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2009 07 24 * Panorama * Gianluigi Nuzzi

CIANCIMINO FILES - “PANORAMA” SBIRCIA L’ARCHIVIO DELL’EX SINDACO DI PALERMO: LA TRATTATIVA SEGRETA TRA MAFIA E STATO (E PERCHÉ NON ANDÒ IN PORTO) - I CONTATTI CON MORI E DE DONNO, GLI INCONTRI CON PROVENZANO, PIZZINI, DATE, CIFRE. E NUOVI GUAI PER ANDREOTTI…

Il nascondiglio segreto di Bernardo Provenzano alle porte di Palermo. Gli appuntamenti di «zu Binnu» da latitante a piazza di Spagna. I lingotti d'oro che Totò Riina regalava ai politici più fidati. I nomi dei giudici ritenuti avvicinabili in Cassazione. I processi che si dovevano aggiustare. Poi, su tutto, il famigerato «papello» con le richieste che i corleonesi nell'estate delle stragi di Capaci e di via D'Amelio avanzano per chiudere la stagione del sangue. Pizzini, date, cifre, dossier & veleni...

L'archivio di Cosa nostra, custodito all'estero, ed esaminato in esclusiva da Panorama, sta per rientrare in Italia. Mostra la filigrana di molti misteri che hanno costellato il secolo scorso. Indica i dentelli della cerniera tra Stato e mafia. E vede come scrupoloso archivista il primo politico italiano a venire condannato da luogotenente delle cosche, Vito Ciancimino, sindaco negli anni del sacco di Palermo, morto nel 2002. Nuovo protagonista della vicenda è il figlio Massimo che, dopo avere fatto di queste carte il proprio salvacondotto, decide l'allungo e presto le consegnerà ai magistrati siciliani, facendole rientrare dal rifugio segreto.

Ottocento fogli: diversi rilevanti, alcuni clamorosi. Tanto da dover considerare questa documentazione come una sorta di archivio di Cosa nostra e non già quello di un politico coinvolto in storie di mafia.

Capaci, il covo e gli incontri con il capo dei capi. Ecco i quattro, cinque incontri che Bernardo Provenzano ebbe nel cuore di Roma e a Palermo dal 1999, come si evince dai numerosi bloc notes nei quali Vito Ciancimino appuntava ogni evento saliente fino a quando morì nel novembre 2002 a 78 anni. Ci sarebbe da chiedersi come sia stato possibile che il latitante più ricercato d'Italia passeggiasse liberamente sotto il Colosseo e nel capoluogo siciliano.

Uno di questi incontri coincide con la nascita della primogenita della figlia Luciana, quindi il 15 o 16 maggio 1992, pochi giorni prima della strage di Capaci avvenuta il 23 maggio dove persero la vita Giovanni Falcone e gli uomini della sua scorta. Provenzano e Ciancimino si incontrarono vicino alla clinica dove la figlia aveva partorito il 14 maggio e si confrontarono per pochi minuti.

Dalla documentazione consultata sembra che l'ex sindaco non fosse a conoscenza del progetto. Di certo Ciancimino incontrò Falcone sull'ultimo volo che il giudice fece per la capitale. «Sulla scaletta dell'aereo in partenza da Palermo lo accompagnarono diverse persone di cui riconobbi solo il dottor Giammanco e la "divisa" di un alto ufficiale dell'Arma dei carabinieri. A Roma dall'aereo con Falcone uscimmo quasi assieme, lui poco avanti a me, e notai che nessuna persona di scorta venne a prelevarlo. Non mi meravigliai più di tanto perché io a Roma avevo incontrato alcune volte Falcone da solo e una volta in penombra, era di sera, sempre solo, mentra stava andando a cenare al ristorante La carbonara a Campo de' Fiori. Non visto da lui, lo seguii e io, accompagnato da una donna, stavo andando a cenare in un ristorante in una piazza adiacente, mi pare piazza Farnese.

Ho considerato sempre che, se la mafia avesse voluto solo uccidere Falcone, non avrebbe potuto farlo a Roma? Perché fare quello "spettacolo"?». Una domanda che dopo la strage di Capaci Ciancimino avrebbe rivolto proprio a Provenzano in un incontro nella capitale. Per tutta risposta zu Binnu gli avrebbe risposto che la scelta delle autobomba «facevano parte della strategia».

