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2008 12 02 * Dagospia * caso Orlandi * Rita Di Giovacchino

EMANUELA ORLANDI? DIVERSA OPINIONE - RITA DI GIOVACCHINO, AUTRICE DI “STORIE DI ALTI PRELATI E GANGSTER” RISPONDE ALLA TESI “VATICANENSE” DI PINO NICOTRI: FU RAPIMENTO E RESTÒ IN VITA PER MESI – IL RICATTO DI MARCINKUS…

Lettera a Dagospia

La scomparsa di Emanuela non cela una storia piccante, di sesso e morbosità da confessionale, di diari segreti o festini curiali. La vicenda ha ben altra collocazione nel periodo più torbido della storia d'Italia. Fu una storia di soldi, molti soldi, centinaia di miliardi inghiottiti dal crack dell'Ambrosiano appartenenti a qualcuno che non poteva chiederne il risarcimento nelle aule di giustizia.

Dimenticate Ali Agca e i Lupi grigi, il Fronte Turkesh e l'Americano. Le centinaia di messaggi, rivendicazioni scritte e orali, che si sono accumulati in un quarto di secolo sono carta straccia, buona per un falò. A sostenerlo, nella prefazione di "Storie di alti prelati e gangster romani", è il Superpoliziotto che più ha indagato sulla sparizione della cittadina vaticana e sul groviglio di interessi che nascondeva, ovvero Nicola Cavaliere, commissario all'epoca dei fatti, poi capo della Mobile, questore, prefetto, direttore generale dell'Anticrimine e proprio in questi giorni approdato all'Aisi, il servizio segreto interno.

Le rivendicazioni? Il KGB ci mise del suo fabbricando falsi dossier inviati ai giudici e al ministero dell'Interno, tanto per confondere le acque. Lo ha ammesso di recente l'ex colonnello Gunter Bohnsack agli ordini di Markus Wolf, il mitico fondatore della Stasi. E ad alimentare le veline depistanti sarebbe stato Alois Estermann, nome in codice Werder, secondo l'archivista Mitrokhin, ucciso nel giorno in cui fu messo a capo della Gendarmeria Pontificia assieme alla moglie e al suo attendente, il 4 maggio 1998. Ricordate la strage in Vaticano? Anche quella non fu storia di sesso, come si cercò di far credere.

Dietro tutti gli altri messaggi si nascondeva invece un'unica mano (ah, i vecchi servizi segreti deviati!), scesi in campo per alzare un'impenetrabile cortina fumogena attorno alla "vera" trattativa che si svolse in quella torrida estate 1983 tra il Vaticano e uno spietato gruppo di uomini senza volto. Senza volto per la magistratura italiana, s'intende, che fu tenuta all'oscuro di tutto.

Emanuela non fu uccisa subito, è sopravvissuta alcuni mesi, il tempo necessario per ordire la trama del più mastodontico, incredibile ricatto ideato da una mente raffinatissima che già allora il vicecapo del Sisde, Vincenzo Parisi, poi capo della polizia, il nostro Fouchet, aveva identificato con Paul Casimir Marcinkus. Sì, proprio il vescovo americano che gestiva lo Ior e ammetteva che non si serve la Chiesa solo con gli Ave Maria.

C'è bisogno di tempo per avviare una trattativa, le minacce vanno centellinate per essere recepite. Non andò così anche per Aldo Moro? Poi l'ostaggio viene ucciso perché rilasciarlo diventa pericoloso o destabilizzante. «Le prove bisogna estirparle subito», spiegò il carnefice alla sua donna.

La verità. Scoprirla non è impossibile, ma non si può ignorare la svolta impressa all'inchiesta, "mai archiviata" dalla magistratura romana, dalle rivelazioni dell'ex moglie del calciatore Bruno Giordano. Ma soprattutto ex amante del boss Enrico De Pedis, detto Renatino, qualche anno dopo ammazzato e sepolto nella sontuosa cripta di Sant'Apollinare. Proprio la Chiesa che ospitava la scuola di Musica da dove Emanuela uscì per l'ultima volta alle 19 del 22 giugno 1983. Come e perché il boss sia finito lì è storia troppo lunga per anticiparla in poche righe, val la pena di leggere il libro.

