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2003 04 30 * Partito Radicale * Lettera di dimissioni a Marco Pannella e per conoscenza agli iscritti * Olivier Dupuis

Caro Marco,
in questi ultimi mesi e in questi ultimi giorni (e potrei dire in queste ultime ore) mi è toccato di sentire da te, direttamente e indirettamente, cose davvero incredibili. Incredibili non solo perché in sé non credibili (oltre che non vere), ma soprattutto per i tuoi ricorsi continui ad accuse gratuite e che palesemente travolgevano la realtà.
Fermo restando tutti i miei limiti che, peraltro tu e tutti conoscevate bene e ben prima del Congresso di Tirana, penso che, a questo punto, devo trarne le conclusioni e quindi annuncio a te e a tutti gli iscritti al Partito Radicale Transnazionale che non ritengo più possibile svolgere le mie funzioni di segretario, se questo è il dato di organizzazione e di rapporto politico interno in cui devo lavorare e che tu - non solo tu, ma prevalentemente tu - hai determinato a creare.
La questione è evidentemente e innanzitutto politica, nonostante i tuoi tentativi di accreditare una lettura “personale” e psicologica (quando non psichiatrica) del mio disagio e delle mie reazioni. Non è la prima volta che mi accade di dirlo. L’ho ripetuto all’ultimo Comitato dei Radicali italiani; l’avevo già detto in precedenti occasioni, come per esempio in occasione di una riunione del “senato” del partito, da te impostata, con il supporto di pochi altri, come un vero e proprio processo nei miei confronti.
Un principio implicito di organizzazione e funzionamento della “cosa radicale”, di cui riconosco il senso storico e la realtà politica, vuole che il segretario del partito - che, a mia memoria, negli ultimi 15 anni hai quasi sempre proposto in prima persona al congresso - debba godere della tua fiducia. Vi è poi un altro principio conseguente al primo, di cui tu non sembri più tenere conto, è che anche tu - anche Marco Pannella - debba godere politicamente e personalmente della fiducia del segretario.
Quindi, per entrambe queste ragioni, è escluso che la carica di segretario possa continuare ad essere ricoperta da uno che tu consideri e che sa di essere considerato da te una via di mezzo fra un mascalzone e un mentitore recidivo, come hai detto - me assente - in una riunione non pubblica ma ufficiale del gruppo parlamentare europeo.
Da parte mia, non si tratta solo di rimettere un mandato per ragioni di gravi divergenze politiche. Si tratta anche di mettere un termine ad una finzione, di restituire la titolarità di una carica “vuota”, di cui non sono né formalmente, né materialmente in grado di esercitare la responsabilità effettiva.
Sono l’unico segretario radicale - che io ricordo - che non ha la disponibilità né diretta né indiretta delle risorse interne (che non ha nessuna capacità effettiva di spesa, che non dispone della capacità di gestire gli indirizzari, …), e che non ha nessun effettivo potere se non quello di fare individualmente quello che ritiene di dovere fare, ma che continua ad essere sistematicamente accusato, non solo da te, ma soprattutto da te di avere la gran parte delle responsabilità o per meglio dire delle colpe della situazione interna.
Ci sono certo delle divergenze politiche fra di noi, che si vanno sempre più approfondendo, ed in cui è sempre più difficile distinguere fra “l’interno” e “l’esterno”, fra quanto non funziona nella nostra vita interna e i riflessi che questa sistematica dis-organizzazione comporta sulle iniziative esterne. Ma io vorrei che fosse chiaro - pubblicamente chiaro - che io “divergo” innanzitutto dal tuo tentativo di “mostrificazione” della mia condotta, dalla tua rappresentazione delle mie iniziative come concepite non solo senza di te, ma sistematicamente “contro” di te.
Ormai la mia carica di segretario non serve più a me, per adempiere a responsabilità statutarie, ma per consentire a te di esercitarne un controllo assoluto e irresponsabile.
A differenza di quanto tu pensi io non ho mai avuto la presunzione o l’illusione di “salvare il partito da Pannella”; a me va bene qualunque tua scelta, che tu scelga la strada di essere e di comportarti da soggetto autonomo, affrancato dalle responsabilità statutarie, e con un rapporto quasi “esterno” con i soggetti e gli organi dell’area radicale, oppure, al contrario, che tu scelga di ricoprire in prima persona le cariche di responsabilità statutaria.
