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2009 04 26 * Antimafia2000 * Olindo Canali testimonia il falso alla Corte

Riportiamo di seguito la missiva che l'avvocato Fabio Repici ha mandato alla Corte d'assise d'appello di Messina, relativa alla testimonianza del Dr. Canali al processo Mare Nostrum.

Alla Corte d'assise d'appello di Messina (Pres. dr. Brigandì); 

e p. c. al Procuratore della Repubblica di Messina; 

al Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria. 


Oggetto: Procedimento n. 3/08 r.g. ass. app.

Signor Presidente e Signori Giudici, negli ultimi mesi, a cagione di talune inusitate (per usare toni moderati) iniziative di taluni difensori del presente processo, mi sono trovato, mio malgrado, particolarmente sovraesposto. Inusitatamente, da difensore, mi sono ritrovato oggetto di acquisizioni probatorie.

Addirittura, in quello che (è bene ricordare) è un processo per gravi fatti di mafia, si è affermato che io sarei stato a conoscenza dell'innocenza di mafiosi condannati per omicidio e che, per sovrapprezzo, avrei al riguardo omesso di interpellare l'A.g., pur di evitare che quei mafiosi possano essere scagionati. Ovvie, allora, sono le ragioni per cui ho abbandonato il ruolo di difensore nel presente processo. Alla fine è giunta in proposito la inusitata (per mantenere toni moderati) deposizione testimoniale del dr. Olindo Canali, le cui affermazioni orali hanno ridotto al superfluo il pericoloso significato (pericoloso per la mia persona) che poteva trarsi dalle sue stesse parole scritte dell'11 gennaio 2006. Ho atteso, anche dopo la deposizione del dr. Canali, eventuali nuove sortite di qualche difensore sul tema che aveva riguardato anche la mia persona. Non ne sono giunte ed ha avuto, così, avvio la requisitoria del P.m.. Sono, allora, qui a segnalare alcuni dati a mia conoscenza in ordine a quanto riferito dal dr. Canali nel corso della sua deposizione. Faccio ciò perché, come ho già avuto modo di dire, ritengo che sugli operatori di giustizia il dovere civico di riferire all'A.g. le proprie cognizioni incomba in modo ancor più cogente che per qualunque altro cittadino. E faccio ciò perché il dr. Olindo Canali ha testimoniato il falso su alcuni punti che ritengo di particolare rilievo. La più eclatante falsità ammannita dal dr. Canali alla Corte è stata la sua negazione di aver, nel periodo in cui aveva redatto la propria lettera dell'11 gennaio 2006, elaborato altri documenti sugli stessi argomenti per i quali è stato chiamato a testimoniare. Il dr. Canali ha recisamente negato che ciò possa essere accaduto. Sennonché ciò è, per l'appunto, plasticamente falso. Ho contezza diretta di ciò, non foss'altro perché nello stesso periodo il dr. Canali inviò a me, in allegato a una e-mail trasmessami, un memoriale parecchio più corposo, approfondito e dettagliato di quello recante la data dell'11 gennaio 2006. È già il numero di pagine del documento trasmessomi a suo tempo a testimoniare quanto ho appena scritto. Si tratta, infatti, di un documento di 27 (ventisette) pagine. Altra menzogna il dr. Canali ha riferito al riguardo del duplice omicidio Iannello-Benvenga, episodio delittuoso che compare fra le imputazioni del presente processo. Preso atto dell'interesse processuale mostrato dalla Corte per l'inusitata lettera del dr. Canali recante la data dell'11 gennaio 2006 e per le inusitate modalità con le quali essa ha trovato ingresso nel processo ed ha poi condotto all'esame testimoniale del dr. Canali, sono stato posto di fatto nell'obbligo di segnalare quanto sopra alla Corte d'assise d'appello di Messina, per ogni determinazione di Sua competenza.

Con osservanza,

Monza, 26 aprile 2009
Fabio Repici

* * * * * *

Il testo integrale del memoriale di Olindo Canali

Sono ventotto pagine. Un memoriale che il magistrato Olindo Canali inviò nel 2005 - lo ha sostenuto con una lettera inviata alla corte d'assise d'appello del maxiprocesso l'avvocato Fabio Repici, missiva letta lunedì in aula dal presidente Antonio Brigandì -, anche all'avvocato Fabio Repici, che è stato il legale di parte civile della famiglia Alfano. ECCO IL TESTO INTEGRALE


Gli inizi

Il Tribunale di Barcellona P.G. apre ufficialmente il 26.5.02. Qualche mese prima era stato inaugurato anche il Tribunale di Gela. Non so molto sull'iter politico che portò alla creazione del Tribunale di Barcellona, ma credo di aver letto da un opuscolo a firma di Carmelo SANTALCO, che fu una gestazione di circa una decina di anni. Non sapevo esattamente dove fosse Barcellona Pozzo di Gotto. Sapevo solo della sua ubicazione in Sicilia e che era sede dell'O.P.G. La notizia della istituzione del nuovo Tribunale la ricevo telefonicamente da un collega e amico, Piero Calabrò, giudice civile al Tribunale di Monza. Nell'estate del 1991 avevo fatto domanda per Locri. Notizia che fece un certo rumore: nel pieno della polemica innescata da Cossiga sui ‘giudici ragazzini' e sul fatto che i giudici del nord non lasciavano le loro sedi tranquille per portare forza lavoro nelle sedi disagiate del sud, avevo deciso di trasferirmi in Calabria. Ma a Locri fu creata la ‘Procurina' presso la Pretura ed i posti disponibili erano solo per quell'ufficio. Revocai la domanda. Quando Piero Calabrò mi chiamò dal Ministero per dirmi che stavano creando il Tribunale di Barcellona P.G. feci subito domanda. Capo di Gabinetto del Ministro Martelli era, all'epoca, Livia Pomodoro, donna di estrema praticità e di grande vigore professionale. Credo che Piero Calabrò fosse nel suo ufficio quando mi comunicò la notizia. Non ebbi il tempo di mandare al CSM il fax, che Livia Pomodoro mi chiamò in preda al delirio. Si congratulava, mi diceva che il Ministro Martelli voleva conoscermi. Arrivai a Roma e all'aeroporto trovai una macchina del Ministero. Oltre all'autista un giovane con la barba. Pensavo fosse un funzionario: era Felice Cavallaio del Corriere della Sera che mi strappò al volo un'intervista. Davanti alla stanza del Ministro Martelli, con una Livia Pomodoro a dir poco euforica, vi erano le telecamere RAI. Un bello scoop per il Ministro. Intorno alla fine di Aprile arrivò il trasferimento. Avevo saputo che, Procuratore della Repubblica, era stato nominato Rocco SISCI che contattai telefonicamente. Puntualizzò subito che ero stato quantomeno inopportuno: in una intervista - non ricordo a quale giornale - dissi che della criminalità dell'area barcellonese non sapevo nulla e che avevo solo notizie che, sul territorio, operavano ‘bande' ( così le avevo definite) locali di cui non conoscevo i legami con Cosa Nostra e non sapevo nemmeno che ve ne fossero. Sisci mi disse che la criminalità barcellonese poteva risentirsi nell'essere definita una accozzaglia di ‘bande' e che la realtà era ben diversa. Preso dai preparativi del trasferimento ( che già si profilava più esistenziale che professionale) non mi preoccupo troppo di informarmi. Internet era ancora sconosciuto. Chi mi informò, in generale, sulla situazione Barcellonese fu Francesco DI MAGGIO, con il quale avevo fatto un periodo di tirocinio da Uditore, aveva, qualche mese prima, fatto scoppiare la polemica dal salotto di Maurizio COSTANZO sui giudici di Agrigento. Aveva tuttavia lasciato, se non ricordo male da poco tempo, quell'incarico per assumere l'Ufficio di Collegamento dell'ONU per la lotta al Traffico delle Sostanze stupefacenti e, se non ricordo male,era a Vienna. Il padre di DI MAGGIO era stato Maresciallo dei Carabinieri a Pozzo di Gotto e lo stesso Francesco DI MAGGIO aveva frequentato il liceo VALLI di Barcellona prima di trasferirsi a Milazzo. Se non ricordo male mi chiamò da Vienni all'Ufficio di Barcellona per farmi gli auguri. Arrivai a Barcellona il 22.5.92. Il giorno prima c'era stato un omicidio in un paese vicino (Terme Vigliatore, seppi poi. Forse era l'omicidio SQUADRITO, un povero diavolo scambiato per altra persona che, in effetti, veniva uccisa qualche giorno dopo forse a Falcone). Il giorno, sabato, dopo ci fu la strage di Capaci. A Messina vennero a prendermi il capitano Aliberti, il Maresciallo Botta e non ricordo chi altri. Mi sistemai nell'albergo dei F.lli MAIO nei pressi della Caserma. Da quello che seppi, SANTALCO voleva una inaugurazione in pompa magna. Ma non tanto la strage di Capaci impedì di festeggiare, quanto la circostanza che il senatore era in un letto di ospedale con una gamba fratturata e curata malissimo dai ‘suoi' medici del ‘suo' ospedale. Un destino: anche con il Tribunale - da lui voluto- non gli andrà tanto bene. Ovviamente neppure sapevo chi fosse Santalco. Il giorno dell'apertura ufficiale, 26 maggio, SISCI mi chiese se volessi andare, insieme a lui ed al Presidente D'AMICO, in ospedale a trovare il Senatore. Figlio di artigiani e nipote di operai-contadini, per di più brianzoli, non capivo il senso della visita. Mi fu detto che Santalco era colui che aveva ‘creto' il Tribunale. Declinai l'invito e non fu certo una partenza brillante. Rimasi qualche giorno a Barcellona, poi ripartii per Lissone. Dovevo portarmi l'auto e tutte le cose necessarie. Ero sceso con pochissima roba personale. Al rientro fui ospitato nella villa di Ernesto Recupero. Era il fratello di Gino RECUPERO, Procuratore della Repubblica a Monza deceduto poco prima del mio arrivo in quell'Ufficio. Il figlio del Procuratore, avvocato Franco Recupero, che conoscevo molto bene fin dai tempi in cui facevo l'avvocato, si era offerto di darmi ospitalità per qualche tempo presso la casa dello zio. Per incisio, Eernesto Recupero, era un commerciante di Olii e Lubrificanti. Scoprii poi che era socio di quel prof. GIAMBO' poi ucciso nella guerra tra Chiofalani e Barcellonese. Cercavo casa. Finii per occupare un appartamento proprio sopra il Ponte sul Longano, di proprietà di Giovanni FLACCOMIO ( o forse l'appartamento era intestato alla moglie). Da Lissone tornai dopo una settimana. Rimasi ancora una quindicina di giorni ma poi ripartii per organizzare il trasloco dei mobili che avevo, ovviamente, acquistato in Lissone. Mi fermai una quindicina di giorni, il tempo di occuparmi dell'omicidio Ingegneri ( Barcellona) e dell'omicidio Salvadore (Pace o Santa Lucia del Mela). Verso il 15-16 luglio presi le ferie. La notizia della morte di Borsellino mi raggiunse a S. Vito Lo Capo dove mi ero fermato con la mia prima moglie. Rientrai in servizio dopo la prima settimana di Agosto. Avevo lasciato la scrivania vuota e la trovai seppellita da una quantità incredibile di fascicoli che arrivavano dalla Procura di Messina. Dalla metà di Agosto cominciai effettivamente il mio lavoro a Barcellona.



