queste l'Overseas) per poi distribuirli tra gli azionisti di Gemina. Secondo l'ex legame di Gemina Giacomo Torrente, una delle operazioni fu suggerita da Francesco Paolo Mattioli (all'epoca vicepresidente di Gemina, indagato ndr.) su richiesta di Cesare Romiti.

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82. Massoneria connection

Cuccia e la massoneria segreta
Roberto Fabiani
I massoni in Italia
I libri dell’Espresso, 1978

Anche a piazza del Gesù, come in tutte le massonerie del mondo, esisteva una loggia coperta, destinata a riunire i fratelli più in vista. Si chiamava Giustizia e Libertà e in passato aveva visto una comparsa (rapida) dell'ex presidente del Senato e senatore a vita Cesare Merzagora, dei generali Giuseppe Aloja eGiovanni De Lorenzo. In quel forziere era concentrato un materiale di primissima scelta. Franziskus Konig, arcivescovo di Vienna e cardinale, fra i prelati. Tra i politici: Giacinto Bosco, Marcello Simonacci, Eugenio Gatto, democristiani; Luigi Preti, socialdemocratico e perfino il dirigente comunista, speranza del partito, Gianni Cervetti. Formidabile la presenza dei grandi e inamovibili condottieri delle industrie e delle banche pubbliche, dei boiardi di Stato, di personaggi usi a trattare col potere da pari a pari. EugenioCefis, primo tra i primi, iscritto da 15 settembre 1961, Leopoldo Modugno, dirigente delle Partecipazioni statali, in Loggia dal 9 giugno 1965, Giuseppe Arcaini, iniziato il 15 luglio 1963, Guido Carli, tra i liberi muratori dal 19 settembre 1967. E un altro grande e riservatissimo personaggio del mondo bancario non solo italiano, ma internazionale,Enrico Cuccia, amministratore delegato di Mediobanca, seduto fra le colonne del tempio fin dal 27 marzo 1955. Il più importante di tutti costoro da un punto di vista massonico eraRaffaele Ursini, che aveva la carica di luogotente del Sovrano Gran Commendatore del Rito. L'immarcesccibile stirpe dei costruttori romani era rappresentata da Fortunato Federici e daAladino Minciaroni. Non mancava un intimo del Quirinale, Alberto Micangeli e due intimissimi di casa Fanfani, Ettore Bernabei e Stelio Valentini. Il potere giudiziario aveva tra le file dei liberi muratori di piazza del Gesù uno dei magistrati all'epoca più potenti d'Italia, Carmelo Spagnuolo, massone sin dal 1947. Siccome Bellantonio era parente di Michele Sindona, in quegli anni lanciato alla conquista di traguardi sempre più ambiziosi, anche l'intraprendente finanziere era stato arruolato. Dopo di lui era arrivato un personaggio scontroso e taciturno: quel donAgostino Coppola, economo della cattedrale di Monreale, che sarebbe stato condannato a 18 anni di prigione sotto l'imputazione di appartenere alla banda di Luciano Liggio.

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83. Massoneria connection

Cuccia, Guarrasi, Cosa nostra e le logge segrete
Autori vari
Atlante generale delle connections di mafia, vol. 3
Biblioteca e Centro Documentazione Mafia Connection, giugno 1992

Che cosa ci fa Enrico Cuccia in compagnia di Agostino Coppola? Agostino Coppola è stato condannato a trent'anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso (banda Liggio) ed è nipote del boss Frank Coppola.

Che cosa ci fa Vito Guarrasi, commercialista, fiduciario di Enrico Cuccia a Palermo, in compagnia di Salvatore Greco, latitante, parente di grandi boss mafiosi?

Il filo conduttore di queste imbarazzanti compagnie è la massoneria. Enrico Cuccia è “fratello” di Agostino Coppola nella loggia segreta, della massoneria di Piazza del Gesù, “Giustizia e Libertà” (fusa negli anni Ô70 con la P2 di Licio Gelli). Vito Guarrasi è “fratello” di Salvatore Greco nella loggia massonica cosiddetta “di via Roma” a Palermo.

Con Enrico Cuccia e il mafioso Agostino Coppola nella “Giustizia e Libertà” troviamo al loro fianco i protagonisti dei principali scandali politico-finanziari della storia recente italiana: Michele Sindona (crack della Banca Privata Italiana), Giovanni De Lorenzo e Cesare Merzagora (Piano Solo), Giuseppe Arcaini (scandalo Italcasse), Raffaele Ursini (scandalo Liquigas), Aladino Minciaroni (caso Calvi/Ambrosiano), Carmelo Spagnuolo (caso Sindona/ radiato dalla magistratura).