Semplicemente non accetto di dovere rispondere io di quanto fai tu, scegliendo di volta in volta di chiamarti fuori e di rimetterti dentro, di fare continua esibizione della tua “esternità” alla cosa radicale organizzata, e di rimanere allo stesso tempo il principio e il termine di ogni cosa organizzata da parte del partito.
Non mi pare di essere stato in questi anni poco comprensivo o, addirittura, scarsamente flessibile. Ho fatto dal 1995 al 2001 il segretario di un partito che usava la quasi totalità delle proprie risorse economiche e umane sul fronte politico-elettorale italiano, sulla base di un disegno “italo-centrico” ambizioso; di un partito transnazionale congelato sul piano statutario, sempre più svuotato sul piano dell’organizzazione e sempre più abbandonato, anche all’interno, sul piano dell’elaborazione politica; di un partito da cui sono gemmate organizzazioni d’area (Non c’è pace senza giustizia, Nessuno tocchi Caino,... ) a cui sono andate risorse umane e finanziarie di gran lunga più consistenti di quelle assegnate al partito stesso; di un partito che per 5 anni ha inaugurato una originale extralegalità statutaria, non celebrando congressi - malgrado i miei numerosi richiami -, ma ponendosi permanentemente al servizio del tuo disegno in Italia; di un partito la cui stessa natura era stata ridotta a quella di sezione estera del partito italiano, con una grave ma inevitabile compromissione della sua effettiva natura transpartita. Altra cosa è, secondo me, la doppia tessera che per stima, affetto o interesse questo o quell’altro parlamentare non “pannelliano” - nell’una o nell’altra circostanza - può avere regalato alla nostra storia e alla propria storia.
Se ho fatto tutto questo non è stato solo per compiacenza ma per riconoscimento di una “primato della politica”, che a fronte di un disegno ambizioso guidato dalla tua leadership poteva comportare congiunturalmente (sia pure in una congiuntura molto lunga) la messa tra parentesi o il forte ridimensionamento di alcune priorità transnazionali e dello stesso partito transnazionale.
Detto questo, e quindi non solo ammettendo ma sostenendo la tua leadership, attribuire oggi questa “asfissia politico-organizzativa” del transnazionale alle mie inadempienze è semplicemente una falsità. Nei soli sei mesi fra il Congresso di Ginevra e quello di Tirana - in concomitanza con la tua “Presidenza” - il partito ha speso per il transnazionale più di quanto come segretario io abbia potuto spendere non dico nei sei mesi successivi ma negli interi cinque anni precedenti su obiettivi non italiani. E sarei io il distruttore dell’assetto istituzionale del partito, l’affossatore della prospettiva trasnazionale?
Quanto poi alle divergenze politiche “puntuali” - cioè su singoli punti delle nostre iniziative - penso che le vicende della campagna sull’Iraq e della non-campagna sulla Cecenia siano a loro modo esemplari.

* * *

La tua gestione della “campagna Iraq” è stata segnata dall’esclusione di ogni momento di reale dibattito politico, e da un ricorso costante e parossistico all’imputazione di responsabilità tecnico-organizzative. Si è parlato, quando si è parlato, più di mailing che di scelte politiche, più di “volumi” che del significato che da questa iniziativa doveva emergere. Non hai taciuto nulla, neppure pubblicamente, della tua insoddisfazione - per altro, rispetto al lavoro tecnico di una struttura che non risponde a me, ma direttamente o indirettamente a te - ma hai taciuto tutto del lavoro che si fece sin dal momento in cui con Gianfranco buttammo giù il testo dell’appello; hai escluso sempre non tanto la possibilità astratta (a nessuno è stato negato il diritto di parola) ma il riscontro concreto a critiche politiche sulla conduzione, sul profilo “italo-italiano”, sulla non contestualizzazione internazionale dell’appello.
Posso anche capire che una serie di spunti che ti ho e ti abbiamo offerto tu li giudicassi fastidiosamente irrilevanti, a partire da quello di approfondire la critica nei confronti della posizione defilata, inconsistente, e per molti aspetti vile, del Governo italiano e di molti settori del parlamento, che pure simbolicamente sostenevano la tua proposta. L’ho detto pubblicamente nell’ultimo Comitato di Radicali Italiani, e tu nella parte della tua replica dedicata all’“analisi psicologica” del sottoscritto non hai neppure accennato alle cose politiche che avevo detto, e quindi neanche a questa. Ma non si può rigirare la frittata al punto di sostenere che le mie inadempienze avrebbero impedito di capitalizzare il successo dell’iniziativa.