L'aria che tirava

In quelle prime settimane - e nei primi mesi, almeno fino agli inizi del 1993 - cercavo di rendermi conto di quello che succedeva attorno. Sia sotto il profilo della criminalità, sia sotto il profilo sociale. Premesso che Rocco SISCI sembrava, più di me, essere stato paracadutato in un mondo che per conoscenza, quelle con cui parlavo quasi quotidianamente: Il Mar. BONO, il Cap.ALIBERTI e Beppe ALFANO. Ernesto RECUPERO mi aveva fatto assaggiare un poco di società barcellonese, ma era troppa la mia diffidenza per poter chiedere. Cercavo di ascoltare e di memorizzare nomi, fatti, situazioni. Certo, il nome del Senatore era quello che, costantemente, tornava in ogni discorso. Sembrava ( ma era poi vero, in fondo) che Barcellona fosse ‘Cosa Sua'. In tutto. A Beppe ALFANO rilascia la prima intervista. Posso sbagliarmi, ma forse era proprio il primo giorno di apertura del Tribunale. L'uomo mi colpì. Non avevo avvertito quella sorta di ‘diffidenza' che percepivo nei miei confronti e che, ovviamente, restituivo, negli altri incontri che feci in quei giorni. ALFANO sembrava mi aspettasse. Il rapporto cominciò a farsi quotidiano. E da subito. Interrotto solo dai miei viaggi al nord per sistemare le faccende connesse al trasloco. Credo conobbe anche la mia prima moglie. Dissi di me quasi tutto. O quel poco che c'era da dire. Dagli inizi come avvocato al tirocinio in Milano con Lucio BARDI, con Ilda BOCASSINi e con Francesco DI MAGGIO che ALFANO conosceva di fama e sapeva che era di origine Barcellonese. ALFANO non parlava. ALFANO raccontava. Intuivo non una grandissima cultura ma sicuramente una conoscenza storica ( e non tanto o non solo barcellonese) di assoluto spessore. Mi disse degli studi a Trento in Sociologia. Questo accenno, i toni critici, le modalità del dire mi portarono a pensare che fosse di sinistra. Il disvelamento ebbe del comico ma finì per essere imbarazzante. Nel mio ufficio, in tarda mattinata, come era suo solito, dopo aver parlato a lungo, mi disse che era contento perché avevamo le stesse idee di destra. Gli dissi che si sbagliava e che ero di formazione ultrasinistra. Mi sembrò sorpreso. Ci fu un lungo silenzio. E poi disse ‘Meglio così'. Non posso negare di esser rimasto un poco deluso. Avrei giurato su una sua formazione completamente diversa. La cosa che mi sorprese, invece, fu che questa scoperta avvenne dopo un discreto lasso di tempo che ci si incontrava. Non avevo per nulla intuito le sue idee politiche ed evidentemente lui non aveva intuito le mie. Stranissimo. Dal Mar. BUONO, dal Cap. ALIBERTI ma soprattutto da ALFANO cominciavo a farmi un quadro della situazione. Per brandelli, per flash, per tasselli di mosaico. Cominciavo a conoscere di CHIOFALO e della sua guerra. ALFANO mi indicò, per primi, i F.lli OFRIA come i capi della cosca. Da ALIBERTI appresi di GULLOTTI. In contemporanea dalle solite tre fonti ( non mi ricordo con precisione da chi, dato il tempo) appresi di RAO e BARRESI. ALFANO mi parlò di Terme Vigliatore. Credo che tra le prime operazioni che feci vi fu l'arresto dell'allora Sindaco DUCI per le questioni legate alla denuncia di ovicaprini per ottenere i contributi regionali. Di Terme Vigliatore ALFANO mi parlò di Mimmo TRAMONTANA. Per la precisione, tuttavia, almeno fino al mese di fine settembre con ALFANO non parlammo di attività mafiose in atto sul territorio. C'era la tempesta di Mani Pulite in atto su tutto il territorio e ALFANO premeva perché fossero iniziate le grandi pulizie sul Longano. Il chiodo fisso, almeno in quei primi mesi, era Santalco, La Giunta ed il Consiglio Comunale di Barcellona. ‘Premeva' è un termine che si presta a equivoci. Intendo dire che ALFANO mi parlava incessantemente dell'occupazione sistematica dell'Amministrazione Comunale Barcellonese per mano di SANTALCO di cui egli riferiva di sicure entrature nella Mafia vera e propria. ALFANO non era precisissimo su queste ‘entrature' che SANTALCO poteva avere con la Mafia, ma era sicuro che CHIOFALO fosse stato eliminato, almeno dal campo, grazie alle influenze politiche che SANTALCO aveva all'epoca. ALFANO aveva una buona stima di TAFURO, che per lunghi anni aveva retto il Commissariato di P.S. di Barcellona proprio all'epoca della guerra tra Chiofalani e Barcellonesi. Buona stima personale. Mi disse di un grosso favore che TAFURO gli fece. Non so se si trattasse poi, della stessa vicenda di cui mi parlò Mimma ALFANO dopo la morte del marito. Sembra, infatti, che Francesco ALFANO, ancora ragazzino, fosse nei pressi del negozio in cui venne ucciso Francesco GITTO e vide gli uomini che avevano commesso l'omicidio scappare. TAFURO, per quanto a conoscenza del fatto, proprio per non mettere a repentaglio l'incolumità di Francesco, rinunciò alla sua testimonianza. Di TAFURO, ALFANO mi disse che era un Massone e che era un ‘uomo' di SANTALCO. Cominciava a profilarsi l'altra costante nei discorsi di Beppe ALFANO: la massoneria. Il tema era molto scottante in quel periodo. Per quanto, se non ricordo male, si fosse ad anni dalle indagini sulla P2, e sulle ‘logge segrete', ALFANO, era convinto dell'esistenza di una loggia coperta in Barcellona P.G. Sapeva ( e fu lui a mettermi a conoscenza) dell'esistenza di due logge palesi di cui mi fece il nome (Fratelli Bandiera e Abramo Lincoln) in Barcellona, ma mi manifestava tutta la sua sicurezza sull'esistenza di un'altra loggia che comprendeva anche Barcellona P.G. Un giorno mi parlò della ‘Corda Fratres'. Era la seconda volta che ne sentivo parlare. La prima volta ne sentii parlare durante una cena in una villa tra Barcellona e Terme Vigliatore. Alcune persone parlavano della Corda Fratres - erano pochi giorni che ero a Barcellona - e qualcuno mi chiese se avessi già avuto richiesta di farne parte. Dissi che non sapevo neppure di cosa parlassero, ma qualcuno dei presenti ‘vaticinoò' che ben presto ne avrei fatto parte. ALFANO mi disse che il Presidente della Corda Fratres era il mio collega CASSATA. Siamo ancora nel periodo iniziale: posso collocare questi colloqui con ALFANO tra la seconda metà di Agosto e le prime settimane di Settembre. Era la seconda persona che mi parlava di CASSATA. La prima fu il Maresciallo BUONO, che me lo presentò in piazza Duomo, appena usciti dal Sebastian Bar. CASSATA stava uscendo dal tabacchino posto proprio di fronte al bar. La presentazione avvenne immediatamente dopo il mio rientro dalle ferie e quindi nella seconda settimana di Agosto. Per strada mi presentai e CASSATA fece il burbero dicendomi che era due mesi che mi