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84. Massoneria connection

Nemici fraterni
Roberto Fabiani
I massoni in Italia
I libri dell’Espresso, 1978

Nessuno sa spiegare come potessero convivere nella stessa organizzazione e in spirito di fraternità personaggi che si odiavano a morte come Cuccia e Sindona, Aloja e De Lorenzo, ognuno dei quali avrebbe voluto assistere alla rovina dell’altro e le cui lotte avrebbero segnato non solo la cronaca, ma addirittura la storia d’Italia.

Alla "Giustizia e Libertà" facevano le cose per bene e ogni fratello iscritto aveva il suo codice, vagamente somigliante al codice fiscale.

(Nota: quasi tutti gli iscritti della loggia massonica segreta Giustizia e Libertà, alla quale il Brano fa riferimento, sono confluiti nel 1973 nella loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli.)

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85. Massoneria connection

Maccanico e Berlusconi: massoni avversari?
Guido Moltedo
il Manifesto - 2 febbraio 1996

Naturalmente anche di Maccanico si dice che sia un potente massone, e si dice anche che la sua benevolenza nei confronti del Cavaliere - ricambiata - sia da capire alla luce dell'oscurità delle relazioni massoniche. Un'altra storia, o leggenda metropolitana, parla dell'incarico a Maccanico come esito di un accordo fra la massoneria «buona» (Maccanico) e quella deviata piduista (Berlusconi) per mettere una pietra sopra sui conflitti e le deviazioni degli scorsi anni (specchio di scontri fra forze economiche e fra lobby).

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86. Massoneria connection

La Fiat e la massoneria
Luigi Cipriani
Quel Marx di San Macuto
Fondazione Luigi Cipriani, 1993

Quel che è certo, lo ha dichiarato lo stesso Agnelli ai giudici, è che la Fiat ha finanziato abbondantemente la massoneria di Lino Salvini che, non dimentichiamolo fu messo sotto inchiesta per il golpe Borghese, per l’assassinio del giudice Occorsio e per la strage del treno Italicus.

Sappiamo poi che attraverso Sogno, iscritto alla P2, i finanziamenti finirono anche alla loggia di Licio Gelli.

Dall’inchiesta del giudice Catelani emerse che la Fiat nel periodo fra il 1971 e il 1976, tramite la Banca Popolare di Novara, emise circa 3000 assegni per un valore di allora di circa 15 miliardi, una cifra enorme, tale da giustificare ben altri obiettivi che non il semplice finanziamento alla massoneria.

La conferma dell’emissione degli assegni venne anche dalle deposizioni di Luciano Macchia, condirettore dell’Ifi della famiglia Agnelli e di Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat e inquisita per il tentativo di golpe attribuito a Edgardo Sogno e Luigi Cavallo.

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87. Morti utili e la Calvi connection

Anche Mediobanca dietro la morte di Calvi
Carlo Bonini
il Manifesto - 30 settembre 1993

Al processo P2, Pazienza chiama in causa i servizi segreti inglesi e Mediobanca per l'omicidio Calvi e indica, quale prova, un rapporto finanziario coperto da segreto. Pazienza spiega: «I mandanti dell'omicidio del banchiere Roberto Calvi vanno cercati a Londra e in Mediobanca, terminale italiano di quella massoneria inglese protagonista, all'inizio degli anni Ô80, di uno scontro di potere con la massoneria italiana in cui la vita di un uomo come Calvi non aveva alcun valore».

Poi, perché il messaggio sia ancor più chiaro, per Cuccia come per i magistrati milanesi che indagano sul crack del Banco Ambrosiano, aggiunge: «Informerò nelle prossime ore il pm Pierluigi Dell'Osso». E la prova? Pazienza sostiene di averla recuperata nel giugno scorso, grazie al ben pagato lavoro di «uno dei più celebri investigatori privati londinesi».

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88. Morti utili e la Sindona connection

L'omicidio Ambrosoli e i veri padroni di Sindona
Eugenio Scalfari
la Repubblica - 22 giugno 1982

Ambrosoli fu ucciso non certo perché sosteneva alcune soluzioni piuttosto che altre nella liquidazione del fallimento Sindona. Fu ucciso perché studiando con scrupolosa attenzione le carte di quel crack, era arrivato al punto di «capire». Ambrosoli aveva capito chi c’era veramente dietro Sindona, quale era la struttura vera dell’Organizzazione multinazionale della quale Sindona era soltanto uno dei modesti e periferici terminali.