* * *

Più indicativo ancora è stato il tuo approccio nell’ultimo anno alla questione cecena: c’è un enormità di atti e di omissioni, di parole dette e ritirate, di comportamenti contraddittori, quasi volutamente esibiti in una logica di fastidioso e permanente stop and go. E’ per me del tutto inutile ripercorrerli, perché come è ovvio i rispettivi ricordi hanno coloriture diverse, e perché non ho nessuna intenzione di infognarmi in quelle lunghissime “ricostruzioni storiche” a cui tu sai dedicarti incomparabilmente meglio di me e che sono nella sostanza del tutto irrilevanti.
La realtà è che alla nostra posizione esterna e propagandistica della questione cecena (basti pensare che il congresso di Tirana è stato anche contrassegnato in modo non marginale dalle parole di Umar Khanbiev e dalla tua risposta al suo intervento) fa da contrappunto la totale cancellazione della questione cecena dall’agenda delle priorità e delle iniziative del partito.
Nonostante le mie ripetute richieste - e qualche impegno implicito ed esplicito che ritengo tutti quanti abbiamo assunto facendo della questione cecena una nostra bandiera - non abbiamo speso un euro (a parte quelli, non pochi, che mi sono dovuto trovare per conto mio, al di fuori delle casse del partito).
E’ semplicemente incredibile la diffidenza o la sufficienza con cui hai liquidato tutte le richieste e tutte le iniziative, anche quelle rese pubbliche o addirittura pubblicizzate. Basti pensare al trattamento che hai riservato al recente piano di pace del ministro degli esteri ceceno per una amministrazione controllata delle Nazioni Unite, che avevo anticipato in lungo e in largo nel seminario di Chianciano del dicembre scorso - non riscontrando la benché minima obiezione o osservazione critica da parte di nessuno delle 35 persone che partecipavano con te al seminario -, che dopo la sua presentazione ufficiale è stato messo integralmente a disposizione di tutti i radicali, attraverso il nostro sito, e che in seguito è stato dibattuto da alcuni persino durante l’ultimo comitato di Radicali Italiani. E tu, fino a quel momento, non hai mai detto una parola.
Ma appena ho predisposto, con l’aiuto di alcune persone che mi avevano manifestato il proprio interesse per la proposta, il testo di un appello che non fa altro che sostenere il piano che conosci nei suoi punti essenziale da mesi, tu, in occasione di una riunione (o meglio di un altro processo in contumacia al sottoscritto) tenutasi mentre ero in Corea con la Delegazione del Parlamento europeo, hai provveduto a stopparlo, sostenendo che questa iniziativa sarebbe da una parte inopportuna e dall’altra politicamente “dissennata” in quanto non sarebbe credibile una “amministrazione controllata Onu” su una parte del territorio di un Paese che fa parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dovremmo smettere di lavorare sul Tibet, sul Turkestan orientale perché anche loro hanno la sfortuna di essere colonizzati da un Paese membro del Consiglio di Sicurezza ?
Probabilmente a Maurizio Turco, Danilo Quinto, Daniele Capezzone e Sergio Stanzani la tua “posizione” sulla Cecenia e sulla Russia apparirà chiara e limpida. Francamente io non la capisco. Personalmente non credo che questa campagna comporti particolari rischi di rottura col presente Governo ma soprattutto non capisco perché mai il rischio di una eventuale rottura sui temi internazionali con questo Governo - come pure con qualsiasi Governo - possa rendere inopportuna questa campagna, ammesso che possa essere opportuno interrompere, sospendere, chiudere o ridimensionare una campagna che abbia come scopo quello di tentare di contribuire a fermare un genocidio in corso. Di cosa o di chi non ti fidi ? Di me, che avrei la “fissa” della Cecenia solo per darti fastidio, o dei ceceni che, secondo te, sarebbero tutti, fatto salvo Umar (l’unico fra l’altro che, mi sembra, tu abbia mai incontrato), riconducibili a una deriva terroristica della resistenza cecena ? Oppure non ti fidi di un segretario che si fida di precisi interlocutori ceceni ?
