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2005 * Micromega * La Chiesa all'incasso * Emilio Carnevali, Cinzia Sciuto

Una fitta rete di scambi, favori, cortesie, ‘battaglie morali’ e ‘pagamenti in contanti’ ha riversato negli ultimi anni un vero e proprio fiume di denaro ‘extra’ nelle casse della Chiesa cattolica, grazie a una miriade di provvedimenti ad hoc, molti dei quali passati completamente sotto silenzio. Vediamo come (e quanto).

«La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes). Ma ve lo immaginate voi l’illustrissimo cardinal Ruini che rinunci anche ad un solo centesimo di quello che lo Stato dà alla Chiesa cattolica per fugare qualunque dubbio sulla «sincerità della sua testimonianza»? La realtà è che la Chiesa i soldi pubblici se li tiene ben stretti. E lo Stato non fa nulla per farle allentare la presa. Anzi gli ultimi anni – quelli del governo Berlusconi in modo clamoroso, ma anche quelli del centro-sinistra non sono stati avari – sono stati caratterizzati da un massiccio trasferimento di soldi pubblici – sia in forma diretta, sia in forma indiretta – nelle casse della Chiesa cattolica. Ci riferiamo a denaro extra rispetto ai già cospicui finanziamenti ordinari di cui usufruisce la Chiesa cattolica in Italia: un vero e proprio fiume di denaro convogliato verso enti ed istituti ecclesiastici tramite una miriade di provvedimenti ad hoc, molti dei quali passati completamente sotto silenzio. Tentiamo qui di ricostruire questa fitta rete di scambi, favori, cortesie, «battaglie morali», e «pagamenti in contanti».

Acque sante

L’articolo 6 dei Patti lateranensi assicura l’approvvigionamento idrico completamente gratuito al Vaticano. Sul numero del 2-11-2000 il settimanale L’Espresso commentava che «la Santa Sede non ha mai pagato una lira per il consumo annuo di circa 5 milioni di metri cubi di acqua. Una quantità sufficiente per dissetare 60 mila persone, ma utilizzata in gran parte per innaffiare i lussureggianti giardini vaticani». Ai tempi dell’accordo fra Mussolini e il cardinal Gasparri non si poneva però il problema dell’eliminazione delle acque di scarico, che fino agli anni Settanta confluivano nel Tevere senza alcun trattamento preliminare. Successivamente furono costruite le vasche di depurazione e nonostante la Santa Sede abbia continuato ad avvalersi di questo servizio, il comune di Roma non ha mai ricevuto il pagamento corrispondente ai costi del servizio stesso, che nel 1999 hanno raggiunto la somma di 44 miliardi di lire. Quando l’azienda municipalizzata di Roma, l’Acea, è stata quotata in Borsa, gli azionisti hanno reclamato il pagamento delle «bollette arretrate». A quel punto il ministero dell’Economia si è assunto l’onere di saldare il debito della Santa Sede, ottenendo in cambio la garanzia – per il futuro – del pagamento regolare da parte del Vaticano del servizio di smaltimento delle acque di scarico, il cui costo è attualmente di circa 2 milioni di euro l’anno (Adista, 22-11-2003).

In ogni caso, grazie ad un emendamento alla legge finanziaria 2004 proposto dal senatore di Forza Italia Mario Ferrara, anche questi residui oneri decadono. L’emendamento (inserito nella Finanziaria come comma 13 dell’art. 3) prevede infatti lo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005» per dotare il Vaticano di un sistema di acque proprio.

Cinquanta milioni di euro sono invece stati stornati dal fondo speciale per il disinquinamento delle acque di Venezia e versati direttamente nelle casse della curia patriarcale. La decisione è stata presa nel febbraio del 2004 dal presidente della regione Veneto Giancarlo Galan (Forza Italia) dopo che già l’anno precedente la proposta – avanzata dal segretario regionale all’Ambiente Roberto Casarin – era passata all’unanimità nella riunione a palazzo Chigi del cosiddetto comitatone (il comitato per la gestione dei fondi finalizzati alla salvaguardia di Venezia e della laguna composto dai vertici di vari organismi nazionali e locali e presieduto dal capo del governo) (Adista, 21-2-2004).

A beneficiare della nuova destinazione dei fondi sono stati il palazzo patriarcale di piazzetta dei Leoncini, la basilica della Salute ed il seminario patriarcale alla Salute. Quest’ultimo è la sede dello Studium marcianum, il grande polo di formazione della curia patriarcale costituito, fra l’altro, dallo Studio teologico, «istituzione accademica che ha come finalità la formazione teologica dei candidati al presbiterato della diocesi lagunare, nonché dei fedeli laici» (www.marcianum.it/teologia) e dalla fondazione Giovanni Paolo I, che comprende ogni ordine di scuola – dall’asilo al liceo classico – ed il cui progetto educativo è «la formazione integrale dell’uomo, che ha in Cristo il suo modello ideale, secondo quanto insegna la Chiesa: “Chi segue Cristo, uomo perfetto, diventa lui pure più uomo”» (www.marcianum.it/fondazionegipi/accoglienza1.htm).