trovavo a Barcellona e non mi ero presentato alla Procura Generale. A dire il vero io ricordavo di essere andato con SISCI alla Procura Generale nei giorni immediatamente successivi all'apertura del Tribunale, e quindi, credo tra il 28-31 Maggio. Ma di CASSATA non mi ricordavo. Se non ricordo male, all'epoca, non c'era il P.G. titolare e reggeva l'Ufficio il dr.ZONA. Mi disse che avrei dovuto visitare una suo casale in cui erano conservati oggetti storici di Barcellona, tanto per capire com'era, una volta, Barcellona e capire la sua Storia. A quel primo incontro, almeno per tutto il 1992, non ne seguirono altri, ovvero furono molto sporadici. Alla Procura Generale non andavo ( per allora: la mia frequentazione divenne assidua agli inizi del 1994 quando iniziò la mia relazione con Francesca Ruello). Cassata lo incontravo a volte per strada; mi invitò alla Corda Fratres e finalmente conobbi quantomeno i locali in cui viveva l'associazione. Una volta, con il Capitano ALIBERTI, se non ricordo male, visitai il casale di CASSATA ( non c'era ovviamente ancorano il museo) in contrada Manno. ALFANO mi parlò poco di CASSATA. Mi disse, una volta, che CASSATA ‘conosceva uomini e cose' di Barcellona. Ma il tono non era, come dire, in negativo. Non mi parve tuttavia che gli fosse particolarmente simpatico. Il discorso, se non ricordo male, era in generale su chi fosse la memoria storica di Barcellona. ALFANO mi disse che a lui (ALFANO) dovevo rivolgermi se avessi voluto sapere di qualcosa o di qualcuno. MI parlava molto bene del Capitano ALIBERTI e devo dire che la stima ( se così si può dire) era reciproca. ALIBERTI mi disse che di ALFANO mi potevo fidare, anche se a volte dovevo prendere con misura le sue notizie o le sue informazioni. Come a dire che quel che diceva ALFANO era sostanzialmente vero, ma bisognava, comunque vagliare bene ciò che diceva. La sensazione che ne trassi era che ALFANO fosse una ‘voce' privilegiata per i Carabinieri. Non ebbi la sensazione che fosse un mero confidente. Anzi. Credo, invece, che tra ALFANO e i Carabinieri vi fosse un ‘confronto' reciproco. Per diversi scopi, ovviamente, vi era scambio di notizie. Quanto al Commissariato, ALFANO riteneva l'allora dirigente CASTROGIOVANNI una brava persona ma che, tuttavia, non dava troppo peso alla sua attività. Tornando a Franco CASSATA, ALFANO, nei pochi scambi di battute che corsero tra noi sull'argomento, era piuttosto ironico sulla funzione della Corda Fratres nel senso che la riteneva quantomeno fuori moda e di pochissimo spessore. Più che altro, mi diceva ALFANO, è un luogo dove si gioca a carte, si fanno relazioni sociali ( le parole non erano queste, ma il senso era in questi termini). Mi disse che molti massoni frequentavano il circolo, ma non mi disse mai di suoi sospetti sul fatto che fosse la famosa loggia coperta di cui mi aveva parlato. Posso anche pensare ad una cosa che mi è rimbalzata in testa in questi anni: probabilmente ALFANO non aveva ancora finito di ‘studiarmi'. Probabilmente voleva ancora sapere fino a che punto poteva fidarsi di me. I suoi continui ammonimenti di stare attento alle persone con cui parlavo e alle persone che frequentavo ( anche se, ribadisco, il mio ‘sociale' barcellonese era nullo o scarso a quell'epoca) potevano essere il segno che voleva ancora ‘saggiare' la mia personalità. E' ovvio che già in quei primi mesi fosse scoppiato l'affaire AIAS che ALFANO seguiva molto costantemente. Le prime denunce erano arrivate ed io avevo già cominciato a farmi un'idea di un centro di potere molto forte. ALFANO me ne parlava facendomi chiaramente intendere che ‘Mani Pulite' a Barcellona poteva partire dall'ASIAS oltre che dalle indagini sul Comune. Mi diceva che dietro l'AIAS si muovevano politici della DC e del PSI e che anche Santalco stava per mettere le mani sull'AIAS di Milazzo. I colloqui coN ALFANO sull'AIAS cominciarono molto presto, credo fin dalle prime settimane di luglio, prima che io andassi in ferie. Non faceva mistero, almeno con me, ALFANO di avere persone dell'interno dell'AIAS che potevano riferirgli molte delle cose che succedevano all'interno dell'associazione. All'inizio delle nostre conversazioni ALFANO era convinto che a manovrare tutti gli affari dell'AIAS fosse il Direttore Generale Stefano FOTI. Ma già verso i primi giorni di settembre ALFANO puntava la sua attenzione su MOSTACCIO. Questa sua attenzione su MOSTACCIO non finirà. Ancora negli ultimi giorni, prima delle mio viaggio al nord per le feste di Natale, ALFANO continuava ad insistere su MOSTACCIO sia come la vera ‘anima nera' dell'AIAS sia come persona nei confronti della quale nutriva qualche timore. ALFANO, più di una volta, definì MOSTACCIO come ‘persona cattiva'. Intanto per Barcellona si susseguivano i morti. Ragazzi giovani, morti più per problemi di droga che per gli ultimi bagliori della guerra tra Chiofalo e Barcellona. A proposito della droga, ALFANO aveva le idee abbastanza chiare. Secondo lui erano gli OFRIA a tessere tutti i traffici della droga. Mi parlava anche di Giulio CALDERONE soprattutto del di lui fratello Mario. Mi indicava i luoghi della Piazza Duomo dove vi erano, giornalmente, gruppetti di ragazzi che spacciavano. Devo dire che gli omicidi che si sono succeduti nel 1992, forse proprio perché riguardavano gioani ragazzi, avevano colto di sorpresa lo stesso ALFANO che non sapeva darmi letture precise se non, appunto, quella della droga. Solo l'omicidio IANNELLO ( ed in parte quello di Aurelio ANASTASI) lo colpirono particolarmente ma di questi dirò più avanti. Io non mi ero ancora fatto un'idea ben precisa, almeno fino al dicembre 1992, di come stessero, in realtà, le cose Barcellonesi. Non conoscevo ancora bene le vicende chiofalane, i rapporti con la Procura di Messina molto rari. Incontrai tutti o quasi i colleghi della Procura di Messina ad una cena che si tenne al Galeone ( almeno mi sembra di ricordare che si chiamasse così) , un ristorante forse che affacciava sullo Stretto.L'occasione fu la nomina di Giuseppe GAMBINO a Procuratore Capo di Patti. Credo ci fossero tutti, o quantomeno, non ricordo assenze particolari. Per altro il lavoro era piuttosto intenso atteso che ero solo in Ufficio. Io e Rocco Sisci. E c'erano già udienze dibattimentali e preliminari, e c'era il turno esterno e c'erano morti in gran numero. Tempo davvero poco per altro. Sentivo sempre parlare di SANTALCO e del suo dominio assoluto sulle cose Barcellonesi. Una sorta di martello incessante: tra AIAS e SANTALCO. Questi i primi mesi a Barcellona.