Aveva, Ambrosoli, penetrato alcuni misteri più esplosivi della dinamite, i misteri del riciclaggio del denaro proveniente dalla droga, dai sequestri, dal contrabbando, e i circuiti bancari e finanziari che quegli immensi capitali del crimine percorrevano con assoluta sicurezza. Per questo Ambrosoli è stato ammazzato come un cane a Milano, sulla porta di casa.

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89. Morti utili e la Sindona connection

Cuccia avrebbe potuto salvare Ambrosoli
Nino Sunseri
la Repubblica - 15 marzo 1991

I successivi processi contro Michele Sindona e contro gli amministratori dell'Ambrosiano hanno fatto venire alla luce un intreccio terrificante tra finanza e delinquenza. Michele Sindona e Roberto Calvi, insieme alle amicizie, ebbero in comune anche gli avversari, a partire da Enrico Cuccia che non esitò ad affrontare i due banchieri rampanti. Tranne poi “dimenticarsi” di avvertire Giorgio Ambrosoli dei rischi che correva.

Il proverbiale riserbo del leader di Mediobanca, se almeno in quella occasione fosse stato abbandonato, avrebbe potuto molto probabilmente salvare la vita di un uomo.

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90. Morti utili e la Enimont connection

La scia di sangue di Enimont
Il Resto del Carlino - 25 luglio 1993

L'onorevole Antonio Pappalardo intende chiedere la riesumazione del corpo di Franco Piga «per stabilire se veramente il ministro delle partecipazioni statali all'epoca della vicenda Enimont sia morto d'infarto». Lo ha detto dopo una visitra nel carcere di Opera, all'ex presidente della Montedison, Giuseppe Garofano.

«Dopo tutte queste morti - ha spiegato - Garofano è rimasto uno dei pochi testimoni della vicenda Enimont». Ha ricordato le morti di Gardini, Cagliari e Sergio Castellari, sulla cui fine chiede indagini approfondite perché è un episodio che, «forte della mia esperienza di colonnello dei carabinieri, non mi sento di definire un semplicze suicidio». Pappalardo ha espresso perplessità anche sulle modalità del suicidio di Cagliari.

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91. Morti utili e la Enimont connection

I “suicidi” di Gardini e Cagliari
Geronimo (pseudonimo di Cirino Pomicino)
Strettamente riservato
Mondadori, maggio 2000

In quel giugno 1993, con l'acquisizione del gruppo Ferruzzi da parte della Galassia Fiat-Mediobanca, si avviava, di fatto, il riassetto del capitalismo italiano, mentre la guerra di Tangentopoli conosceva il suo punto più alto.

Gardini e Cagliari, con il loro suicidio nell'estate di quell'anno, sembrarono simboleggiare questo punto di svolta. La morte del presidente dell'Eni anticipava la distruzione morale e fisica di Craxi, mentre quella di Gardini toglieva di mezzo l'unico imprenditore che aveva avuto il coraggio o, se si vuole l'ardire di sfidare in Italia il potere economico consolidato. Quest'ultimo potrà iniziare la lunga marcia alla conquista delle grandi aziende pubbliche in via di privatizzazione.

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92. Morti utili e la Fiat connection

“Loro” e la morte di Edoardo Agnelli
Marco Gregoretti
Vita, misteri e morte di Edoardo Agnelli
GQ e Libero, 15 febbraio 2001

Si è avverata un’altra profezia, la profezia di Goethe sulla forza illimitata del denaro. I “biglietti alati” volano più in alto di quel che la fantasia umana possa immaginare: «la fantasia, nel suo più alto volo, si affatica solamente e non quanto basti». La caduta del valore dei beni materiali, la dematerializzazione della ricchezza e, di riflesso, la sua trasformazione in “finanza” hanno infatti spezzato la catena politica fondamentale: Stato, territorio, ricchezza. Tutto ciò si è verificato per questa ragione: come si è già notato, la moneta ed i suoi derivati non circolano perchè hanno valore, “ma hanno valore perchè circolano” e per questo non possono essere forzosamente legati al territorio politico dello Stato in cui si sono formati. In specie, non possono esservi fissati con regimi di monopolio che, proprio con il fissarli, ne distruggerebbero il valore.

Di riflesso, lo spostamento della ricchezza “fuori” dagli Stati impoverisce le funzioni statali classiche. Nella repubblica internazionale del denaro la moneta è, infatti, supernazionale (per ora, è il dollaro), la giustizia è quella privata degli arbitrati, le tasse tendono infine a degradare nell’evanescenza. Il fenomeno è, per noi che stiamo in una penisola ed abbiamo una storia relativamente domestica, meno evidente che altrove, ma non è per questo meno imminente e meno importante. Ciò che qui, in specie, si vuole sostenere è che lo sgretolamento degli stati nazionali porta con sé l’esigenza di un cambiamento radicale della nostra sfera politica: la può impoverire, ma la può anche enormemente arricchire.