Dalla Croce rossa al crocifisso

L’11 maggio del 2000 l’assessore alla Sanità della regione Sicilia, Giuseppe Provenzano (Forza Italia), ed il presidente della Conferenza episcopale siciliana, cardinal Salvatore De Giorgi, firmano uno schema di intesa per l’assistenza religiosa negli ospedali pubblici. Intese analoghe saranno firmate successivamente dai presidenti delle regioni: Umbria (centro-sinistra) il 19-11-2001, Puglia (centro-destra) il 30-1-2002, Toscana (centro-sinistra) il 24-1-2005. L’ultimo protocollo di intesa in ordine cronologico è quello firmato dal presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni (Forza Italia), e dal presidente della Conferenza episcopale lombarda, cardinal Dionigi Tettamanzi. L’accordo «ha lo scopo di favorire l’esercizio della libertà religiosa, l’adempimento delle pratiche di culto, ed il soddisfacimento delle esigenze spirituali proprie delle persone inferme di confessione cattolica e dei loro famigliari, nonché di quanti operano a qualsiasi titolo nelle medesime strutture, compatibilmente con l’assolvimento dei propri obblighi di servizio» (comma 2, art. 3). A tale fine, per ogni ente gestore (con questo termine si intendono le «aziende sanitarie locali, le aziende ospedaliere e, in generale, tutte le altre strutture sanitarie pubbliche e private accreditate») «deve essere previsto almeno un assistente religioso». In strutture con più di 300 posti letto gli «assistenti religiosi» saranno due. Oltre i 700 posti letto saranno uno ogni 350. Quanto alla copertura degli oneri finanziari del servizio, l’articolo 7 comma 2 dell’Intesa afferma esplicitamente che «gli assistenti religiosi sono assunti dall’ente gestore, su designazione dell’ordinario diocesano, con contratto di natura indeterminata, a tempo pieno o parziale. Ai fini dell’assunzione si tiene conto dei requisiti previsti dalla normativa e dai contratti collettivi nazionali vigenti». Inoltre l’ente gestore deve assicurare «spazi idonei per le funzioni di culto (chiesa o cappella e sacrestia), per l’attività religiosa relativa ai servizi mortuari, ad uso ufficio, per gli assistenti religiosi ed i loro collaboratori, con relativi arredi, attrezzature ed accessori», e mettere a disposizione degli assistenti religiosi «un alloggio, adeguatamente arredato, di regola ubicato all’interno della struttura di ricovero o comunque comunicante con la stessa» (rispettivamente commi 1 e 2, art. 10). Infine, «le usuali spese di culto, nonché quelle di conservazione degli arredi, suppellettili e attrezzature occorrenti per il funzionamento del servizio, la manutenzione ordinaria e straordinaria degli spazi in uso, le pulizie (escluse quelle dell’alloggio, se esterno alla struttura), nonché le spese di illuminazione e riscaldamento di tutti i locali adibiti al servizio di assistenza religiosa, sono a carico dell’ente gestore» (comma 4, art. 10).

Scuole private (ossia, cattoliche)

È una storia lunga e complicata quella del rapporto tra lo Stato italiano e la scuola privata. In Italia dire scuola privata significa dire scuola cattolica. La stragrande maggioranza delle scuole private italiane, infatti, o è direttamente gestita da un qualche ordine religioso o si ispira comunque all’educazione cattolica. Parlare dunque dell’atteggiamento dello Stato nei confronti della scuola privata significa parlare del rapporto tra Stato e Chiesa. Ed è un rapporto che nel tempo si è fatto sempre più stretto e amichevole. L’articolo 33 della nostra Costituzione (il famoso «senza oneri per lo Stato») è praticamente sparito dalla legislazione italiana e parlare di finanziamenti, contributi, sussidi alle scuole private non provoca ormai neanche più imbarazzo.

Alla scuola privata italiana arrivano fiumi di denaro appartenente ai contribuenti attraverso mille rigagnoli il cui percorso è arduo seguire: contributi statali, finanziamenti a singoli progetti, buoni scuola alle famiglie, sussidi regionali e di altri enti locali.

Proviamo a fare un po’ di ordine.

A livello statale sono due i principali canali attraverso cui le scuole «non statali», così parla la normativa, ricevono denaro pubblico: sussidi diretti alle scuole sotto forma di contributi per la gestione delle scuole (dell’infanzia e primarie) e di finanziamenti di progetti «finalizzati all’elevazione di qualità ed efficacia delle offerte formative» (per le scuole medie e superiori) e contributi alle famiglie (i cosiddetti buoni scuola) per le scuole di ogni ordine e grado.

Finanziamenti (più o meno) diretti alle scuole private. Il «la» ai finanziamenti pubblici alla scuola privata è stato dato, ahinoi!, dal governo di centro-sinistra. L’allora ministro della Pubblica istruzione, Luigi Berlinguer, ha emanato due decreti (dm 261/98 e dm 279/99) poi coordinati in un unico testo che ha per esplicito oggetto la «concessione di contributi alle scuole secondarie legalmente riconosciute e pareggiate». Sono stati questi due provvedimenti la base per la concessione di finanziamenti sistematici e regolari alle scuole private.

