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2008 04 11 * La Repubblica * Marino Bisso e Carlo Picozza

MAGDALENE DE’ NOANTRI - CONFESSIONE CHOC DI UNA SUORA (SCAPPATA DAL CONVENTO): “TRATTATA COME UNA SCHIAVA, HO DOVUTO PROVARE CHE ERO VERGINE” – IL CONVENTO? UNA PENSIONE A UNA STELLA - INDAGATA LA MADRE SUPERIORA…

Scappa dal convento e si rifugia in un centro contro la violenza alle donne. È la storia di una suora trattata come schiava. Vittima di ricatti psicologici, si sottopone a visita ginecologica per far certificare la sua verginità. Angherie e vessazioni: cure mediche negate, mortificazioni e punizioni come «il bacio al pavimento». Le accuse sono finite ora al centro di un’inchiesta della procura di Roma che ha iscritto la madre superiora nel registro degli indagati contestandole il reato di maltrattamenti.

Il racconto choc della suora è stato confermato da due consorelle sentite ieri a palazzo di giustizia a Roma. L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Nicola Maiorano che ha affidato le indagini alla polizia giudiziaria diretta dal vicequestore Orlando Parrella.

Scenario dei presunti maltrattamenti è un convento, vicino all’ospedale Gemelli, della Congregazione dello Spirito Santo, che funziona da «albergo a una stella». Vittima, suor Maria (chiamiamola così), nata 48 anni fa nelle Filippine e sbarcata a Roma nel giugno del ‘97.

Un anno fa, l’otto marzo giorno dedicato alle donne, la religiosa lo ricorda così: «Sono stata costretta ad allontanarmi dal convento perché gravemente ammalata e vittima di maltrattamenti da parte delle mie superiore». «Ora», continua, «ho trovato rifugio in un centro antiviolenza». Le sue sofferenze sono condensate in una denuncia presentata dall’avvocato Teresa Manente, dell’ufficio legale di "Differenza donna".

Al centro antiviolenza era stata accompagnata da due connazionali dell’associazione "Donne filippine". Una ventina di giorni dopo, «colpita da una grave emorragia», era stata costretta a lasciare il centro alla volta dell’ospedale San Camillo per essere operata. «Nonostante fossi gravemente malata da tempo», racconta, «la madre superiora mi privava di qualsiasi cura e assistenza medica, delle medicine e mi ordinava di continuare a lavorare». Già, i lavori: «Quando sono arrivata a Roma con altre consorelle», ricorda suor Maria, «mi era stato detto che avrei dovuto imparare l’italiano e dedicarmi all’apostolato con periodi di formazione e meditazione».

«Ma - continua - ho sempre e solo lavorato nel convento che, in realtà, è una pensione a una stella, "Albergo suore dello Spirito Santo", con oltre 50 stanze». All’inizio, «da sola, dovevo preparare ogni giorno colazione, pranzo e cena per almeno 15 persone: al lavoro alle 6 per far mangiare le consorelle; alle 6.30 preghiera e messa e alle 8.30 servivo le colazioni in refettorio. Poi di nuovo ai fornelli per il pranzo delle 12.30. Quindi rassettavo la cucina per tornarvi alle 17 a preparare la cena». «Tre giorni a settimana, tra le 15 e le 17, pulizie in chiesa».

Cinque mesi e, «nel dicembre 1997, mi comparvero spaccature della pelle sulle mani: "Dermatite grave", diagnosticò il dermatologo», invitandola a tenere al riparo le mani. Ma la superiora minimizza e prescrive un’altra terapia: «Crema e guanti di gomma». «Le ferite facevano molto male ma non avevo il coraggio di chiedere di cambiare mansioni per paura che la superiora si arrabbiasse e mi accusasse di non aver voglia di lavorare». Ma le piaghe si infettano. Arriva la febbre. «Allora mi accompagnò in ospedale: il dermatologo avvertì che l’infezione metteva a rischio le dita».

A suor Maria viene assegnato un altro lavoro: «Lavare e stirare biancheria di consorelle e ospiti». Tra le mura della Congregazione, suor Maria viene «sottoposta a continue aggressioni e umiliazioni». «Mi venivano consegnati 20 euro al mese», racconta, «e di ogni acquisto dovevo mostrare alla superiora gli scontrini». Quest’ultima, alcune settimane fa, è stata interrogata. Assistita dall’avvocato Stefano Merlini ha negato gli addebiti dicendo di essere vittima di una vendetta e di accuse inventate dalle tre suore.

"UN CERTIFICATO DI VERGINITÀ PER PROVARE CHE ERO CASTA"…

«Dal gennaio 2007 ho iniziato ad avere febbri alte accompagnate da emorragie. Chiesi alla madre superiora i soldi per poter fare le analisi, per comprare le medicine. A tutta risposta mi sono sentita umiliare con l’insinuazione che avevo avuto rapporti sessuali con un uomo». Così suor Maria ricostruisce le pressioni psicologiche subite per anni nel convento della Congregazione dello Spirito Santo, nella denuncia presentata dall’avvocato Teresa Manente dell’associazione "Differenza Donna".

«Già nei mesi precedenti, nell’ospedale Gemelli, durante una visita di controllo alla quale mi sottoposi dopo un’operazione a una ciste ovarica, la madre superiora non mi aveva creduto e diceva che i miei controlli periodici erano dovuti al fatto che intrattenevo rapporti sessuali. Stavo così male per quello che mi aveva detto che una volta dal medico gli chiesi di certificare la mia verginità». Ma «nonostante quella dichiarazione, la madre superiora ha continuato a dubitare della mia osservanza al voto di castità. Volevo chiederle perché, ma non l’ho mai fatto per paura che si arrabbiasse».