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93. I soldi dell’eversione

Sogno e gli Agnelli
Philip William
I burattinai
Tullio Pironti Editore, 1993

Negli anni cinquanta Sogno, affiancato da Luigi Cavallo, aveva fondato "Pace e Libertà" un movimento anticomunista. Nel 1971, Sogno fondò il "Comitato per la resistenza democratica".

Stando ad un rapporto dei servizi segreti, Sogno avrebbe avuto l’appoggio della famiglia Agnelli fin dagli inizi, nonché aiuti finanziari dalla stessa Fiat, dall’Unione industriali di Torino e «probabilmente da Michele Sindona e dalla stessa Cia».

Una delle principali attività delle organizzazioni era lo spionaggio ai danni dei lavoratori della Fiat simpatizzanti di sinistra e la compilazione di dossier su di loro. Questo era il compito di Cavallo, che veniva pagato sia dalla Fiat sia dall’Ufficio Ricerche economiche e industriali diretto dal colonnello Rocca.

L’obbiettivo dei progetti di Sogno avrebbe dovuto essere raggiunto nell’agosto 1974, con l’occupazione del Quirinale. Il piano non andò in porto. Sogno e Cavallo furono arrestati nel 1976 e accusati di cospirazione sovversiva.

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94. I soldi dell’eversione

La Fiat e il colonnello Rocca
Gianni Flamini
Il partito del golpe, vol. 1
Italo Bovolenta editore, 1981

27 giugno 1968. L’ex colonnello del Sifar Renzo Rocca viene trovato morto in un ufficio al sesto piano di un palazzo di via Barberini 86 a Roma. Fuori dalla porta una targhetta: «Fiat spa ufficio steccato». Rocca ha infatti lasciato l’ufficio Rei del Sifar esattamente un anno prima ed è stato assunto da Vittorio Valletta alla Fiat.

è il più clamoroso "suicidio di Stato" dell’Italia democristiana. Dall’ufficio di Rocca scomparvero documenti d’archivio relativi all’attività da lui svolta nell’interesse del Sifar. Documenti sui coinvolgimenti dei nostri servizi di sicurezza in «giochi sporchi» dei servizi segreti americani e della Nato.

Alla Commissione d’inchiesta si parlerà di «nuclei d’azione già preparati, tenuti pronti, finanziati principalmente da Valletta e allestiti per appoggiare possibili azioni. Il Sifar e il colonnello Rocca con i fondi particolari di cui il Rei, per i suoi contatti con ambienti economici di grande potenza, poteva disporre, pose in essere nella primavera-estate del 1964, e prima ancora nel 1963 in Piemonte e Liguria un’azione di reclutamento clandestino». Di questi gruppi civili, base strutturale dei "servizi paralleli", si scoprirà ancora, in futuro, l’esistenza.

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95. I soldi dell’eversione

La Fiat e i “servizi” inglesi
Luigi Cipriani
Quel Marx di San Macuto
Fondazione Luigi Cipriani, 1993

Il 28 luglio 1974 durante il congresso del Pli, Sogno denunciò il pericolo di un golpe marxista e propose di attuare un colpo di stato liberale per prevenire i tempi. Poco dopo, il 4 agosto 1974, avvenne la strage dell’Italicus.

Che molti aderenti al partito del golpe fossero al corrente di cosa bolliva in pentola è confermato dal fatto che il gran maestro della massoneria Lino Salvini invitò gli amici a non andare in ferie perché per l’estate era previsto un tentativo di golpe.

Il giudice Violante aprì un’inchiesta sui finanziamenti della Fiat all’agente dei servizi segreti inglesi Edward Sciclune, amico di Sogno e direttore della filiale Fiat di Malta, il quale nel 1982 darà ospitalità al generale Lo Prete in fuga dall’Italia per lo scandalo petroli.

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96. I soldi dell’eversione

Sogno, la Fiat e la Cia
Claudio Gatti
Rimanga tra noi
Leonardo, 1991

«Quando la Fiat ci tagliò i finanziamenti, decisi di andare in America chiedere aiuto al vecchio amico Allen Dulles, allora capo della Cia. Lui non si impegnò. Disse solo che ci avrebbe pensato» riferisce Sogno «Qualche tempo dopo ricevetti una telefonata da Alfredo Pizzoni, presidente del Credito Italiano a Milano, avevamo fatto insieme la Resistenza. Mi convocò nel suo ufficio e mi disse "Eddy, ti devo dare una busta". La presi in mano, la aprii e trovai i primi finanziamenti di Dulles. Da allora Pizzoni continuò a svolgere questo ruolo di tramite consegnandomi sempre cifre che variavano tra i 5 e i 15 milioni di lire»

Alla Cia e all’ambasciata di via Veneto, Sogno interessava soprattutto per la sua funzione propagandistica. La medaglia d’oro della Resistenza è però costretto dagli eventi a servirsi dei neofascisti e Pace e Libertà; si trovò col tempo a dover dipendere da attivisti missini.