L’approvazione della legge sulla parità scolastica, la n. 62 del 2000 (siamo ancora nel D’Alema bis), ha poi messo la ciliegina sulla grande torta dell’istruzione cattolica. Le scuole private entrano a far parte a pieno titolo del sistema di istruzione nazionale e pertanto da questo momento in poi devono essere trattate «alla pari», anche sul piano economico. La legge prevede l’applicazione alle scuole paritarie del trattamento fiscale riconosciuto agli enti senza fini di lucro e istituisce di fatto i buoni scuola statali, per i quali stanzia 300 miliardi annui di vecchie lire a decorrere dal 2001. Aumenta di 60 miliardi di lire i contributi per il mantenimento di scuole elementari parificate e di 280 quelli per spese di partecipazione alla realizzazione del sistema prescolastico integrato. Ed infine è di 7 miliardi il fondo per le scuole che accolgono disabili. Onere complessivo: 347 miliardi di lire all’anno.

I due decreti prima citati sono poi stati sostituiti da un decreto voluto dal ministro Moratti (dm 27/2005) che ha apportato delle piccole ma significative modifiche. Il decreto della Moratti, per esempio, non parla più – come i suoi antecedenti – di «concessione di contributi» ma esplicitamente di «partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie». Sono stati leggermente abbassati i criteri per l’accesso ai contributi (classi con almeno otto alunni invece che dieci) e innalzati i livelli massimi dei contributi:12 mila euro per una scuola media e 18 mila per una superiore. Le scuole possono anche presentare progetti «in rete», finanziabili fino ad un massimo di 100 mila euro.

Per il 2005 i «contributi alle scuole non statali» (circolare ministeriale n. 38 del 22 marzo 2005) ammontano complessivamente a poco meno di 500 milioni e 500 mila euro. Di questi più di 86 milioni sono destinati a sussidi di gestione alle scuole dell’infanzia; circa 270 milioni a finanziare il sistema prescolastico integrato; più di 150 milioni vanno alle scuole primarie; 10 milioni sono i contributi alle scuole non statali che accolgono disabili ed infine 13 milioni e 600 mila euro è il fondo per finanziare i progetti formativi delle scuole medie e superiori secondarie. Questo fondo è più che raddoppiato rispetto al 2004, anno in cui ammontava a poco meno di 6 milioni di euro. Sono più di 700 i progetti finanziati. Come se non bastasse quest’anno saranno finanziati con un milione di euro progetti di «formazione del personale preposto alla direzione delle scuole paritarie» (circolare n. 77 del 14 ottobre 2005). Probabilmente poi il 2006 sarà un anno d’oro per le scuole private: oltre agli stanziamenti nei relativi capitoli di spesa del ministero (il cui importo è ancora da definire) pare siano previsti altri 150 milioni di euro prelevati dal «Fondo famiglia e solidarietà», la cui destinazione di uso non è ancora stata precisata al momento in cui scriviamo (art. 44 del disegno di legge 3613, legge finanziaria 2006).

Buoni scuola. I cosiddetti buoni scuola sono dei contributi destinati alle famiglie a parziale o totale copertura delle spese di iscrizione dei figli alle scuole. Il mondo dei buoni scuola è, se possibile, ancora più complicato di quello dei finanziamenti diretti. I buoni scuola sono un’invenzione di alcune regioni e con la legge sulla parità del 2000 (che, lo ricordiamo ad abundantiam, è stata approvata dal governo di centro-sinistra) sono stati istituzionalizzati anche a livello nazionale. Il comma 9 dell’articolo unico della legge 62/2000 recita: «Al fine di rendere effettivo il diritto allo studio e all’istruzione a tutti gli alunni delle scuole statali e paritarie […] lo Stato adotta un piano straordinario di finanziamento alle regioni e alle province autonome di Trento e Bolzano da utilizzare a sostegno della spesa sostenuta e documentata dalle famiglie». Piano straordinario al quale, per quanto riguarda le sole scuole private, provvede la legge 289 del 2002: 30 milioni di euro è il tetto di spesa per gli anni 2003, 2004, 2005. Ma quali sono i criteri di assegnazione dei buoni scuola statali? «Anche quest’anno», recita orgogliosa una nota del ministero dello scorso maggio, «per accedere alla richiesta non sono imposti limiti di reddito». Anche chi ha tanti soldi, dunque, può fare domanda. Certo, c’è il limite di spesa imposto dalla legge, che per il 2005 però è stato aumentato a 50 milioni di euro grazie ad un ulteriore finanziamento di 20 milioni di euro previsto dalla finanziaria 2004. Finanche l’Azione cattolica, in riferimento al decreto interministeriale del 28 agosto 2003 attuativo della legge 289/2002, ha espresso «preoccupazione per l’assenza nel decreto di un limite di reddito al di sopra del quale non sia possibile accedere al contributo, assenza che rischia di trasformare il provvedimento, da strumento necessario per assicurare a tutti un pieno diritto all’istruzione nel sistema pubblico integrato, in particolare ai ragazzi delle famiglie più deboli, in una ulteriore discriminazione a danno di chi è economicamente svantaggiato» (Ansa, 9 settembre 2003). Il buono scuola statale per il 2005 è di 353 euro per l’iscrizione alle scuole primarie paritarie non parificate, 420 euro per l’iscrizione alle scuole medie paritarie e di 564 per l’iscrizione al primo anno delle scuole superiori paritarie.