Sento che adesso vuoi discutere sulla Cecenia. Qui purtroppo c’è poco da discutere, soprattutto quando la richiesta di discutere è nuovamente uno stop al fare. Falla tu una proposta “radically correct” sulla Cecenia, che non serva possibilmente solo a passare sul TG1 e a esibire Umar come una madonna pellegrina nella prossima campagna elettorale.

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Per quanto riguarda le priorità che tu hai proposto nel corso della riunione della direzione allargata di Radicali Italiani non si capisce neppure cosa vuoi dal partito transnazionale, se la piattaforma politica di RI è raccolta attorno ai temi dell’Organizzazione Mondiale delle Democrazie, dei Montagnards e del caso Italia.
Sul caso Italia, non si discute. Come le rondini annunciano la primavera, il “caso Italia” annuncia l’arrivo di elezioni e segnerà l’analisi del risultato elettorale.
Altrettanto per i Montagnards che hanno preso il posto delle priorità della stagione della rivoluzione liberale, liberista e libertaria sulla quale è nato il soggetto “Radicali Italiani”: “riforma del sistema pensionistico”, “Articolo 18”, “riforma elettorale”, “debito pubblico”, ... E’ vero che Kok Ksor e i 200 Montagnards iscritti, a quota occidentale, hanno avuto l’intelligenza di capire che il partito poteva essere una buona sponda in Europa, alle Nazioni Unite. Senz’altro un salto di qualità rispetto a quanto si è fatto con loro e per loro da quando, quattro o cinque anni fa, con Marco Perduca abbiamo cominciato a dar loro una mano. Salto di qualità sul quale il partito ha investito non poco, in particolare con l’impegno di un compagno, Matteo Mecacci, che ci ha dedicato buona parte del suo tempo da oltre un anno da New York, dove l’avevi mandato senza del resto consultare gli organi del partito (o comunque senza consultare me).
Alla necessità che avvertivo di un dibattito approfondito sulla campagna per l’Organizzazione Mondiale delle Democrazie che ho più volte richiesto in seguito all’operazione anglo-americana di polizia internazionale in Iraq, tu e altri avete risposto facendone una priorità per i Radicali Italiani. Come a dire, non c’è niente da discutere.
Ma che ora la questione dell’OMD diventi priorità dei Radicali Italiani pone però anche un altro problema, quello della nostra collocazione sullo scacchiere italiano. Ha davvero senso, a due anni dell’insediamento del governo Berlusconi, dare come priorità ad un soggetto politico italiano nato da una lunga battaglia per la rivoluzione liberale in Italia quella per l’Organizzazione Mondiale delle Democrazie e per la libertà dei Montagnards ?
Ha questo un “senso”, se non quello, da qualcuno teorizzato, di assicurare, vista la mia orrenda conduzione del partito, una supplenza da parte di Radicali Italiani sui temi di politica transnazionale ?
Personalmente non credo che le supplenze siano opportune. Se c’è un grave problema politico, non c’è altra soluzione che la sostituzione.

* * *

E per venire all’Italia, ha senso prolungare, contrariamente alla nostra posizione ufficiale: “siamo all’opposizione del governo e all’opposizione dell’opposizione”, una - lunga - luna di miele, fatta più di omissioni condiscendenti, che di espliciti sostegni, con un Governo che ha le posizioni che sappiamo sulla Cina che occupa e opprime il Tibet, il Turkestan orientale e la Mongolia meridionale e che nega libertà e diritti ad un miliardo e trecento milioni di Cinesi, sulla Russia che “genocidia” la Cecenia, sulla Tunisia del dittatore Ben Ali, sulla lenta ma inarrestabile giapponesizzazione dell’Italia, sulle pensioni che non riforma, sulle rigidità del mercato del lavoro che non cancella, sul sistema sanitario che non rifonda, sulla riforma elettorale che non fa, sulla questione droga che si propone di gestire con un ritorno ai peggiori momenti degli anni ’80, e più in generale, sull’idea di ritornare a una normalizzazione moderato-conservatrice della politica italiana fatta di mani pubbliche invadenti e di mani private complici e beneficiarie del nuovo assetto di potere ?
