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2008 08 07 * Il Sole 24 Ore * Quell’anno di attentati mafiosi con protagonista la Loggia P2 * Aldo Bernacchi

Liquidato il vecchio Ambrosiano, il Nuovo Banco nasceva, con atto del notaio Luigi Augusto Miserocchi, il 6 agosto 1982, mentre l’Italia stava vivendo l’annuale rito delle vacanze. Le spiagge, di giorno, invase dal martellante e ripetitivo Da da da, titolo e testo di una delle più stupide canzoni estive. Di sera, in discoteca tutti a ballare il Gioca jouer di Claudio Cecchetto. Ai balconi tante bandiere tricolori a festeggiare la vittoria degli azzurri del calcio al mondiale spagnolo. Era la solita Italia in bikini e canottiera. Ma sotto il Paese era percorso da una scia di sangue che si riproduceva ossessionante, sotto la continua minaccia di assassini replicanti come in Blade Runner, il film cult di Ridley Scott che stava uscendo nelle sale cinematografiche, contendendo a E.T. di Steven Spielberg il primato degli incassi.

Il 30 aprile era caduto per mano della mafia Pio La Torre, il segretario siciliano del Pci. Agli inizi di settembre il terribile agguato al generale Dalla Chiesa e alla sua giovane consorte. Nel mezzo la clamorosa implosione del Banco Ambrosiano e la morte di Roberto Calvi, il banchiere di Dio. La sua tragedia scoperchiava, come scrissero i giudici della bancarotta fraudolenta, «uno scenario di illeciti affari su cui si stagliava inquietante l’ombra della loggia massonica P2, tenebroso strumento di potere nel quale si amalgamavano e si componevano, come in una specie di stanza di compensazione, gli interessi di un Calvi erogatore di fondi e di tanti confratelli beneficiari con la rassicurante protezione di uomini di altissima posizione, anch’essi adepti, manager pubblici e privati, politici, ministri, alti gradi militari, capitani di industria e giornalisti».

In questo clima di veleni e di omertà nasceva il Nuovo Banco. In 25 anni è diventato una delle maggiori banche non solo italiane. Un quarto di secolo non è invece bastato a dare una firma all’omicidio di Calvi. L’ultimo a provare a dare un nome ai responsabili è stato il Pm romano Luca Tescaroli. Secondo il suo impianto accusatorio, Calvi fu ucciso «per impedirgli di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali, della massoneria e dello Ior con i quali aveva gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro provenienti da Cosa nostra».

Una tesi che si basava anche su rivelazioni di mafiosi pentiti come Tommaso Buscetta, che per primo chiamò in causa come mandante dell’omicidio Pippo Calò, il cassiere della mafia, e come esecutore materiale il boss di Altofonte, Francesco Di Carlo. Per Calò e i suoi presunti complici, Ernesto Diotallevi (ex boss della banda della Magliana), Silvano Vittor (ex contrabbandiere che accompagnò Calvi nel suo ultimo viaggio verso la morte) e Flavio Carboni (l’ex imprenditore sardo entrato in affari con Calvi quando il banchiere si sentì abbandonato da Vaticano e P2 e che era con lui nelle sue ultime ore di vita al Chelsea Cloister di Londra), Tescaroli ha chiesto l’ergastolo ma il giudice di primo grado nel giugno scorso li ha assolti tutti per insufficienza di prove.

«Ora tutto è più difficile», ha ammesso il legale della famiglia Calvi commentando la sentenza romana, anche se resta aperto un fascicolo in cui ritorna il nome di Licio Gelli nel registro degli indagati per concorso in omicidio. Il venerabile, classe 1919, unico sopravvissuto dei grandi burattinai del crack Ambrosiano, è stato uno dei primi a essere arrestato per il fallimento del Banco, un buco alla fine risultato di 4.292 miliardi di lire. Fermato in Svizzera il 13 settembre 1982, il capo della P2 evase un anno dopo dal carcere di Champ Dollond rifugiandosi in Sudamerica. Il 17 febbraio 1988 venne estradato in Italia ma non mise mai piede in galera malgrado la condanna a 18 anni e mezzo nel processo di primo grado per la bancarotta fraudolenta. Pena in appello ridotta a 12 anni nel giugno 1996 e confermata in Cassazione nel 1998.

«Ora tutto è più difficile», ha ammesso il legale della famiglia Calvi commentando la sentenza romana, anche se resta aperto un fascicolo in cui ritorna il nome di Licio Gelli nel registro degli indagati per concorso in omicidio. Il venerabile, classe 1919, unico sopravvissuto dei grandi burattinai del crack Ambrosiano, è stato uno dei primi a essere arrestato per il fallimento del Banco, un buco alla fine risultato di 4.292 miliardi di lire. Fermato in Svizzera il 13 settembre 1982, il capo della P2 evase un anno dopo dal carcere di Champ Dollond rifugiandosi in Sudamerica. Il 17 febbraio 1988 venne estradato in Italia ma non mise mai piede in galera malgrado la condanna a 18 anni e mezzo nel processo di primo grado per la bancarotta fraudolenta. Pena in appello ridotta a 12 anni nel giugno 1996 e confermata in Cassazione nel 1998.

Un ruolo che, se pubblicamente rivelato, assieme ai finanziamenti occulti tramite il Banco al sindacato polacco di Solidarnosc, avrebbe potuto minare l’immagine carismatica di Papa Wojtyla. Stava forse per farlo la Consob che imponendo la quotazione a Calvi del Banco ne accelerò il tracollo. La fretta del Tesoro, guidato da Beniamino Andreatta, democristiano, per arrivare alla liquidazione del Banco tolse di fatto ogni potere di indagine alla Consob. Il che provocò le improvvise dimissioni del suo presidente Guido Rossi, che scrisse una lettera di fuoco all’allora presidente Consiglio, Giovanni Spadolini.