Poiché la legge sulla parità non fa alcun cenno all’eventuale incompatibilità dei buoni scuola statali con quelli regionali, si è creato un sistema a doppio regime: nelle regioni che lo prevedono, le famiglie possono ricevere sia il buono scuola nazionale che quello regionale. È il caso, per esempio, del Veneto, regione antesignana in fatto di buoni scuola. Con la legge regionale n. 1 del 2001 il Veneto ha istituito i buoni scuola da destinare alle famiglie degli studenti iscritti alle scuole statali e paritarie. La regione stabilisce però che «il contributo può essere concesso solo qualora la spesa sostenuta sia uguale o superiore a euro 200». Poiché le tasse di iscrizione alle scuole statali non superano di solito quella cifra, l’intero ammontare del fondo messo a disposizione dalla regione va di fatto nelle tasche delle famiglie che decidono di iscrivere i propri figli alle scuole private, che riceveranno, stavolta a seconda del reddito e del tipo di scuola, dai 310 ai 1.300 euro cumulabili con il buono statale. Le regioni che, oltre al già citato Veneto, prevedono i buoni scuola – con leggere variazioni tra l’una e l’altra – sono tante: Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Liguria, Toscana, Sicilia, Piemonte. Ma gli epigoni si moltiplicano a vista d’occhio.

Tutti questi provvedimenti, è vero, sono rivolti alle scuole private in generale. Ma, come abbiamo già sottolineato, la stragrande maggioranza delle scuole private in Italia è gestita dalla Chiesa cattolica. Non è un caso che sia proprio il fronte cattolico quello più agguerrito in fatto di parità e finanziamenti pubblici alle private. E non è un caso che Enzo Meloni, presidente dell’Associazione genitori cattolici, si sia sentito in diritto di «sollecitare» il ministro Moratti «in merito ai tempi di erogazione del contributo alle famiglie degli alunni delle scuole paritarie» e che il ministro si sia sentito in dovere di rispondergli assicurandogli che l’erogazione dei contributi per l’anno 2004 sarebbe avvenuta «entro maggio» 2005 (lettera del ministro Letizia Moratti al presidente dell’Agesc Enzo Meloni del 4 febbraio 2005, prot. n. 15370, disponibile sul sito dell’Agesc al linkhttp://www.agesc.it/politiche/parita/BuonoSS9.html)

Philosophia ancilla theologiae

Come se tutto questo non bastasse, un paio di anni fa, esattamente nell’agosto del 2003, il governo – con l’appoggio di Margherita e Udeur – ha approvato una legge per l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione. L’insegnamento della religione cattolica è nel nostro paese facoltativa. Pertanto potrebbe capitare che in una classe o addirittura in un’intera scuola non sia necessario nessun insegnante di religione. Per di più l’idoneità all’insegnamento della religione cattolica non viene data – per palese incompetenza – dallo Stato ma dal vescovo. Stanti queste premesse, fino all’anno scorso lo Stato assumeva gli insegnanti di religione con contratti annuali a seconda della richiesta. Chiaro che ne derivasse una situazione di precarietà per gli insegnanti in questione. E allora ecco il tempestivo intervento del governo che – dimenticando completamente le masse di precari «storici» che da anni, se non da decenni, aspettano l’immissione in ruolo (che non arriva non per mancanza di posti ma per asserita mancanza di fondi) – con un colpo di bacchetta magica trasforma docenti di una materia facoltativa autorizzati all’insegnamento da un’autorità ecclesiastica in dipendenti statali a tutti gli effetti. Ne derivano stato giuridico e trattamento economico equivalente ai colleghi che insegnano discipline curriculari, ma soprattutto il diritto alla mobilità. Che significa? Poniamo che ad un insegnante di religione venga ritirata l’idoneità da parte del vescovo (cosa in cui lo Stato continua a non poter mettere becco) e poniamo che il nostro insegnante avesse in gioventù preso l’abilitazione all’insegnamento di una materia curriculare. Non potendo più insegnare religione potrebbe essere trasferito ad occupare un’altra cattedra e, essendo già in ruolo, scavalcherebbe tutti i precari nelle graduatorie per quella cattedra. L’operazione potrebbe essere fatta anche senza l’atto vescovile di revoca dell’idoneità. Poniamo infatti che il nostro insegnante si sia stufato di insegnare religione e, ricordandosi di una vecchia abilitazione in filosofia, chieda il passaggio di cattedra. Anche in questo caso scavalcherebbe tutti i colleghi nelle graduatorie relative a quella cattedra. Infine, nel caso in cui a questi insegnanti venga revocata l’idoneità da parte del vescovo e non siano in possesso di altra abilitazione all’insegnamento, lo Stato dovrà comunque provvedere a trovare loro una sistemazione lavorativa, trasferendoli magari nelle segreterie delle scuole. Saranno più di 15 mila complessivamente gli insegnanti di religione che saranno immessi in ruolo entro il prossimo anno scolastico.