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97. I soldi dell’eversione

Sogno e la Fiat
il Manifesto - 9 dicembre 1990

Edgardo Sogno dichiara di voler essere “risarcito”; definisce Berlinguer un “pericolo gravissimo per la democrazia”, rivela i nomi dei suoi “magnifici 20” che, “finanziati da Fiat, Confindustria, Ministero della Difesa e degli Esteri”, avevano assunto l'impegno di “sparare contro i traditori pronti a fare il governo con i comunisti”.

Venti dunque erano i componenti dei “Comitati di resistenza democratica”, il cui obiettivo era di impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni. «Erano - racconta Sogno - Umberto Revelli, Angelo Magliano, Paolo Bricchetto, Stefano Porta, Adolfo e Cecilia Beria d'Argentine, Vittorio Bandi di Selve, Felice Maulino, Silvio Genna, Aldo Geraci, Roberto Dotti, Antonio Borchesio, Ugo Colombo, Guglielmo Mozzoni, Agostino Bergamasco, Edoardo Visconti, Filippo Jacini, Giorgio Bergamasco, Napoleone Leuman, Ugo e Giancarla Mursia, Domenico Bartoli, Giovanni Sforza, Camillo Venesio e Marco Poma».

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98. I soldi dell’eversione

La Rosa dei Venti della Mira Lanza
Gianni Flamini
Il partito del golpe,
vol. 2 Italo Bovolenta editore, 1982

10 giugno 1973. Piadena è un paesetto della provincia di Cremona. è stato scelto dal maggiore Spiazzi per facilitare l’incontro tra i rappresentanti della "ditta genovese", che sono i finanziatori, e quelli dei "militari". Quanto ai primi arrivano da Genova l’avvocato De Marchi, Edgardo Massa, funzionario della Mira Lanza e Attilio Lercari, uomo di fiducia dell’industriale Piaggio. Da Verona giungono il generale Francesco Nardella, il colonnello Ronaldo Dominioni e Roberto Cavallaro.

Durante la riunione si enunciano i piani dell’organizzazione e si discute del relativo finanziamento, concordato nella somma di 200 milioni di lire, di cui 20 milioni dovevano senza indugio essere destinati alla preparazione di attentati da compiere in Valtellina.

De Marchi subordina la concessione dei finanziamenti a «risultati concreti», come «l’attacco a una caserma o qualcosa del genere». I milioni verranno messi a disposizione, e i primi 20 saranno pagati il 22 giugno.

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99. I soldi dell’eversione

Gli assegni di Piaggio
Gianni Barbaceto
Il Grande Vecchio
Baldini & Castoldi, 1993

Nell’indagine a molte facce chiamata Rosa dei Venti c’è anche una pista finanziaria. Dal pagamento fatto a “Cip”, con un assegno, Tamburino risale a una banca di Genova. Chi aveva condotto tutte le operazioni?

Attilio Lercari, amministratore delegato della Gaiana, una società del gruppo Piaggio. Parte un mandato di cattura a carico di Lercari, con accuse pesanti: sovvenzione di banda armata, associazione sovversiva, falso in titoli di credito. Ma il manager, avvertito in tempo da qualche santo in paradiso, prende la via della fuga. Tamburino comunque non si ferma. Da Lercari risale fino al suo padrone, il vecchio armatore e industriale genovese Andrea Maria Piaggio, che ha la fama di essere uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Tamburino fa arrestare l’industriale, in un coro di proteste dei giornali che lo accusano di mettere in galera come un criminale uno stimato imprenditore, un uomo ormai molto anziano.

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100. I soldi dell’eversione

I golpisti di Genova
Gianni Flamini
Il partito del golpe, vol. 2
Italo Bovolenta editore, 1982

Il partito del golpe seguita a sollecitare simpatie e finanziamenti. Come, per esempio, in Liguria nel 1969.

«Il 12 aprile ultimo scorso a Genova, in una villa appartata a picco sul mare, sita in via Capo Santa Chiara 39, il noto comandante Valerio Borghese si è incontrato con l’armatore Cameli Alberto, con l’avvocato Meneghini Gianni, con il presidente Lagorio Serra Gianluigi e con il proprietario della villa, l’industriale Canale Guido».

