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2007 06 07 * La Repubblica * Delitto Calvi, assolti i cinque imputati * Marino Bisso

ROMA - Sono passati 25 anni da quando il banchiere Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra e la sua morte resta ancora avvolta nel mistero. Ieri infatti, dopo 90 udienze e due anni di processo, gli imputati che erano stati accusati di avere organizzato la fuga dall’Italia e poi la sua uccisione a Londra, sono stati tutti assolti. La Corte d’Assise di Roma, presieduta da Lucio D’Andria, ha emesso la sentenza con la quale il capo mafia, Pippo Calò, l’ex uomo d’affari Flavio Carboni, la sua amica Manuela Kleinszig, l’ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi e l’ex contrabbandiere Silvano Victor, sono stati assolti per insufficienze di prove. La Corte ha però definitivamente confermato che Roberto Calvi fu assassinato e che non si era suicidato come avevano detto in un primo momento gli investigatori inglesi dell’epoca. Anni di indagini e recenti dietrofront della polizia inglese hanno confermato che quell’impiccaggione era stata fatta passare per suicidio per coprire i mandanti e gli autori dell’assassinio di Roberto Calvi. Mandati ed esecutori che, con la sentenza di ieri, restano ancora ignoti. La Corte d’assise romana dopo un giorno di camera di consiglio, non ha ritenuto sufficienti le accuse raccolte in oltre cinque anni di indagini in Italia ed a Londra, dal pubblico ministero, Luca Tescaroli, secondo il quale gli imputati erano «pesantemente» coinvolti nell’uccisione del presidente dell’ex Banco Ambrosiano che sarebbe stato assassinato perché in possesso di segreti che avrebbero potuto ricattare i protagonisti del sistema di riciclaggio messo in piedi attraverso il Banco. Secondo l’accusa Roberto Calvi fu ucciso perché aveva male amministrato male molti miliardi che la mafia gli aveva affidato per riciclarli e perché si era impadronito di notevoli quantitativi di denaro di organizzazioni criminali. Per i mandanti dell’omicidio era dunque necessario occultare i traffici fatti alle spalle e tramite il Banco Ambrosiano e impedire al «banchiere di Dio» di ricattare i referenti politico-istituzionali della massoneria, della loggia P2 e dello Ior, la banca del Vaticano, con i quali Calvi aveva gestito enormi investimenti e finanziamenti in Italia ed in Sud America. La Corte però ha accolto le tesi difensive dei legali Renato Borzone, Oreste Flamini Minuto, Massimo Amoroso e Corrado Oliviero, ritenendo che le prove raccolte dall’accusa per sostenere le imputazioni di omicidio volontario premeditato non fossero sufficienti. «Le sentenze - ha detto a conclusione del processo il pm Luca Tescaroli - vanno sempre rispettato ma devo ricordare che durante le indagini più giudici avevano riconosciuto l’esistenza di gravi indizi emettendo provvedimenti di custodia cautelare in carcere. Ed in questi anni il carico probatorio si è accresciuto. Occorre leggere la sentenza per valutare. La pubblica accusa ha svolto fino in fondo il proprio dovere e continuerà ancora a cercare la verità». Per Dario Piccioni, legale del figlio di Calvi, «ora sarà difficile andare avanti». Per Borzone invece, difensore di Carboni, «il teorema accusatorio era fondato sul nulla. Resta un po’ di amarezza perché un cittadino ha dovuto attendere 25 anni per avere giustizia».