Fuori i baroni… dentro i cardinali

Anche le università cattoliche non hanno da lamentarsi. Con la Finanziaria 2004 il governo ha stanziato 20 milioni di euro per l’anno 2004 e 30 milioni per il 2005 da destinare all’Università Campus Bio-Medico per la realizzazionone di un policlinico universitario, «al fine di potenziare la ricerca biomedica in Italia». A quale visione della ricerca scientifica si ispiri il Campus è però perfettamente chiarito dall’articolo 7 della sua Carta delle finalità: «L’Università intende operare in piena fedeltà al Magistero della Chiesa Cattolica, che è garante del valido fondamento del sapere umano, poiché l’autentico progresso scientifico non può mai entrare in opposizione con la Fede, giacché la ragione (che ha la capacità di riconoscere la verità) e la fede hanno origine nello stesso Dio, fonte di ogni verità». Del resto l’ateneo si definisce esplicitamente «un’opera apostolica della Prelatura dell’Opus Dei», cui è affidata «la formazione dottrinale e l’assistenza spirituale». Molto significativi anche i seguenti articoli della già citata Carta delle finalità: «Art. 10. Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università si impegnano a rispettare la vita dell’essere umano dal momento iniziale del concepimento fino alla morte naturale. Essi considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio 1978 n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza ed ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni. Art. 11. Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna, ed è sempre degna della più alta considerazione. I criteri morali che devono guidare l’atto medico in questo campo si deducono dalla dignità della persona, dal significato e dalle finalità della sessualità umana. Tutti considerano, pertanto, inaccettabili interventi quali la sterilizzazione diretta e la fecondazione artificiale».

La Finanziaria del 2005 prevede inoltre un finanziamento di 15 milioni di euro per il Centro San Raffaele del Monte Tabor di don Luigi Verzè «in considerazione del rilievo nazionale ed internazionale nella sperimentazione sanitaria di elevata specializzazione e nella cura delle più rilevanti patologie».

Nel 2004 il governo istituisce varie università non statali in aggiunta a quelle esistenti. Fra i nuovi atenei legalmente riconosciuti dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (nel documento sullo «Sviluppo e programmazione del sistema universitario per il triennio 2004-2006», reperibile al sito www.cnvsu.org/_library/downloadfile.asp?id=11228) vi è l’Università europea di Roma dei Legionari di Cristo, che potrà quindi usufruire dei fondi stanziati dal governo per le università private. Tale riconoscimento è effettuato contro il parere del Comitato regionale di coordinamento delle università del Lazio. Fra le motivazioni addotte nel documento del ministero dell’Istruzione (che sotto la direzione di Letizia Moratti ha più volte ignorato il parere dei rettori dando riconoscimenti ufficiali a poli universitari «pittoreschi» tipo l’Università europea degli studi Franco Ranieri, fondata in una palazzina di Messina dal signor Ranieri e dal figlio) vi è un significativo apprezzamento sui percorsi didattici proposti: «Caratteristica innovativa del percorso formativo», si legge a pagina 25 del documento ministeriale, «è quella di prevedere per ogni corso di studio un primo anno in comune e poi dal secondo anno due curricula differenziati e specifici; particolarmente interessante l’articolazione nel curriculum Storico-religioso e Storico-politico del corso di laurea in Scienze storiche e Filosofico-teoretico e Filosofico-bioetico del corso di laurea in Filosofia». Alla cerimonia per l’inaugurazione dell’università – il 14 ottobre 2004 – hanno partecipato sia il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, sia il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio.