Da ottobre alla fine di dicembre

Ogni tanto, ma raramente, ALFANO spariva per una paio di giorni. Con ciò intendo dire che non mi faceva visita all'Ufficio. Raramente ci incontravamo fuori dall'Ufficio Una domenica mattina, sul tardi, suonò alla mia porta. Salì e cominciò a guardare dalle finestre. Volle vedere se ero ‘ben protetto', e che cosa si poteva vedere, di casa mia, guardando dall'esterno. Gli chiesi se c'era qualcosa che non andasse e ALFANO mi disse che cominciava a sentire ‘voci' su di me; che dovevo stare attento con chi parlavo e come mi muovevo; che la criminalità barcellonese temeva che io potessi svolgere chissà quali indagini. Ricordo che a Novembre o forse ai primi di dicembre, andai a Lipari con la mia ex moglie. ALFANO mi telefonò chiedendomi conferma che fossi ancora a Lipari ( forse glielo avevo detto che ci andavo) e mi disse di fermarmi qualche giorno in più. Fu l'unica telefonata di quei giorni e quando tornai chiesi ad ALFANO il significato della telefonata, ma egli mi rispose quasi evasivo dicendomi che era stato un ‘falso allarme'. Onestamente devo dire che le preoccupazioni di ALFANO nei miei confronti mi sembravano un poco eccessive. In fondo non avevo ( o non avevo la sensazione di avere) per le mani grandi indagini tranne ovviamente l'indagine AIAS e quella, molto vaga invero, sul Comune di Barcellona. A me, all'epoca, mancava il quadro generale dei rapporti tra la Mafia Barcellonese e il resto di Cosa Nostra. A proposito di GULLOTTI, ALFANO non ne aveva grande stima come capo mafia. Ricordo che lo definì un ‘cretino pericolosissimo' ma, pur insistendo sulla maggiore pericolosità dei F.lli OFRIA, conveniva che al vertice della cosca Barcellonese ci fosse proprio il GULLOTTI. In quel periodo, ALFANO sia pure con molta parsimonia, mi riferiva che, ai tempi in cui era all'Università di Trento, aveva frequentato ambienti dell'estrema destra e che era anche entrato in contatti con - mai specificati! - personaggi vicini ai servizi segreti. Non dubitai di quelle affermazioni. Anzi. Ritengo ancora che ALFANO avesse qualche riferimento dei Servizi anche nell'area messinese. Le notizie, sia pure scarne, che aveva sulla criminalità barcellonese, le notizie di primissima mano sulla ‘potenza' di Santalco, una visione piuttosto realistica anche di quello che avveniva in campo Nazionale, mi hanno sempre fatto pensare che ALFANO attingesse da fonti certe o comunque avesse la possibilità di farlo. Devo dire, però, che non so se questa sia una mia impressione postuma o l'avessi anche all'epoca. Ma sulle seconda ipotesi non giurerei. Mi parlava di Portorosa. Secondo ALFANO Portorosa era stato realizzato riciclando soldi di provenienza delittuosa. E direttamente dalla Mafia Palermitana. Si diceva convinto di su traffici poco puliti all'interno del Villaggio e mi aprlò apertamente della possibilità che vi fossero o sbarchi di armi o di droga. Di sicuro,s econdo ALFANO, Portorosa, soprattutto nei mesi invernali era frequentato da Catanesi e Palermitani e secndo lui era rifugio ideale per latitanti. (Non si era ancora arrivati alle notizie su SANTAPAOLA). ALFANO si diceva sicuro che GULLOTTI e gli OFRIA andassero a Catania per incontrare esponenti di Cosa Nostra Catanese ed era sicuro di aver visto o di aver saputo che persone catanesi erano state viste in Barcellona più spesso rispetto ad altri tempi. Tra ottobre e novembre i rapporti con ALFANO si mantennero nelle visite quotidiane, o quasi, in Ufficio. Come ho detto raramente ci incontravamo fuori dall'ufficio. Un giorno al Bar del la Place, (credo si chiami ancora così) ALFANO mi vide entrare dopo aver preso il giornale all'edicola. Mi chiamò e prendemmo il caffè insieme. Entrò un signore con una donna vistosa al suo fianco, fece segno ad ALFANO come per offrire la consumazione ma ALFANO fece il controcenno che aveva già offerto lui. Quando uscimmo mi disse di non prendere mai un caffè con la persona entrata poco prima, perché si trattava di un imprenditore molto vicino alla Mafia Barcellonese. Credo si trattasse di quel DI Paola, ucciso qualche anno dopo. ALFANO lamentava il fatto che io fossi senza scorta. Gli dissi che non ne vedevo la ragione, visto che non avevo subito minacce e che, in fondo, non mi sembrava poi di smuovere chissà quali polveroni. ALFANO mi ribadì che nella criminalità barcellonese c'era un certo allarme perchè (testualmente) ‘non ero avvicinabile'. Come ho sopra accennato il quadro a Barcellona non mi era chiarissimo. Non sapevo ancora nulla del passato recente ( almeno gli ultimi dieci anni) e non leggevo bene le cose che avvenivano. ALFANO mi dava informazioni generali, ma non poteva, ovviamente, scendere nello specifico. Mi disse che aveva fatto anche il cronista sportivo e che aveva lavorato per una televisione locale. Mi parlò di Antonino MAZZA come un suo carissimo amico nonché imprenditore dal quale, tuttavia, negli ultimi tempi si era un poco allontanato anche se non mi specificò il motivo. Mi disse che la televisione per cui aveva lavorato era di proprietà di MAZZA (1) e che con lo stesso MAZZA aveva fatto, tempi addietro,una lista civica con la quale si era presentato alle Elezioni (non so di quale anno). Massoneria, AIAS, Santalco e soci. I discorsi di ALFANO giravano sempre lì e ribadiva i suoi avvertimenti a non fidarmi di nessuno e a chiedere prima a lui se le persone che mi stavano attorno o che frequentavo fossero persone fidate. Tengo molto a specificare un punto di cui ho già detto in una intervista e che, ritengo, sia stato frainteso dalla famiglia ALFANO, o quantomeno da Sonia ALFANO. Con Beppe ALFANO ci si dava rigorosamente del ‘Lei'. Io lo chiamavo ‘professore' lui mi chiamava ‘dottore'. Era una forma di rispetto reciproco anche se più di una volta mi venne l'istinto di passare alla forma confidenziale. Lui era più anziano, ma credo non me lo propose per una sorta di rispetto nei miei confronti. Io non glielo proposi per altrettanto rispetto, ma, considerando ora la cosa, avrei dovuto proporlo io. Si intensificarono gli scambi di idee sull'AIAS. Forse avevo già dato la CT al Prof. ANDRONICO, persona che ALFANO conosceva e di cui mi parlava bene. O quantomeno non fece mai riserve, pur vedendolo spesso negli uffici di Procura. Mi disse che gli uomini politici che giravano intorno all'AIAS ed in particolare quelli della DC e del PSI erano in allarme per l'indagine soprattutto perché temevano finisse, per loro, il tempo dei soldi e delle assunzioni facili e temevano, soprattutto, l'effetto ‘Mani Pulite'. Mi rivelò che la sua fonte all'interno dell'AIAS era Santa Genovese che in quel tempo, se non ricordo male, era diventata Presidente dell'Ente. Ma il bersaglio delle considerazioni di ALFANO sull'AIAS era sempre e regolarmente MOSTACCIO anche se era stato destituito dalla carica di Presidente. Mi accennò, ALFANO ad un grosso immobile che doveva essere comprato dall'AIAS di Milazzo. Mi disse che il costruttore era Mario IMBESI, ma che di quell'affare mi avrebbe parlato al più presto non appena avesse avuto notizie più precise. La sua polemica contro L'AIAS sembrava, però, essersi un poco placata. Rimaneva MOSTACCIO del quale diceva le cose peggiori. Se non ricordo male fu in una di queste occasioni che ALFANO mi riferì di ‘velate' minacce di MOSTACCIO nei suoi confronti. Si era, invece, ricreduto su FOTI Stefano e sicuramente aveva un'ottima opinione di Santa GENOVESE. Dal canto mio, un po' per diffidenza che permaneva, un po' anche perché i continui avvertimenti di ALFANO mi rimanevano in testa, avevo poco o nulla vita sociale. Andavo a trovare ogni tanto Ernesto RECUPERO, andavo a cena qualche volta con il Capitano Nunzio ALIBERTI, molto spesso a casa sua. Più spesso andavo da solo a cena allo Yacht Club di Portorosa. Tra novembre e dicembre ALFANO diradò un poco le visite in Procura. Spesso veniva SONIA che mi portava il giornale La Sicilia ed i saluti del padre. Si informava se ci fossero notizie che si potevano scrivere e mi diceva che il padre era occupato con la scuola. Verso i primi giorni di dicembre ( ho in mente verso i giorni dell'Immacolata che non ricordo se fosse un lungo w.e. o fosse un infrasettimanale ma tale da garantire un ‘ponte'), ALFANO mi venne a trovare in Ufficio. Come sempre guardingo. Più che mai guardingo. Chiuse la porta e mi disse di avere avuto notizia che SANTAPAOLA fosse a Barcellona o nei pressi di Barcellona. Mi disse che mi avrebbe fatto avere notizie più precise. Io gli risposi di non fare il matto e di dare la notizia ad ALIBERTI anche perché,comunque, io non avrei potuto far nulla. Era roba da D.D.A. Messinese o Catanese e non potevo certo occuparmene io. Ovviamente la cosa aveva anche per me interesse, però gli ribadii di non fare pazzie, di stare attento e di non mettersi a fare l'investigatore. ALFANO mi rassicurò dicendomi di stare tranquillo che non voleva farsi ammazzare. Credo di averne parlato con ALIBERTI di questa notizia e mi parve che ALIBERTI ne fosse già al corrente per averglielo detto proprio ALFANO. Per qualche giorno, se non ricordo male, non vidi ALFANO (forse ero andato via per il Ponte dell'immacolata, ma della circostanza non sono sicuro). Poi ricomparve e mi ribadii ancora la notizia su SANTAPAOLA. Mi diceva che poteva stare a Portorosa, ma il luogo mi sembrava fin troppo scontato. Ancora una volta gli dissi di stare attento. Qui dovrei collocare un episodio, ma - devo averlo già detto anche a Rosa RAFFA e al Procuratore CROCE che mi interrogavano sul punto con il collega LAGANA' - non ricordo se sia stata una notizia datami da ALFANO o se dell'episodio venni a sapere dopo la sua morte. Credo però che l'episodio mi fu raccontato proprio da ALFANO. Si trattava di un misterioso incontro avuto da SONIA ALFANO durante un viaggio in treno da o per PALERMO. Se non ricordo male una signora prese discorso con SONIA ed ebbe a rivelarle qualcosa proprio sull'esistenza o di un pericolo o di un latitante a Barcellona. Il mio ricordo è molto confuso e non ho mai avuto la possibilità di parlarne con alcuno per rinfrescarlo. Tra la prima notizia sulla presenza di SANTAPAOLA e la seconda passarono, credo quattro o cinque giorni. Non ricordo se rividi ALFANO prima della morte di Giuseppe IANNELLO, il 17 dicembre. Di certo quell'omicidio preoccupò moltissimo ALFANO. Ma non tanto ( o così non mi parve) per sé, quanto per la situazione della MAFIA barcellonese. Mi disse, forse il giorno dopo o due giorni dopo, che GULLOTTI da quel momento era il capo unico a Barcellona. E che forse aveva scalzato anche gli OFRIA. Siamo attorno al 19-20 di dicembre. Il Sabato prima di Natale ( se non ricordo male Natale era a metà settimana, ma non posso essere ovviamente sicuro) io pranzai a casa ALFANO. Sicuramente c'erano ALFANO e la moglie, forse i due figli. Non ricordo SONIA ma è possibile che ci fosse anche lei. Mi accorsi che ALFANO non faceva mistero, in casa, delle sue idee e delle sue conoscenze. Ancora si parlò di MOSTACCIO, non ricordo se si commentò l'omicidio IANNELLO. ALFANO mi mostrò dove lavorava e la postazione del suo computer. Io gli avevo raccomandato, tempo addietro, di scrivere tutto quello che mi diceva in modo da averne traccia, anche le cose che non sembravano importanti. Mimma ALFANO mi diede delle conserve da portare ai miei familiari a Natale. Non ricordo se quello stesso giorno accompagnandomi dopo il pranzo o il giorno successivo ( ma mi sembra difficile, in quanto era sicuramente domenica) ALFANO mi salutò con quella battuta che ho sempre riferito in ogni sede: che al mio rientro mi avrebbe detto esattamente dove si trovasse SANTAPAOLA. Rientrai, credo, verso l'1 o il 2 gennaio. Il 3 o il 4 uccisero AURELIO ANASTASI, un vecchio amico di ALFANO. Lo trovai molto sconvolto sul posto. Scattava fotografie al morto. In un attimo in cui potemmo parlare mi disse che lo conosceva bene e che era un vecchio ‘camerata'. Quella fu l'ultima volta che vidi Beppe ALFANO. Come ho già detto in altre occasioni, il 5 Gennaio ALFANO mi chiamò invitandomi a pranzo per l'Epifania. Il battesimo della figlia di ino GRANATA mi impedì di andare. Era giovedì. Venerdì sera lo ammazzavano. Questo il rapporto con ALFANO. Questo il senso ed il contenuto, ovviamente in generale, delle nostre conversazioni. Ovviamente parlavamo anche di altro. Aveva un'ottima conoscenza del calcio. Quasi da tecnico, direi. E Molte volte perdemmo il tempo delle nostre conversazioni parlando anche di calcio. E mi parlò anche delle sorti della squadra di Calcio di Barcellona di cui, se non ricordo male, commentò le partite proprio per quella televisione di Mazza per la quale lavorava. E mi disse che, quella squadra,era sicuramente in mano a qualcuno molto vicino a GULLOTTI. Ma L'AIAS, la Massoneria, Santalco, La Mafia barcellonese nei termini che ho detto erano l'enciclopedia di conoscenze che ALFANO mi aveva messo a disposizione. In uno con le raccomandazioni su chi frequentavo e sulle persone con cui parlavo. L'ultimo capitolo, quello su SANTAPAOLA, non ebbe il tempo di raccontarmelo.