Inizia così un rapporto del gruppo carabinieri di Genova inviato al comando dei carabinieri di Roma. Uno dei tanti rapporti fantasma che verranno sepolti nei cassetti del potere. Di questo si scoprirà l’esistenza, per caso, solo alla fine del 1973, quando la magistratura romana che da anni si sta occupando senza risultati della storia golpista di Borghese verrà avvertita addirittura da un giornalista.

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101. I soldi dell’eversione

Valerio e il colonnello Rocca
Gianni Flamini
Il partito del golpe, vol. 1
Italo Bovolenta Editore, 1981

Qualche giorno dopo (il 16 aprile) Rocca aveva scritto in un pro-memoria: «Ho visto ieri sera l’ingegner Valerio. Auspica una soluzione tipo Brasile. Gli ho segnalato l’opportunità di aiutare Pacciardi, come Pacciardi stesso mi aveva pregato di dire. Valerio è contrario perché ritiene che Pacciardi non abbia alcuna possibilità di successo e sarebbero denari sprecati».

Tuttavia il presidente della Edison (del quale in questo documento risultano la finezza politica e la passione per i gorilla) troverà qualche milione anche per Pacciardi. è chiaro che in questo momento il timer del golpe è scattato. Non a caso il "Piano Solo" fa il paio con l’incitamento di Pacciardi e dei suoi amici americani. Su entrambe le iniziative splende il simbolo della Nato, una "rosa dei venti".

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102. I soldi dell’eversione

Finanziare squadre di uccisori
Roberto Faenza e Marco Fini
Gli americani in Italia
Feltrinelli, 1976

Di un rapporto riservatissimo indirizzato al centro romano del Pci, l’OSS manda a Washinton una copia completa. Vi si legge che industriali, uomini d’affari, latifondisti si stanno organizzando contro i comunisti da cui temono di venir espropriati. L’obiettivo è «eliminare dal mondo politico italiano tutti i filocomunisti; finanziare squadre di uccisori reclutandole tra ex fascisti e gangsters di professione e utilizzandole per attentati ad alte personalità del governo o per stragi ai danni della popolazione civile, sotto false insegne che indichino come responsabili i comunisti»

«Il promotore del movimento sarebbe Francesco Odasso, consigliere delegato della Snia Viscosa. Gli altri aderenti: Enea Ramazzotti, Franco Marinotti (capo della Snia), Luigi Barzini junior, Giannalisa Feltrinelli, Filippo Sandoz, Pietro Rollino, Leonardo Albertini, Cristina Belli, Teresa Dettori, Mario Di Leva, Roberto Fasola, Claudio Longo, Luigi Salomone».

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103. I soldi dell’eversione

Il golpe di Montanelli
Rossana Rossanda
il Manifesto - 19 dicembre 1998

Dunque nel 1954 il più venerato dei giornalisti liberali italiani, Indro Montanelli e la più folcloristica rappresentante della diplomazia americana Clara Booth Luce, tessero una corrispondenza cospiratizia allo scopo di salvare l’Italia dall’incombente dominio comunista.

Come? Reclutando «centomila bastonatori» per formare un'associazione «terroristica segreta» e sostenere i carabinieri in un colpo di stato o addirittura farlo.

Per conto di chi? Degli industriali ex monarchici che consideravano troppo molle la Democrazia cristiana: il veneziano conte Cini, il Marzotto, il principe Lanza di Trabbia e alcuni altri personaggi «risoluti e di alta coscienza morale».

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104. I soldi dell’eversione

I centomila bastonatori di Montanelli
Italia contemporanea
settembre 1998, n. 212

«Noi dobbiamo creare questa forza. Quale? Non si può sbagliare, guardando la storia del nostro paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza: l’unità d’Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista.

è l’unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla individuo per individuo, darle una bandiera, un'organizzazione terroristica e segreta e un capo. Cini, come capo, non è adatto, e del resto egli stesso si rifiuterebbe di diventarlo. Egli potrebbe essere soltanto l’organizzatore finanziario e il "padre Giuseppe" del movimento».

(Nota: estratto della lettera inviata da Indro Montanelli all’ambasciatrice americana in Italia Clara Booth Luce il 6 maggio 1954).

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105. I soldi dell’eversione

L’entusiasmo del conte Cini
Italia contemporanea
settembre 1998, n. 212

Vittorio Cini è venuto da me ieri mattina, dicendo che aveva urgente bisogno di parlarmi. Doveva dirmi infatti che aveva fatto un rapido giro a Venezia, Torino, Genova e Milano, dove aveva preso parte a una riunione del cosiddetto "Comitato segreto" della Confindustria.