Con la legge n. 293 del 23 ottobre 2003, inoltre, il parlamento conferisce riconoscimento legislativo all’Istituto di studi politici San Pio V e ne approva il finanziamento per una cifra pari a 1,5 milioni di euro annui. L’istituto ha sede a Roma in piazza Navona ed ha promosso la creazione della Libera università degli studi San Pio V (via delle Sette Chiese, 139), controllata, insieme all’Ateneo pontificio Regina Apostolorum, dalla Congregazione dei Legionari di Cristo (Adista, 22-11-2003). Interessante l’apologia del «grande inquisitore» fatta durante la discussione in aula della legge dal leghista Federico Bricolo, esponente del Carroccio molto vicino alla confraternita San Pio X fondata da Marcel Lefebvre (il 4/7/2003, in un’intervista al Corriere del Veneto, difende lo spiritualismo ultratradizionalista dei lefebvriani ed afferma: «Dopo il Concilio una larga parte della Chiesa si è voluta adeguare alle tesi progressiste e ai tempi moderni. Assorbendo alcune idee illuministiche che portano al relativismo religioso»). L’onorevole Bricolo dichiara alla Camera che Pio V «si batté contro l’islam e indisse la Crociata contro i turchi, che vennero sconfitti nella più grande battaglia navale della storia a Lepanto il 7 ottobre 1571, consacrando quel giorno, da allora in poi, alla Madonna del Rosario alla cui intercessione attribuì la vittoria»; «il Papa combatté per difendere la nostra civiltà» sia contro i turchi sia contro l’eresia protestante di Lutero, decretando e rendendo «perenne la messa in latino in rito romano antico», fino a quando, con Paolo VI, «si “protestantizzò” la liturgia» e «si aprì la strada per un processo di riforma liturgica che ora permette a sacerdoti sempre più disorientati di celebrare messe con rappresentanti di altre religioni, di celebrare messe con la bandiera della pace sull’altare, di introdurre tamburi, chitarre, ballerini nelle chiese, di servire la comunione non più in ginocchio in segno di riverenza ma in piedi o addirittura nelle mani, di fare confessioni comuni, cambiando talvolta il significato stesso della Messa da sacrificio redentivo a banchetto conviviale» (Adista, 22-11-2003).

Spirito santo e polvere di stelle

Nella finanziaria 2005 al comma 206 spunta un finanziamento di 1 milione di euro «allo scopo di promuovere il potenziamento della strumentazione tecnologica e l’aggiornamento della tecnologia impiegata nel settore della radiofonia». Rispetto ai soggetti che possono usufruire del contributo si rimanda al comma 190 della Finanziaria dell’anno precedente. Qui la formula si mantiene piuttosto sul vago, riferendosi ad «emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario». Le uniche due emittenti che, guarda caso, rispondono a questo identikit sono però Radio Padania Libera, la radio della Lega Nord, e Radio Maria. Il sito Internet di quest’ultima illustra molto chiaramente il progetto editoriale alla base della programmazione dell’emittente: «Diffondere il messaggio evangelico in comunione con la dottrina e le indicazioni pastorali della Chiesa Cattolica e nella fedeltà al Santo Padre, usando tutte le potenzialità del mezzo radiofonico. […] La continua espansione della radio è finalizzata a portare il suo annuncio di conversione in tutto il mondo».

Mantenendoci nel settore delle comunicazioni non si può certo dire che il servizio pubblico abbia lesinato attenzione e risorse al mondo cattolico in occasione della scomparsa di Giovanni Paolo II. Trascuriamo qui i contenuti di un approccio giornalistico perennemente appiattito sull’agiografia del personaggio, senza mai uno spazio dove si potesse affrontare una discussione seria, approfondita e plurale su una figura storica così importante – e controversa – come Karol Wojtyl´a. Al di là del fatto che non si è quasi mai sentito un riferimento da parte dei commentatori televisivi in merito a questioni come la repressione della teologia della liberazione, la morale sessuale, la democrazia interna alla Chiesa, il protagonismo mediatico della figura del pontefice, e molto altro ancora, frequenti sono stati i momenti dove si è oggettivamente toccato il ridicolo (volendo fare un esempio potremmo citare la fantasmagorica discussione sul bilancio del pontificato sulla trasmissione L’Italia sul Due, su Rai2: ospiti in studio Camila Raznovich, conturbante conduttrice di Mtv, e Andrea Roncato, ex membro del duo comico Gigi e Andrea attualmente attore nella fiction di Canale 5 Carabinieri).

Trascurando tutto questo e facendo parlare solo le crude cifre, è possibile certificare esattamente quanto siano costate al servizio pubblico le lunghe ed ininterrotte dirette (spesso a reti unificate) da piazza San Pietro, e le innumerevoli trasmissioni di «approfondimento» legate alla morte di Giovanni Paolo II e alla nomina di Benedetto XVI. È infatti sufficiente contabilizzare il costo in termini di mancati introiti pubblicitari che le variazioni di palinsesto effettuate in occasione di quell’evento hanno comportato. La cifra, resa nota dalla Sipra (la concessionaria di pubblicità della Rai) è di 9 milioni e 200 mila euro (la Repubblica 17-10-2005).

Otto per mille: Chiesa pigliatutto (anche ciò che non le spetta)

Consistenti trasferimenti di denaro ad enti ed associazioni che fanno capo, più o meno direttamente, alla Chiesa cattolica sono stati effettuati anche con l’ultima ripartizione della quota «statale» dell’8 per mille. Eviteremo in questa sede di addentrarci nell’analisi di un sistema discutibile come quello dell’8 per mille, (molto contestata è, ad esempio, la ripartizione con metodo proporzionale – quindi pro Chiesa cattolica – della quota corrispondente ai contribuenti che non hanno espresso alcuna preferenza. Sull’argomento è uscita un’inchiesta di Attilio sul Venerdì di Repubblica del 1-7-2005).