È attorno ai misteri di questa basilica romana minore e all'ambiente circostante - vicoli, negozi, cortili, all'epoca sotto il controllo della Banda della Magliana - che va sviluppandosi la ricostruzione che stanno compiendo magistrati e investigatori di alto livello, oltre ai periti dell'Ert (esperti ricerche tracce), in possesso di tutte le diavolerie scientifiche necessarie per far luce su un "cold-case" che non ha mai smesso di far appassionare e disperare. Chi conduce l'indagine (non chi ne parla per sentito dire) ha raggiunto la certezza che fu un sequestro di persona: la pista indicata da Sabrina Minardi è finalmente quella giusta (oltre che nota da tempo agli addetti ai lavori).

Del resto quale era la vera posta in gioco lo avevano spiegato i "veri" rapitori di Emanuela in un messaggio datato New York, October 1983: «È cosa nostra porre termine alla situazione Orlandi, nell'attualità di una mancata obbedienza di quanto chiesto "estirperemo alla radice" questa organizzazione che oltre essere colpevole di altre situazioni è causa di spiacevoli inconvenienti». Un precedente messaggio, datato Phoenix 19 settembre '83, aveva annunciato che l'assurdo balletto era agli sgoccioli: «È stato deciso in data odierna di porre termine a questa "bravata" farsa turca codice 158 durata troppo tempo e che sta insozzando l'Italia oltre confine». Dietro la messinscena del comunicato politico si nascondevano entità facilmente riconoscibili.

In un gioco a incastro, tra passato e presente, le parole di Sabrina trovano conferma nel contenuto di non più cinque messaggi (gli unici da salvare nel grande falò), pervenuti tra la fine di settembre e l'inizio di novembre, con i quali nuovi interlocutori, dall'inequivocabile linguaggio malavitoso, annunciano l'avvenuta eliminazione dell'ostaggio e la fine dalla "farsa turca". Messaggi, archiviati come inattendibili, che oggi offrono la prova antequam alle date e ai nomi indicati dalla testimone. Tra questi il macellaio "Sergio".

Sabrina sa, ha visto, conosceva molti segreti: essere la donna di un boss di quel calibro non è come farsela con un impiegato al catasto. Renatino non era soltanto l'ultimo capo storico della Banda della Magliana, ma uno dei pochi eletti a far parte del suo nucleo più potente e riservato, quella costola di Cosa Nostra ben introdotta nell'Agenzia del Crimine, la potente struttura politico- criminale dove convergevano mafia, terroristi neri, servizi segreti depositari di tutti o quasi i segreti d'Italia.

Sabrina racconta di aver consegnato Emanuela a un alto prelato, una settimana dopo il rapimento. Non è forse la prova provata che la ragazzina era in vita offerta dai suoi carnefici? La donna afferma anche di aver assistito all'eliminazione dei resti della vittima, racchiusi in alcuni sacchi gettati dall'autista di De Pedis in una betoniera a Torvaianica. Ciò la rende testimone oculare del delitto. In attesa di riscontri scientifici, storici, testimoniali (qualcuno già agli atti), è l'unico elemento che consente la riapertura ufficiale dell'inchiesta per il reato di omicidio ancora perseguibile nonostante il tempo trascorso.

La Minardi è una donna distrutta da una vita sbagliata, ma non ha conti in sospeso con la giustizia e non appartiene alla malavita, se non per quella lontana storia d'amore. Sono proprio i suoi vuoti di memoria, il fatto che s'incagli sulle date, che affastelli i ricordi a fornire il marchio inconfondibile di autenticità al suo racconto. Dietro le parole di questa inquieta ragazza anni Ottanta, tutta sorrisi, belle gambe, s'intravedono le lotte interne alla Curia, i soldi della mafia inghiottiti dal crack del Banco Ambrosiano, i camion pieni di lingotti d'oro che partivano da Roma diretti a Varsavia per finanziare la rivolta di Solidarnòsc, gli spari in piazza San Pietro, la candida toga di Papa Wojtyla al centro di mille congiure.

Un quarto di secolo dopo, la Verità è possibile. Il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi. E sul finire dello scorso millennio, illuminato dagli ultimi bagliori della guerra fredda, è stato certamente il Diavolo a manovrare questa maledetta storia. Lo aveva intuito Paolo VI, quando nel 1972, prima che tutto ciò avesse inizio, profetizzava: «Ho come la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel Regno di Dio».