Lì aveva preso la parola per criticare con l’energia, che in lui si traduce spesso in violenza (il suo temperamento è dittatoriale), l’atteggiamento dei suoi colleghi industriali e particolarmente quello di Valletta. Subito dopo aveva avuto un lungo colloquio con Cicogna il quale, come mi aveva promesso, si è messo a sua disposizione. E insieme sono andati a trovare Faina, il capo della Montecatini, che ha aderito immediatamente al loro piano d’azione.

Questo è, cara signora, un Suo personale miracolo, e la prego di non lasciarlo a mezzo.

(Nota: estratto della lettera inviata da Indro Montanelli all’ambasciatrice americana in Italia Clara Booth Luce il 1 giugno 1954).

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106. I soldi dell’eversione

Gli eredi del conte Cini
Franco Scottoni
la Repubblica - 19 febbraio 1985

Il marchese Vittorio Guglielmi Grazioli della Rovere, nipote ed erede del conte Cini, è stato arrestato domenica pomeriggio su mandato di cattura del giudice istruttore Gianfranco Viglietta.

L’inchiesta giudiziaria è incentrata sulle attività dei boss mafiosi Pippo Calò e Domenico Balducci.

Gli inquirenti hanno scoperto che numerose società, con sede in via del Gesù, in un palazzo del marchese Guglielmi, erano state costituite per illeciti affari.

L’infiltrazione mafiosa a Roma faceva capo a Pippo Calò. Stando a quanto sostengono gli inquirenti, con Calò lavorava come socio Domenico Balducci, il quale a sua volta era socio del marchese Guglielmi.

Un’altra attività del clan era la ricettazione di oggetti preziosi rubati o rapinati da alcune formazioni terroristiche di estrema destra.

Gli inquirenti hanno in mano numerose testimonianze di "pentiti neri" come ad esempio Cristiano Fioravanti, Walter Sordi, Aldo Tisei e Paolo Aleandri.

(Nota: il boss mafioso Pippo Calò è stato condannato in via definitiva come mandante della strage del "treno di natale rapido 904").

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107. I soldi dell’eversione

Tutti gli uomini del conte Cini
Maria Antonietta Calabrò
Le mani della mafia
Edizioni Associate, 1991

Florent Rey Ravello era in affari con l’Ambrosiano, come Sindona, dagli inizi degli anni settanta. Secondo quanto dichiarato da Ravello alle autorità elvetiche, l’Alphom Finance era di proprietà di Vittorio Cini, di Guido Zerilli, di Serafino Ferruzzi.

Ravello era fuggito in Svizzera nel 1979, in seguito allo scandalo Italcasse-Caltagirone nel quale fu coinvolto anche Domenico Balducci. In base a quanto accertato dalla Criminalpol del Lazio, il finanziere italo-svizzero avrebbe avuto rapporti coi gruppi mafiosi "vincenti": Carboni, Balducci, Calò.

Calò era stato condannato dalla Corte d’Assise e d’Appello di Firenze come mandante della strage sul rapido "904".

(Nota: il finanziere italo-svizzero Florent Lay Ravello ha iniziato la sua carriera come maestro-precettore in casa del conte Vittorio Cini. Diventandone poi fiduciario e prestanome per operazioni economiche-finanziarie).

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108. Stragi per lucro

Cupola chimica
Manuela Cartosio
il Manifesto - 14 giugno 2001

L'ultimo è morto tre giorni fa, per patologie al fegato. Si chiamava Luigi Rocco, aveva lavorato al petrolchimico di Porto Marghera nei reparti del cloruro di vinile monomero. Il suo nome finisce nell'inchiesta stralcio del pm Felice Casson che già elenca decine di morti e malati “nuovi” rispetto ai 260 per cui si sta celebrando il processo contro i vertici di Montedison e di Enichem, accusati di strage colposa e disastro ambientale.

La requisitoria di Casson si è chiusa con la richiesta di condannare tutti gli imputati. La pena massima è stata chiesta per Eugenio Cefis: 12 anni. L'inchiesta di Casson ha avuto il sostegno di numerosi e rigorosi studi tecnico-scientifici, che vanno valutati non come astratte indicazioni probabilistiche, ma calati nel contesto del petrolchimico. Un contesto descritto parlando di impianti logori, della carenza di manutenzione, di interventi tardivi e diluiti nel tempo, di monitoraggi fasulli, di occultamento della tossicità del Cvm, nota almeno dalla fine degli anni Ô60 ai vertici aziendali.