La sera e la notte dell'omicidio

Io cenavo, da solo quasi come sempre, allo Yachting Club a Portorosa. Dalla Centrale dei Carabinieri lo stesso centralinista mi chiama e viola la gerarchia dicendomi, ‘Una brutta notizia, Hanno ucciso ALFANO'. Forse ero alla fine della cena, ma lascia tutto ed in un quarto d'ora fui alla Compagnia dei Carabinieri di Barcellona. Ho fatto i gradini urlando come un ossesso. Credo che molti ancora si ricordino quel mio arrivo. Cominciai a prendere a calci i posacenere-cestini di metallo che si trovavano sul corridoio dove c'era l'ufficio del Capitano Aliberti. Che faticò non poco a calmarmi. Gli chiesi di andare prima sul posto dell'omicidio e quindi a casa ALFANO ma mi disse che, prima, avrei dovuto calmarmi. Passò così una quarto d'ora-venti minuti. Mi soffermai poco nei pressi dell'auto di ALFANO. Andai quasi subito a casa. Era piena di gente. Tantissima gente o, almeno, a me parve tantissima. Ho già detto in varie occasioni che ho il ricordo di aver visto uomini del Centro di Messina del SISDE. Forse Galizia, forse Pizzurro. Non ricordo se vi era Giuseppe DI Salvo che allora era il dirigente. Vidi personale del Commissariato ed, ovviamente, della Compagnia dei CC di Barcellona. In casa, Mimma ALFANo ed i ragazzi urlavano parole di fuoco contro Antonino MOSTACCIO. Tornai sulla strada. Credo fosse già arrivato personale della Mobile. Sicuramente gli uomini del reparto Operativo del gruppo Provinciale. Forse anche qualcuno del ROS era già arrivato, ma non ne ho ricordo preciso. Tornai quindi alla Compagnia. Rimasi, credo fino all'indomani mattina; non ricordo di essere andato a dormire. Non ho ricordi precisi sulle persone che furono sentite quella notte. Forse Sem DI SALVO o qualcuno degli OFRIA. Ma nulla era emerso se non spostamenti in città. Anche se, qualcuna delle persone sentite ( intendo o gli OFRIA o DI SALVO), o furono visti nei pressi della scena dell'omicidio o fu visto transitare da quelle parti. La mattina, in ufficio, cominciarono le attività. Si fece il punto. Ricordo sicuramente la presenza di ALIBERTI che praticamente lavorò con me quasi a tempo pieno all'indagine ALFANO, ma già vi erano gli uomini dello SCO e del ROS. Credo che gli uomini dello SCO di Catania li incontrai al Commissariato di P.S. di Barcellona P.G. Di certo c'era uno spiegamento di forze incredibile. Tutti erano lì e tutti arrivavano e tutti sarebbero arrivati. Anche i Servizi.