La novità introdotta dal governo rispetto alle «distorsioni strutturali» che già caratterizzano il sistema dell’8 per mille (che nell’ultimo anno ha fruttato alla Chiesa cattolica 984 milioni di euro, di cui solo 195 sono destinati ad interventi caritativi, Ansa, 31-5-2005) consiste nell’utilizzo di una parte cospicua dei fondi assegnati dai cittadini allo Stato per finanziare opere di restauro di beni: circa 10 milioni di euro, il 10 per cento dei 100 milioni complessivi di quota statale (Adista, 20-11-2004). Nel decreto del presidente del Consiglio apparso sulla Gazzetta Ufficiale il 26 gennaio 2005 è possibile leggere l’elenco preciso delle singole voci di spesa. Di seguito alcuni esempi: Pontificia università Gregoriana di Roma (370 mila euro); curia generalizia Casa di Santa Brigida, Roma (400 mila euro, soldi che serviranno al risanamento conservativo ed alla manutenzione straordinaria dell’eremo del SS. Salvatore di Napoli, utilizzato dalle religiose come «casa di accoglienza» e precedentemente acquistato con i fondi statali per il Giubileo del 2000); seminario vescovile di Fiesole (200 mila euro); venerabile confraternita Santa Maria della Purità, Gallipoli, Lecce (300 mila euro); Opera preservazione della fede, Ventimiglia, Imperia (420 mila euro); Opera Pia Casa Regina Coeli, Napoli (40 mila euro); Associazione volontari per il servizio internazionale, Forlì (202.941 euro di finanziamento per un progetto alimentare nella Repubblica democratica del Congo. L’Avsi è un’organizzazione non governativa aderente alla Compagnia delle opere, il «braccio economico» di Comunione e liberazione).

Tra l’altro in una risoluzione del 5 aprile 2005 l’Agenzia delle entrate ha portato agli enti ecclesiastici ciò che il mensile L’amico del clero ha definito una «buona notizia»: «Le offerte destinate alle parrocchie da enti non commerciali e da persone fisiche per la realizzazione di restauri, manutenzioni e opere di protezione di chiese, campanili, dipinti, sculture, arredi sacri, strumenti musicali, e in generale di beni mobili e immobili di interesse storico artistico, sono oneri che gli offerenti possono far valere come detrazione di imposta» nonostante il testo unico delle imposte sui redditi (dpr 917/1986) non faccia riferimento a parrocchie ed altri enti ecclesiastici fra «i soggetti destinatari delle liberalità detraibili» (L’amico del clero, luglio-agosto 2005).

Oratori di Stato

Il 1 agosto del 2003 viene approvata la legge sugli oratori, sul modello di alcune leggi regionali già introdotte dalle giunte di centro-destra di Lazio, Lombardia, Abruzzo, Piemonte e Calabria. Attraverso questa legge «lo Stato riconosce e incentiva la funzione educativa e sociale svolta nella comunità locale, mediante le attività di oratorio o attività similari, dalle parrocchie e dagli enti ecclesiastici della Chiesa Cattolica, nonché dagli enti delle altre confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato un’intesa». Questo riconoscimento implica innanzitutto che lo Stato, le regioni e gli enti locali possano concedere in comodato (cioè a titolo completamente gratuito) beni mobili ed immobili di loro proprietà. Inoltre la legge prevede l’esenzione dall’Ici dei locali dell’oratorio quali «opere di urbanizzazione secondaria». Il mancato introito da parte dei comuni di questi fondi, calcolato dalla legge pari a 2,5 milioni di euro annui, viene coperto dallo Stato.

La legge era stata presentata il 31 maggio 2001, proprio all’indomani della vittoria elettorale, da Luca Volonté, Rocco Buttiglione ed altri parlamentari dell’Udc. Dopo essere passata alla Camera il 19 giugno 2003, il presidente del senato Marcello Pera si era prodigato affinché fosse celermente ratificata consentendone l’esame alla commissione Affari costituzionali del Senato «in sede deliberante», ovvero eliminando la necessità del passaggio in aula. Del resto la legge – sebbene sia stata definita da uno dei suoi promotori, il senatore Maurizio Eufemi, come «un punto qualificante del programma dell’Udc» (Ansa, 23-7-2003) – ha ricevuto un consenso bipartisan da parte di tutte le forze politiche, ad eccezione di Comunisti italiani e Rifondazione. Il senatore della Margherita Pierluigi Petrini ha dichiarato che «il provvedimento svolge una funzione sociale non solo nei confronti dei soggetti considerati deboli, in grave stato di necessità ed emarginazione, ma si rivolge alla comunità nel suo insieme, partendo dalla considerazione che ciascuno di noi può attraversare nel corso della vita momenti difficili» (Ansa, 15-5-2003). Secondo la deputata dei Verdi Luana Zanella si tratta invece di «una norma innovativa per valorizzare quanti nel territorio intervengono nella promozione umana e sociale» (Ansa, 19-6-2003).