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109. Stragi per lucro

Quanto costa Marghera?
Manuela Cartosio
il Manifesto - 29 giugno 2001

Parla Paolo Leon, l'economista che ha valutato in 71mila miliardi di lire il danno all'ambiente provocato dalla Montedison e dall'Enichem: «Chi non spende prima spende dopo. Non pensino di farla franca, magari a rate ma dovranno rimborsare i danni provocati».

Per il disastro ambientale provocato dal petrolchimico di Porto Marghera l'avvocato dello Stato ha chiesto a Montedison ed Enichem un risarcimento di 71mila miliardi. Il giorno dopo, in Borsa, i titoli non hanno fatto una piega. Il mercato ha reagito come se la richiesta, avanzata dopo tre anni di dibattimento processuale, fosse uno scherzo. «Siccome non è mai successo, si pensa che non succederà neanche questa volta. Si confida nell'Appello, nella Cassazione o in qualche transazione. Magari non saranno 71mila miliardi ma il danno c'é stato, causato dall'indebito profitto conseguito dalle aziende non realizzando gli interventi che avrebbero mitigato il danno ambientale. Poiché il danno è dimostrato, Montedison ed Enichem dovranno sborsare molti soldi. E questo inciderà sui dividendi».

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110. Stragi per lucro

Stragi a Mantova
Luca Fazio
il Manifesto - 9 giugno 2000

L'inchiesta sui casi di tumore nello stabilimento della Montedison (ceduto poi a Enichem-Montedipe) di Mantova lascia intravvedere scenari inquietanti. Secondo Paolo Rabiti, ingegniere e urbanista alla facoltà di architettura a Venezia e membro del comitato scientifico di Legambiente, ci sono ancora rischi per i cittadini: «L'indagine epidemiologica che abbiamo portato avanti tra enormi difficoltà ha dimostrato che avvicinandosi alla zona industriale aumenta il rischio di contrarre un raro tipo di tumore, il sarcoma delle parti molli.

La recente indagine dell'Istituto Superiore di Sanità ha confermato la nostra ipotesi e ha dimostrato che nel raggio di 2 chilometri dall'inceneritore per tossico nocivi di Montedison, ora Enichem, vi è un rischio senza precedenti. Da aggiungere che la mortalità degli operai di alcuni reparti del petrolchimico di Mantova mostra indici peggiori di quelli del petrolchimico di Porto Marghera».

(Nota: Nell'aprile del 2001 è scattata una maxi perquisizione a Milano, Mantova e San Donato Milanese per acquisire tutta la documentazione sull'attività del petrolchimico Montedison di Mantova)

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111. Stragi per lucro

La vasta mappa delle stragi della Galassia
il Manifesto - 10 novembre 2000

«Non c'è solo Marghera, Mantova e Brindisi. La mappa da controllare, purtroppo è vasta. Per restare solo alla coppia mortifera cvm-pvc, la magistratura dovrebbe occuparsi di quel che è successo nei petrolchimici di Ravenna, Porto Torres e Ferrara. Altre due sostanze, arsenico e formaldeide hanno causato tumori e malattie ai lavoratori del petrolchimico di Manfredonia dove si producevano fertilizzanti.

Una sentenza ha già riconosciuto che l'operaio Antonio lo Vecchio è morto per intossicazione da arsenico, mentre resta aperto il procedimento per altri decessi. Fibre di vetro e formaldeide sotto accusa alla Vertex di Vado Ligure, ceduta dalla Montedison alla Saint Gobain: qui, dal Ô76 almeno un centinaio di lavoratori sono morti e si sono ammalati per cause professionali».

(Nota: Intervista a Luigi Mara di Medicina Democratica).

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112. Stragi per lucro

Stragi a Brindisi
Giuseppe D'Ambrosio
il Manifesto - 10 novembre 2000

Strage colposa. Un'accusa pesantissima rivolta a dirigenti e direttori delle società che si sono succedute nel corso degli anni alla guida delpetrolchimico di Brindisi. Disastro ambientale doloso, lesioni gravi, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni, le ulteriori ipotesi di reato citate negli avvisi di garanzia che hanno raggiunto 68 pezzi grossi (alcuni sono ex) di Montedison, Enichem, Evc e Celtica Ambiente. Nel mirino dei giudici della procura di Brindisi gli impianti di trattamento del cloruro di vinile, dal quale si produceva, fino ad un anno e mezzo fa, il famigerato Pvc. In queste ultime accuse l'aggravante del dolo: i dirigenti sarebbero stati consapevoli di organizzare la produzione di un elemento nocivo per la salute.

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