Le indagini

La regola è nota: chi riceve la telefonata e quindi arriva prima sul luogo del delitto conduce le indagini. Arrivarono prima i Carabinieri. In questo momento non ricordo se fu accertato da dove giunse ai CC di Barcellona la telefonata che avvisava dell'omicidio. Per quello che io sapevo, per quello che ALFANO mi aveva raccontato, per l'indagine AIAS in corso e di cui ALFANO molto mi aveva detto e molto aveva scritto, per la sua conoscenza delle cose della Mafia Barcellonese, per il fatto di avermi parlato della gestione santalchiana del Comune di Barcellona, per la certezza dei familiari di ALFANO che già dalla prima sera indicavano MOSTACCIO quale persona coinvolta nell'omicidio, la convinzione mia ma anche quella dei Carabinieri di Barcellona P.G. andò verso una precisa direzione: l'intreccio AIAS, Mafia Barcellonese, Affari Barcellonesi. L'accenno fatto a SANTAPAOLA in quei primi momenti non mi fece dirigere le indagini verso quella pista, Anche se dopo, molto dopo, un particolare non poteva sfuggirmi: l'abitazione in cui, nel febbraio del 1995 troviamo Gullotti è quello che, da più parti, fu ritenuto essere stato anche il rifugio di SANTAPAOLA. Ma questo, in quei giorni non lo potevo sapere. Se erano i Carabinieri a gestire le indagini, vuol dire che i ROS dovevano e potevano intervenire. Sul punto, a distanza di anni, qualche riserva posso farla. L'indagine sull'Omicidio ALFANo partiva da una Procura non D.D.A., e per quanto io avessi ovviamente avvisato la D.D.A. dell'omicidio il fascicolo rimaneva, almeno per il momento, ed in virtù di accordi con la stessa D.D.A a Barcellona. I R.O.S. in teoria potevano anche disinteressarsi dell'omicidio. Se un ‘rinforzo' alle indagini poteva esserci, poteva al massimo arrivare dal Reparto Operativo. Ora leggo così. Ma in quei giorni al presenza del R.O.S. (ma c'era anche la consorella S.C.O. della Polizia) mi sembrò il segno dell'attenzione delle Istituzioni per l'omicidio ed il segno che vi era una forte volontà di indagare. In realtà le cose andarono diversamente. I R.O.S. misero a disposizione le apparecchiature più sofisticate e di quella parte di indagine si occuparono solo loro. Io ed ALIBERTI conducevamo le indagini, per così dire, ‘da terra'. Interrogatori, perquisizioni, ricerca di testi, confronti dei dati che avevamo, idee. Partirono le Intercettazioni telefoniche. Se poteva esserci la Mafia, partirono i telefoni di chi ritenevamo essere i capi della Mafia Barcellonese. Non ricordo bene. Perché non ho conservato le carte, ma furono diverse. I numeri con gli intestatari venivano sottoposti alla mia attenzione. Se c'era il tempo di procedeva per le vie ordinarie attraverso il G.I.P. se non c'era tempo ( specialmente tra il venerdì e la domenica) si facevano di urgenza e si mandavano alla convalida. Le intercettazioni su un numero venivano spesso disattivate perché o non vi era la disponibilità materiale per seguirle o perché sul numero non transitavano telefonate interessanti. Ovvia una considerazione: non è il P.M. in sala ascolto. E non è sempre possibile controllare i brogliacci. O ti fidi o ti fidi. Mentre io ed il Capitano ALIBERTI lavoravano in superficie, i ROS lavoravano sotto traccia. Alla sala intercettazione ed ai sistemi di osservazione. Dopo appena qualche giorno dall'omicidio il dr. FATUZZO, incaricato della perizia balistica, mi comunicava quali erano le (pochissime) pistole che potevano essere compatibili con l'arma che aveva ucciso ALFANO. La rigatura particolare ( se non ricordo male 5 righe destrorse) poteva essere compatibile solo con due o tre marche e tipi di pistola. Noi cercavamo un revolver calibro 22. Il calibro era molto probabile, anche se non certissimo. Che fosse un revolver lo si era desunto dal fatto che non erano stati lasciati bossoli. Le marche erano veramente poche e, allo stato, non avendo più avuto modo di vedere gli atti da tantissimo tempo, non me le ricordo. Ma eravamo in grado di togliere una gran parte di marche. Dal Commissariato prendemmo anche i tabulati delle pistole regolarmente denunciate, ma tra il fatto che erano quasi tutte semiautomatiche e che nessuna era della marca cercata sostanzialmente non procedemmo a nessun sequestro, anche se molta gente, credo, passò per il Commissariato laddove di qualche pistola non si aveva certezza sul fatto che fosse o meno un revolver o certezza sulla marca. Cercammo anche la Pistola a Mario Imbesi che, immediatamente, a prima vista non poteva essere quella cercata. Se non ricordo male, per essere ancora più certo chiamai anche FATUZZO per comunicargli il tipo e la marca. IMBESI ci fece sapere che non voleva essere visto venire in Compagnia dei Carabinieri o in Commissariato. Credo tramite ALIBERTI concordammo per vederci al Santuario di Tindari. IMBESI ci spiegò il motivo. Ci disse che non avrebbe mai messo a verbale la circostanza che alcuni mafiosi barcellonesi lo tenevano sotto estorsione. Ricordo che era atterrito per la paura e diceva sia a me che al Capitano ALIBERTI che non si sarebbe per nulla fatto vedere presso le Forze dell'ordine per timore che si pensasse che stava denunciando gli estortori. Sia io che ALIBERTI tentammo di convincerlo a denunciare coloro che lo pressavano ma non ci fu nulla da fare. In verità già la marca della pistola, se non ricordo male, escludeva che potesse essere quella cercata, ma IMBESI voleva comunque parlare con me e con ALIBERTI fuori da Barcellona. Ci lasciammo consigliando a Mario IMBESI di fare denuncia. Ma egli non si fece più vedere. Se non ricordo male, ma della circostanza non sono certo, rivedemmo IMBESI forse ancora a Tindari o a Portorosa, comunque fuori da Barcellona. La pistola che ci aveva consegnato non rispondeva alle caratteristiche che FATUZZO ci indicava come quelle dell'arma che aveva ucciso ALFANO. E forse fu proprio in questa seconda occasione che gliela restituimmo. Ovviamente IMBESI si guardò bene dal fare denunce contro gli estortori, e non lo rivedemmo più. Almeno fino ai primi giorni di Aprile dello stesso anno. Per ciò che mi dicevano i R.O.S. (i miei interlocutori erano il Brigadiere - o forse era già Maresciallo - Sansalone e pochi altri. Scibilia, se non ricordo male allora comandava interinalmente il ROS anche se ricordo che in quel periodo era il Capitano VALENTE a dirigere il reparto. Anche SCIBILIA, ovviamente, ma con meno frequenza si faceva vedere in Procura), per ciò che i ROS mi dicevano le intercettazioni ambientali alla pescheria OFRIA\DI SALVO. Ora, mentre io e i Carabinieri di Barcellona, e ALIBERTI per primo, continuavamo le indagini sull'omicidio ALFANO (solo per inciso: era arrivato il collega GIACOBELLO alla Procura di Barcellona P.G, che mi aveva sgravato di qualche routine di udienza; ma avevo ancora l'indagin4e AIAS che portava via tempo e notti al Commissariato di Milazzo, e seguivo ovviamente le indagini ALFANO) i ROS sembravano seguire un'altra via di indagine anche se ufficialmente inserita nell'indagine. Avevo la sensazione che ormai, le II.TT. o quelle ambientali ovvero i servizi di osservazione e pedinamento servissero quasi esclusivamente ad individuare dove fosse SANTAPAOLA. ALFANO aveva ragione, come su tutte le cose che mi aveva detto. SANTAPAOLA sembrava davvero fosse in zona. I ROS non furono mai espliciti nel dirmelo, ovviamente. Ma la mia sensazione ‘dall'esterno' ( se esterno può essere un P.M. rispetto alle indagini che dovrebbe coordinare!) era che i ROS mettevano tasselli sempre più precisi o sulle persone che tenevano o avevano tenuto SANTAPAOLA ovvero mettevano tasselli sempre più precisi proprio su SANTAPAOLA stesso. Le voci di fondo e di disturbo dei barcellonesi, è noto, cercavano di spingere le indagini sul movente privato, soldi, donne, debiti, gioco d'azzardo. Devo dire che la mia idea che fosse un omicidio di Mafia trovava molto tiepidi anche i colleghi della D.D.A di Messina. In buona sostanza eravamo io ed ALIBERTI a crederci. A credere nell'indagine. I ROS seguivano le loro indagini ed appariva chiaro che più che l'omicidio ALFANO a loro stava particolarmente a cuore SANTAPAOLA. Ceto, sia a me che ad ALIBERTI le notizia di ALFANO sulla presenza del boss catanese continuavano a girare nella testa, e la circostanza che i ROS - da quello che sia io che ALIBERTI potevamo sapere - avevano riscontri se non della sua presenza in atto, quantomeno avevano contezza che alcune persone sotto intercettazione potevano avere ( avuto) rapporti con SANTAPAOLA ci sembrava da un lato la conferma che ALFANO di storie non ne raccontava e dall'altro che ci faceva pensare che proprio intercettando quelle persone potevano emergere notizie sull'omicidio. La sensazione che i ROS non mi dicessero tutto ci poteva anche stare. Dopo circa un mese e mezzo, le intercettazioni erano positive per il solo fatto che i ROS credevano ( ormai era chiaro) di arrivare a SANTAPAOLA. Dell'omicidio ovviamente nessuna parola. Credo verso la fine di febbraio approfittando anche della presenza di Francesco di MAGGIO a ROMA, chiesi l'autorizzazione per recarmi proprio a ROMA. L'idea era quella di fare il punto sia della situazione, parlando direttamente con i vertici dei Carabinieri, dei ROS, della Polizia e anche scambiare idee con Francesco DI MAGGIO. In effetti rimasi a ROMA tre o forse quattro giorni e , in rapida successione, passai giornate sia al ROS (ovviamente, ma anche per quello che dirò dopo, non incontrai MORI), credo di essere stato ricevuto anche dall ‘allora Capo della Polizia Parisi, e forse anche dal Comandante Generale dei Carabinieri. Con tutti tentavo vi fare il punto della situazione ed in effetti ricevevo assicurazioni circa la disponibilità a dispiegare uomini e mezzi non solo per l'indagine sull'omicidio ma anche per la situazione in generale di Barcellona. Incontrai Francesco DI MAGGIO non ricordo dove. Forse al Ministero . Credo che stesse già preparando il rientro in Italia ed infatti, se non ricordo