Paradisi fiscali

Di recente è stato oggetto di numerose polemiche il provvedimento per l’esenzione dal pagamento dell’Ici degli immobili ecclesiastici destinati ad uso commerciale. Un comunicato stampa del 29 settembre 2005 dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei denunciava le «gravi e fuorvianti inesattezze» che avevano caratterizzato il dibattito sull’esenzione Ici per gli enti ecclesiastici. Secondo la Cei, infatti, «l’esenzione da tale imposta è già definita per legge fin dal 1992 e il recente decreto legge non fa che confermarla, esplicitando gli ambiti di applicazione». Eppure il decreto legislativo del 30 dicembre 1992, cui fa riferimento il citato comunicato stampa, risulta già sufficientemente esplicito, dichiarando che «sono esenti dall’imposta gli immobili […] destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive». L’elenco non comprende invece attività a fini di lucro.

Del resto, a fare chiarezza sulla questione erano intervenute anche due sentenze della Cassazione del marzo 2004, le quali precisavano che solo gli immobili religiosi «direttamente utilizzati per lo svolgimento delle attività istituzionali» possono essere equiparati «a quelli aventi fini di istruzione o di beneficenza» e quindi possono avere diritto all’esenzione Ici. «Non lo sono invece gli immobili destinati ad altro, cosicché un ente ecclesiastico può svolgere liberamente anche un’attività di carattere commerciale, ma non per questo si modifica la natura dell’attività stessa». Dunque, ai fini tributari, «le norme applicabili rimangono quelle previste per le attività commerciali» (la Repubblica, 7-10-2005).

Veniva quindi ad essere privata di ogni legittimità la fantasiosa interpretazione «estensiva» adottata dalla Cei.

Di fronte al rischio da parte degli enti ecclesiastici di dover corrispondere l’importo della tassa mai versata ai comuni negli ultimi 5 anni (essendo prescritti i precedenti, dal 1993 in poi) il governo si è attivato con un decreto legge (17 agosto 2005) che cambia la vecchia normativa per includere le attività commerciali fra quelle comprese nel diritto all’esenzione Ici.

Il mancato gettito annuale per i comuni è stato calcolato nell’ordine dei 300 milioni di euro (la Repubblica, 8-10-2005).

Pietro Bellini, professore emerito di Storia del diritto canonico all’Università La Sapienza di Roma, ha inoltre osservato che il provvedimento del governo «rinnova la disciplina concordataria per quello che riguarda il regime tributario». Secondo il professor Bellini, infatti, «l’articolo 7.3 del Concordato dice che agli effetti tributari gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto, come pure le attività dirette a tali scopi, sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione. Mentre le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime». Dunque, la norma in questione «paradossalmente va proprio contro il sistema concordatario. Dico paradossalmente», conclude Bellini, «perché c’è una modifica del Concordato da parte dello Stato, peraltro in favore della Chiesa, che avviene nelle forme non previste dallo stesso Concordato. Il quale, essendo “protetto” dalla Costituzione, non può essere modificato se non nelle forme previste dalla Costituzione stessa, cioè attraverso un accordo tra le parti» (Ansa, 7-10-2005; Adista, 7-10-2005).

Se il decreto non ha fatto in tempo ad essere convertito in legge dal parlamento (dopo essere passato al Senato si è bloccato alla Camera nei giorni dell’approvazione della legge elettorale ed è decaduto), il provvedimento è stato però ripreso nel decreto fiscale collegato alla finanziaria. Nella nuova formula a godere dell’esenzione saranno anche organizzazioni no-profit e tutte le Chiese con cui lo Stato ha stretto un’intesa: Chiesa cattolica, Tavola valdese, Unione delle Chiese avventiste del settimo giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle comunità ebraiche in Italia, Unione cristiana evangelica battista d’Italia e Chiesa evangelica luterana in Italia (da notare che un analogo emendamento per l’estensione della norma alle altre confessioni era stato presentato in occasione della discussione sul precedente decreto legge dal senatore di Forza Italia Lucio Malan, di religione valdese, ma aveva ricevuto solo 60 voti, tutti raccolti fra l’opposizione e la Lega Nord, (Corriere della Sera, 7-10-2005).

Nel momento in cui scriviamo il decreto fiscale, approvato dal Senato, è ancora in discussione alla Camera.

Di fronte agli amorevoli doni di questi anni siamo fiduciosi che le gerarchie ecclesiastiche vorranno ringraziare sentitamente i nostri rappresentanti politici in parlamento e al governo per l’affetto e la premura con cui si sono dedicati alla causa di Santa Romana Chiesa. Se poi vorranno addirittura intonare un salmo di lode ai paladini del clero – ai difensori di una Chiesa stretta tra la minaccia del relativismo nichilista occidentale ed il pericolo del rimborso Ici – niente paura: il 22 giugno 2005 è stata firmata dalla Cei e dalla Società consortile fonografici una «Convenzione circa un sistema tariffario semplificato e unitario a livello nazionale concernente la misura dei compensi per diritti connessi al diritto di autore dovuto da diocesi, parrocchie ed altri enti ecclesiastici per l’utilizzazione di musica registrata». L’accordo prevede la cancellazione «automatica di quanto eventualmente dovuto in passato» tramite il pagamento del 50 per cento del debito pregresso (L’amico del clero, settembre 2005).