Ma soprattutto, è davvero compatibile questa politica di sostegno pure blando al Governo con una politica di denuncia totale, senza quartiere, del regime italiano, nuova “peste italiana” che sta contaminando già il resto d’Europa ? E’ davvero compatibile la definizione del “regime” come ideologia e cultura profonda delle classi dirigenti, con una politica che sceglie sempre più nei rappresentanti ufficiali di questo “regime” gli interlocutori della politica radicale ? “L’alternativa” è davvero tra, da una parte, una politica di tolleranza attiva con il Governo e di esclusione di qualsiasi tentativo serio di dialogo con l’opposizione, e, dall'altra, una politica di denuncia totale del regime italiano e quindi sia dell’opposizione che del Governo con la preclusione di trovare qualsiasi sponda seria con l’uno o l’altra ? E ancora, se fino a oggi siamo stati di fatto così complici della maggioranza di Governo, perché mai non potevamo farne parte da subito, liberi di uscirne se e quando l’avessimo ritenuto necessario ?
Tutto questo pone, anche per dovere istituzionale, il problema dell’articolazione tra Radicali Italiani e Partito Radicale Transnazionale oppure - e meglio - dell’utilità di avere due soggetti politici. Ha ancora un senso, oltre ad un “senso” prettamente interno, mantenere due soggetti politici che affrontano - o non affrontano - le stesse tematiche con le stesse modalità ?
Non sarebbe il caso di chiederci se non abbiamo finito per vivere di rendite del passato ? Se non siamo diventati un po’ parassiti dell’amicizia e del rispetto di alcuni esponenti del mondo della politica e del mondo dell’informazione - cioè dei rappresentanti del regime - per le posizioni giuste assunte in solitudine, in parte consistente da te, per quarant’anni ?
Non sono queste alcune delle domande alle quali dovremmo tentare di dare delle risposte ? Non sono queste domande più pertinenti di quelle che vai da mesi ponendo con gli insulti, gli anatemi, le falsità nei miei confronti ? Mi sembrano lontani i tempi nei quali tenevi sempre a precisare che, semmai, eri un azionista di riferimento. Dopo sono venuti i tempi della Golden Share. Oggi siamo alla "proprietà” con qualche diritto residuale per gli iscritti che, al massimo, possono ambire alla qualità di “affittuari”.
Come ho già detto in un’altra lettera indirizzata al tesoriere e, per conoscenza a te e a pochi altri compagni e che tu hai ritenuto di pubblicare censurandola peraltro di una parte che riguardava i miei giudizi sulla Cecenia e sul Governo Berlusconi, questo processo sta trasformando la tua leadership da leadership politica a leadership di mero potere interno. E ti sta rendendo pigro, disinteressato ai pensieri nuovi che si vanno formando nel resto del mondo, insofferente a qualsiasi cosa tu ritenga possa contraddire questa tua nuova forma di leadership.
Il tuo atteggiamento nei miei confronti da Tirana in poi ha avuto una costante: impedire che io potessi dare un minimo di vita organizzata al partito. La stessa organizzazione del congresso di Ginevra, lo stesso tentativo di fare arrivare gente e idee a cui ho cercato di dare corpo è stato bollato come una forma di “cammellaggio” elettorale interno. Chi si è dato da fare per Ginevra è stato guardato con sospetto, chi si è dato da fare per Tirana, allo stesso modo (e sono state le stesse persone) è stato benevolmente assolto dall’eccesso di zelo.
Dopo il congresso di Tirana mi hai sconsigliato di creare una giunta malgrado questa fosse richiesta dallo statuto e malgrado questo fosse indispensabile, secondo me, per creare una dinamica di lavoro comune. Ma nel darti retta sono io, soprattutto io, ad avere sbagliato.
In seguito hai preteso che questa giunta fosse invece una direzione comune del tesoriere, del presidente e del segretario, ma hai poi impedito di fatto di poterla costituire.
Abbiamo concordato, te presente e te d’accordo, una riorganizzazione degli indirizzari del partito che consentisse di creare un solo indirizzario – per poi poterlo potenziare - con una gestione romana dell’indirizzario italiano e una gestione brussellese dell’indirizzario transnazionale. A quattro mesi dal trasferimento di tutti gli indirizzari a Roma è stata abolita la parte della “riforma” che riguardava la gestione degli indirizzi transnazionali da Bruxelles. Col risultato che, di fatto, non c’è una “gestione”, ma un tuo controllo personale degli indirizzi transnazionali.