male, proprio dopo l'estate del 1993, DI MAGGIO andò a dirigere il DAP. Parlai con DI MAGGIO dell'omicidio ALFANO. Mi disse che, secondo la suia impressione, visto da lontano, non poteva che trattarsi di un omicidio di Mafia. Dissi a DI MAGGIO delle voci di debiti, di gioco d'azzardo, di donne e quant 'altro dalla fogna barcellonese usciva per depistarci. Mi disse di non credere ad una parola di quelle sciocchezze ( non fu questo il temine che usò) e di non lasciare, neppure per un attimo, la pista mafiosa. Come ho detto in quei giorni a Roma mi recai al Comando dei ROS. Credo ci fossero, ma della circostanza non sono sicuro, anche VALENTI e forse SCIBILIA o comunque qualcuno di Messina. Il punto verteva sempre sul mio interesse all'indagine sull'omicidio ALFANO e sul loro interesse a SANTAPAOLA. Chiesi anche di vedere il Colonnello MORI, ma mi fu detto che non era a Roma. Il mio voleva solo essere un saluto. Avevo rivisto ( o stavo per rivedere, non ricordo) Ciccio DI MAGGIO. Il Colonnello MORI aveva lavorato a lungo con lui e proprio nell'Ufficio di DI MAGGIO a Milano avevo conosciuto sia MORI ( ma non ero certamente sicuro che potesse ricordarsi di me!) che il cap. DI CAPRIO di cui dirò più sotto. Con la Polizia il discorso fu molto più generico. Si parlava delle indagini sull'omicidio e sulle indagini sull'AIAS che, allora, erano condotte dal Commissariato di P.S. di Milazzo. Se non ricordo male, mi recai anche al Ministero dove forse vi era ancora Livia POMODORO. Non ricordo con esattezza i giorni in cui andai a Roma. Credo però di poterli collocare nella seconda metà di Febbraio. Non certamente dopo. Tornato a Barcellona, ripresi a lavorare alle indagini ma anche all'indagine AIAS. Stringevo i tempi degli interrogatori presso il Commissariato di Milazzo. Sull'omicidio le cose non andavano come speravo e devo dire che forte era la sensazione che non saremmo mai arrivati a capo di nulla. Mi sentivo in continuazione con la famiglia ALFANO che mettevo al corrente delle fasi delle indagini. Meditavo ormai di operare lo stralcio degli atti e mandare a Messina la parte che concerneva SANTAPAOLA. I ROS mi dicevano, e devo dire mi riferivano e documentavano, che dalle intercettazioni stavano per uscire elementi su un traffico di armi. Lo stralcio poi effettivamente lo feci, ma dopo almeno un mese e mezzo, e forse più, avuto come riferimenti gli inizi di marzo. Se non ricordo male mandai a Messina il fascicolo con le II.TT. tra la fine dei Aprile ed i primi di Maggio del 1993, ma sul punto non so essere preciso. Agli inizi di Aprile si verificò un notissimo e stranissimo ( ancora ad anni di distanza) episodio. L'irruzione dei ROS nella Villa di Mario IMBESI e l'inseguimento con tanto di sparatoria alla macchina del figlio (di cui no ricordo il nome). Ricordo che fui avvisato del fatto nelle prime ore del pomeriggio e mi recai subito presso la Stazione di Terme Vigliatore. Sotto la barba un irriconoscibile Capitano ‘Ultimo' Di Caprio, che avevo conosciuto a Monza e che avevo incontrato anche a Milano all'epoca dell'uditorato, mi disse che il ROS aveva individuato nella villa di IMBESI il luogo dove si nascondeva Pietro AGLIERI. All'uscita di un'auto fuoristrada che non si era fermata all'alt, i militari del ROS si erano messi al suo inseguimento finendo la corsa sui binari della Ferrovia, quando l'auto del figlio di IMBESI si era rovesciata nel tentativo di sfuggire all'inseguimento. Cercai ovviamente di farmi dare più dettagli soprattutto in relazione alle modalità con cui avevano intimato l'alt; sulle possibilità di scambiare un ragazzo per AGLIERI - che mi risultava all'epoca avere una quarantina di anni - e sulla necessità di sparare numerosi colpi di pistola. Ovviamente Di Caprio contava molto sul fatto che ci conoscessimo personalmente ed in effetti io, per quanto le modalità mi sembravano poco ortodosse seppure in linea con il modo di agire dei ROS, no dubitai, sul momento, della bontà del racconto. Ma volevo saperne di più e chiesi al Capitano Di Caprio di mettermi in contatto con il colonnello MORI al più presto anche per capire meglio la vicenda. Non solo MORI non si fece mai sentire da me, ma ricordo che o Scibilia o qualcuno dei ROS mi fece chiaramente intendere che MORI aveva mandato a dire che non aveva la minima intenzione di parlare con me. Rubricai il fasciolo ‘A/R all'esplosione di colpi di arma da fuoco nei confronti di IMBESI (non ricordo il nome del figlio di Mario IMBESI). Solo dopo molti mesi chiesi l'archiviazione suscitando le ire di Mario IMBESI e, incredibilmente, le ire del ROS che, seppi molto dopo, non aveva affatto gradito che io, sia pure formalmente avessi aperto una indagine sull'accaduto, e avesse cercato di chiedere conto e ragione al col. MORI. Da allora i miei rapporti con il ROS si interruppero bruscamente. In realtà non mi ci volle molto a capire che il bersaglio dell'operazione era SANTAPAOLA. Pensavo alle intercettazioni contenute nel fasciolo ALFANO, ed allo sforzo che il ROS di Messina aveva messo, quasi dimenticandosi del vero oggetto della indagine, sulla localizzazione del latitante. Se non ricordo male SANTAPAOLA venne arrestato verso la metà di Maggio. Ed anche qui una circostanza quantomeno strana di cui nessuno mi ha mai voluto dare contezza se non per mezze frasi. Ricordo con assoluta precisione che nelle immagini che riprendevano l'uscita di SANTAPAOLA dalla Questura di Catania e trasmesse da tutti i telegiornali, vi era il personale del Commissariato di P.S. di Milazzo. So che il giorno dopo la cattura del boss catanese a Milazzo veniva ucciso un tale FERRO,. L'indagine sull'omicidio fu presa subito dalla D.D.A di Messina. Come ho detto con il Commissariato di Milazzo conducevo le indagini sull'AIAS ed i contatti in quei giorni erano intensi anche perché stavo scrivendo le richieste di misura cautelare. Nessuno, come era ben giusto che fosse, mi disse mai nulla e neppure dopo la cattura di SANTAPAOLA l'allora dr. SCAFFIDI o il personale di Milazzo mi diedero la ragione della loro presenza nei momenti dell'arresto di SANTAPAOLA. Verso la fine del mese di marzo si pentì PAOLO CRINO'. Passai alcuni giorni ( non molti invero ma comunque tolsero tempo al resto) per raccogliere le verbalizzazioni. Alla fine di Aprile si pentì Maurizio BONACETO. Se per CRINO' le premesse del suo pentimento furono date da un tentativo di omicidio in suo danno, per BONACETO le cose andarono diversamente. Era da qualche settimana che il Maresciallo ZINGALES ed l'app. CAMPAGNA mi parlavano della possibilità di convincere una persona barcellonese a pentirsi. Anche ALIBERTI mi confermò la circostanza. Quando si pentì CRINO' pensavo fosse quella la persona, ma mi fu subito detto che era un altro quello su cui i Carabinieri ‘lavoravano'. Da quello che potevo capire si trattava di un personaggio inserito nel mondo della droga ma che aveva o aveva avuto stretti legami con lacune persone della cosca. Dopo aver raccolto le dichiarazioni di CRINO' sia ZINGALES che CAMPAGNA mi dissero che la persona che stavano per convincere a collaborare poteva riferire anche sull'omicidio ALFANO. ALIBERTI prese un po' di tempo, preferendo essere sicuro sia del personaggio che della bontà delle sue dichiarazioni. Il 16 o il 17 Aprile, se non ricordo male, cominciai a raccogliere le dichiarazioni di BONACETO presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Messina. Io non volevo dare l'impressione a BONACETO che ciò a cui tenevo maggiormente era sentire le notizie di cui era in possesso sull'omicidio ALFANO. E cominciai a verbalizzarlo sul traffico di droga e sulla composizione della cosca Barcellonese. Al termine delle verbalizzazioni su quella parte, BONACETO fece la richiesta di essere trasferito altrove per poter rilasciare le dichiarazioni sulla Mafia Barcellonese e sull'omicidio ALFANO. Credo che gli ultimi verbali messinesi siano attorno al 25 o 26 Aprile. Ci vollero più giorni del previsto per sistemarlo a ROMA, dove io lo raggiunsi. Il verbale credo di ricordare sia quello del 12 Maggio del 1993. Lo sentimmo in Via Inselci, sede, tra l'altro dei ROS. Se non ricordo male io arrivai un paio di giorni prima della verbalizzazione e forse perdemmo un paio di giorni perché l'avvocato COLONNA non poteva venire, ma ormai la ‘missione' era stata fissata e i biglietti fatti. Ricordo comunque che vi fu un ritardo ed io dovevo anche rientrare in fretta a Barcellona perché, nel frattempo era stata depositata la CT sull'AIAS e dovevo assolutamente lavorarci per eventualmente chiedere le misure. E' noto il contenuto del verbale del 12 Maggio. BONACETO mi ‘dava' tutto quello che sembrava perfettamente collimare con le ipotesi di partenza: omicidio acconsentito o organizzato dalla Mafia Barcellonese per evitare che ALFANO continuasse la sua opera di ‘investigazione' sull'AIAS. MOSTACCIO, come urlavano Mimma ALFANO ed i ragazzi quella notte, era il mandante; GULLOTTI il mandante mediato; MERLINO l'esecutore. Al 12 Maggio avevo quello che mi serviva, quantomeno per richiedere l'emissione delle Ordinanze di Custodia Cautelare. Ma soprattutto avevo la conferma dell'ipotesi di partenza. Coincidenza strana. Ma la stranezza è ex post. Non certo allora. Cominciarono le trattative con la D.D.A. Avendo avuto le dichiarazioni di CRINO' e BONACETO, io già dal mese di luglio ero pronto per le richieste di misure cautelari quantomeno sotto l'aspetto del traffico di droga; ma ero altresì pronto già dall'estate per richiedere le misure per l'omicidio ALFANO. Vi furono lunghe riunioni presso la D.D.A per verificare la possibilità che l'omicidio ALFANO rientrasse nel più ampio processo scaturito dalle dichiarazioni di GALATI GIORDANO Orlando. Dopo trattative - che invero a me parevano un poco stucchevoli - si decise per tenere distinto il procedimento relativo all'omicidio e di far confluire le risultanze dell'indagine sulla droga nel ‘calderone' di Mare Nostrum.