Ho riproposto ancora la settimana scorsa a Danilo Quinto e a Sergio Stanzani di organizzare a metà maggio un seminario e poi un Consiglio Generale. Su basi di ragionamenti che mi sfuggono l’uno riteneva il tutto inopportuno, l’altro che il seminario andasse fatto dopo il Consiglio Generale.
Ora scopro che, per te, il Consiglio Generale non può essere convocato perché questo non avrebbe raggiunto il plenum senza 25 parlamentari; trovo interessante, nell’attuale situazione interna, che tu o qualcun altro pensiate che questa sia una deroga particolarmente allarmante per la legalità del partito, e che sia meglio non riunire affatto il C.G. e quindi non costituire l’unica sede di discussione comune con tutti i nostri dirigenti “stranieri” perché mancano i 25 deputati per completarne la composizione.
Fra poco probabilmente scoprirei che altra colpa è quella di non avere costituito una giunta, che pure, solo, ho proposto e riproposto senza essere degnato di un'attenzione.
Siamo al punto in cui in questo partito si può fare qualunque cosa extrastatutaria - dalle direzioni straordinarie come quella del pre-Ginevra, ai triunvirati di fatto (segretario, tesoriere e presidente come unico organo) che anche tu recentemente hai riproposto. Ma le cose “semplicemente” statutarie sono sempre impossibili o inopportune.
Come ricorderai bene, io non ero candidato a Tirana. Ero molto tranquillo perché ritenevo che malgrado gli insulti e le cariche di violenza che mi avevi riversato addosso dal congresso dei Radicali Italiani dell’anno scorso ero riuscito a dare pure un contributo al partito e alle sue battaglie in quei mesi. Non ho capito bene perché mi hai candidato, a Tirana. Ho accettato perché pensavo che qualcosa si sarebbe riuscito a fare, e perché pensavo che quello fosse anche un tuo atto di generosità politica a cui era doveroso rispondere con uguale generosità. Riconosco che sono stato ingenuo. E me ne scuso con gli iscritti al partito. Oggi credo di aver capito meglio e per questo ritengo che non ci sono le condizioni perché io possa continuare a fare il segretario del Partito Radicale Transnazionale.
Nessun dramma. Delusione sul piano umano, tristezza per delle cose importanti che il partito avrebbe potuto (e dovuto) fare e che probabilmente non si faranno. Ma all’impossibile nessuno è tenuto. Sono arrivato al partito un po’ più di 22 anni fa. Non sapevo chi eri. Lo ho saputo un bel po’ di tempo dopo. Da quando ti ho conosciuto ho sempre riconosciuto la tua leadership politica. L’altra, quella a cui ti dedichi così accanitamente oggi, non mi interessa. Non mi interessa condividerla. Conosco anche la ferocia di cui puoi essere capace. Ma sono profondamente convinto che al partito - e a te, se vorrai - devono tornare a essere assicurate delle condizioni di vita organizzata proprie di un partito di “iscritti azionisti”, cominciando col ricondurre a una “fondazione radicale” tutti i soggetti economici e imprenditoriali dell’area radicale, nel cui consiglio di amministrazione siedano persone direttamente elette dal congresso del partito.
Quella di costringerti ad assumere le responsabilità connesse alla tua leadership “carismatica” è una alternativa più problematica per te, ma per tutti i radicali più pagante, che quella di mantenerti “dominus” di una organizzazione carismatica in cui il tuo problema non è quello di costruire consenso esterno, ma di gestire potere interno.
Ci sarebbero ovviamente molte altre cose che si potrebbero dire. Ma mi fermo qui. Ribadisco, a scanso di ogni equivoco, le mie dimissioni e, conseguentemente con questo, convoco un congresso straordinario che le possa accogliere.
Spero che consentirai che possa essere celebrato questo congresso a cui, come è ovvio, arriverò non candidato e indisponibile a qualunque candidatura.
Rimane il dato che, per quanto mi riguarda, indietro non si torna. Prima e dopo avermi candidato e ricandidato non hai mai mancato di ricordare che se sono un buon militante e un buon parlamentare, sono stato un pessimo segretario. Ora questo problema, per me, e questo alibi, per te, non c’è più.
Saluti,
Olivier