Le perplessità che non andranno mai via

Se devo dire delle mie perplessità su tutta l'indagine, probabilmente non mi basterebbe un tomo. Che si sono sedimentate piano piano nel corso degli anni. Come un residuo calcareo che ora costringe al dolore ogni volta che penso a ciò che fu fatto. Prima considerazione: la solitudine. Immensa. Quasi inenarrabile. Conducevo l'indagine sull'omicidio tra la diffidenza, lo scetticismo, quasi il sarcasmo di molti. Colleghi compresi. Non ci fu nessuno, mai che credette seriamente alla cifra mafiosa dell'omicidio. Sembrava quasi che l'indagine fosse stata lasciata a me e a me solo perché mio doveva essere l'insuccesso. Forse soltanto Ufo COLONNA ha trattenuto la sensazione di quei mesi. La solitudine più totale. Giusto ALIBERTI ci credeva. Ed anche Colonna. E Mimma ALFANo ed i suoi ragazzi, ovviamente. Per il resto sembrava - ma già fin da quei gior i - che le indagini sull'omicidio ALFANO servissero ad altro. La cattura di SANTAPAOLA, la definizione dell'organigramma della Mafia Barcellonese; il traffico della armi. I ROS conducevano ed hanno condotto una indagine nell'indagine. Per carità; nulla in sé di particolarmente strano. Ma di certo io ero solo. E solo, rimasi anche per tutto il tempo del dibattimento. Anche la difesa tecnica di parte civile non fu così precisa, pungente, penetrante. Quell'indagine fu mia e solo mia non tanto o non solo perché la iniziai io, ma perché tale fu consentito ( o imposto) che rimanesse. Potevo e dovevo bruciarmi solo io con quella indagine. E così è stato. Una delle prime fortissime perplessità mi venne dalla relazione dell'autopsia e dalla testimonianza dei medici legali al dibattimento. Il colpo in bocca che ricevette ALFANO era un colpo deviato dalla mano in un tentativo di difesa. Ci può stare. Ma la forza e la precisione con cui i periti sottolinearono prima in perizia e quindi al dibattimento quel dettaglio mi lasciò sempre perplesso. Ricordiamo tutti che la circostanza che ALFANO era stato colpito alla bocca fu letto come ‘sigla' mafiosa dell'omicidio. Ebbene vi fu uno sforzo preciso dei periti per dimostrare che ciò non era vero. Se si riguardano le trascrizione del mio esame dei medici legali credo che emerga bene il mio tentativo di far rientrare almeno nel novero delle ‘possibilità' che il colpo fosse diretto in bocca. Niente da fare, Nessun dubbio. Fu un colpo deviato dalla mano in un tentativo di difesa. All'inizio fu BONACETO. Subito dopo GALATI ORLANDO. Paradossalmente, ricordo bene la circostanza, GALATI GIORDANO verbalizzò la sua versione sull'omicidio ALFANO (molto scarna invero) uno o due giorni prima del 12 maggio 93 quando BONACETO metteva a verbale le sue dichiarazioni. E anche qui: che SANTALCO ( inteso come padre) fosse indicato da ALFANO come una sorta di peste per Barcellona era assolutamente vero; ed era nota la sua avversione al senatore; e si era anche ventilata, all'indomani dell'omicidio, che una pista poteva essere l'interesse di ALFANO a scoprire le malefatte di SANTALCO al Comune di Barcellona P.G. Troppo tempestive quelle dichiarazioni che, guarda caso, riferiscono a GULLOTTI il progetto di uccidere ALFANO fino dall'annoi 1990 - se non ricordo male - per fare un favore a SANTALCO padre attraverso la richiesta fatta da SANTALCO figlio. Fino a tutto il maggio del 93 sull'omicidio ALFANO era calato un silenzio tombale. Dopo le dichiarazioni di BONACETO vi fu una teoria di pentiti che si accodarono: SPARACIO (onnipresente); SURACE; AVOLA; Santino Di MATTEO; CHIOFALO e poi BONTEMPO SCAVO Mario e forse ne dimentico qualcuno. Di quell'omicidio si parlò davvero così tanto e così a lungo in ambiti mafiosi? AVOLA: capitolo dolorosissimo. Ugo COLONNA mi ha sempre detto che nell'incontro del 1994 (o forse del 1995, ora non ricordo bene) AVOLA ‘non si fidava di me', perché non mi conosceva e preferì dirmi le notizie essenziali sull'omicidio. Solo dopo molto tempo AVOLA parlerà diffusamente rivelando anche l'identità di quella persona che accompagnò GULLOTTI a CATANIA quando egli andò a chiedere l'autorizzazione per l'omicidio. AVOLA, come è noto, non volle farmi il nome di quella persona che poi, successivamente - a quanto ho letto - identificò in Giovanni SINDONI. Di certo è una cosa. GULLOTTI viene arrestato a due passi dall'abitazione di ALFANO credo il 4 o il 6 febbraio del 1995; più tardi, molto più tardi, sapremo che in quell'abitazione lo stesso SALVO AURELIO che teneva in latitanza GULLOTTI, forse vi tenne anche SANTAPAOLA. E SALVO AURELIO fu intercettato a quei tempi e pende ora il processo a lui e ad ORIFICI per il favoreggiamentod ella latitanza di SNTAPAOLA. Certo la suggestione ( ma è solo suggestione?) è forte. Se davvero ALFANO, che era in caccia ( o forse sapeva già dov'era) SANTAPAOLA, quella sera vide qualcuno che usciva da quell'appartamento? Abbiamo sempre pensato, anche sulla scorta delle dichiarazioni di Mimma ALFANO, che ALFANO forse vide qualcuno all'angolo della P.za Trento. E se invece, quando imboccò la strada, quella sera, vide qualcuno uscire da quell'appartamento e girare per quell'angolo?. Ma se così fosse: GULLOTTI ne sarebbe fuori? O qualcuno aveva saputo che ALFANO era sulle tracce di SANTAPAOLA? E ne aveva già deciso l'eliminazione? Io e ALIBERTI sapevamo di quella idea di ALFANO. Su ALIBERTI metto io la mano sul fuoco. Per me non la metterà mai nessuno. Continuo a rimanere solo. Anzi. Ora non ho nemmeno più la famiglia ALFANO con me, convinti - in buonissima fede - come sono ora che io abbia in qualche modo depistato le indagini. Qualche innocente è stato condannato?