I due, dagli appunti dell'archivio, sembra che cercassero di contenere, senza esito, la «follia» di Totò Riina dopo l'omicidio di Salvo Lima, proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia, avvenuto a marzo. Da altre carte emerge che Vito Ciancimino conosceva il nascondiglio utilizzato agli inizi degli anni Novanta proprio da Provenzano. Si tratterebbe di una casa modesta a due piani in una via alla periferia di una città siciliana (probabilmente Palermo o Monreale): via Cannolicchio 14.

L'indicazione è segnata a mano in diversi appunti contenuti nelle cartellette che raccolgono il cuore dell'archivio, ovvero la documentazione sulla trattativa tra Stato e mafia con l'ormai famoso papello delle richieste di Cosa nostra per interrompere la stagione delle stragi.

IL PAPELLO E L'ACCORDO. Qui non sono custodite solo carte ma anche nastri. Tre cassette da 180 minuti l'una che conterrebbero dialoghi a più voci. Da una parte Vito Ciancimino e il figlio Massimo che da mesi collabora con le procure siciliane. Dall'altra alti ufficiali dei carabinieri e anche dei magistrati per arrivare alla cattura di Riina e al passaggio del papello destinato ai politici con espressi riferimenti alla posizione processuale dell'ex sindaco di Palermo.

Da questi nastri potrebbe arrivare un contributo decisivo a chiarire uno dei passaggi più oscuri dei tormentati anni Novanta. Con appunti che si spingono ben oltre i tentennamenti di chi, a iniziare da Nicola Mancino, hanno sempre battuto la strada della prudenza nell'affrontare questa delicata vicenda. Invece la trattativa ci sarebbe stata. Con numerosi e nuovi protagonisti, come il boss Antonino Cinà. Insomma, in una sorta di memoria emerge come «ho aderito all'invito dei carabinieri (colonnello Mori e capitano De Donno) di collaborare con loro».

«Il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno varie volte, in incontri più o meno occasionali con mio figlio Massimo (suo conoscente e coetaneo), lo aveva sollecitato con gentilezza e cortesia a chiedermi di poter avere un abboccamento con me. Io, con altrettanta cortesia, ogni volta avevo rifiutato il colloquio. Però la successione di tre fatti clamorosi (l'assassinio dell'onorevole Lima, la strage in cui perì Falcone e poi Borsellino) mi ha indotto a cambiare idea».

Così i due si incontrano, poi De Donno introduce Mori e nel frattempo Ciancimino cerca un interlocutore fra chi conta nella criminalità. Tanto da ottenere dai suoi referenti «piena delega a trattare». «Chiamai i carabinieri i quali mi dissero di formulare questa proposta: consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie». Ma l'operazione traballa. Gli interlocutori di Ciancimino chiedono che prima i carabinieri «dovevano aggiustare le cose mie». Poi ci si sarebbe potuti sedere a un tavolo.

Però la strada è impraticabile perché siamo nell'inverno del 1992 e il processo d'appello per l'ex sindaco di Palermo è ormai alle porte. «In sostanza la mancanza d'interesse dell'interlocutore-ambasciatore per le proposte dei carabinieri e nel contempo la prospettiva di un impossibile aggiustamento mi portarono alla riflessione che un atteggiamento simile potevano tenerlo soltanto persone che fossero o pazze o con le spalle molto coperte».

«Proposi come ipotesi di collaborazione un mio inserimento nell'organizzazione a vantaggio dello Stato. Dissi al capitano De Donno che avrei chiesto il passaporto per vie normali... I carabinieri accolsero la mia proposta e mi sottoposero (su mia richiesta) mappe di alcune zone della città di Palermo nonché atti relaviti a utenze Amap».

LA CACCIA A RIINA È PARTITA. Non solo, Ciancimino senior si spendeva con interlocutori diversi, imboccava piste alternative. Provocando anche la «cazziata» di Pietro Grasso, «addetto alla procura generale antimafia (Vigna) ai pm di Palermo perché non era stato preventivamente informato dei rapporti tra me e i carabinieri». E poi come finì? «Questa collaborazione che si stava dimostrando foriera di buoni risultati è stata interrotta dall'arresto del 19 dicembre 1992. L'arresto è stato giustificato col pericolo di fuga perché avevo chiesto il passaporto alla questura di Roma, mentre come risulta dai verbali di interrogatorio del dott. Caselli il passaporto era stato chiesto alla questura con il pieno accordo dei carabinieri che hanno sottoscritto il verbale del procuratore».

ANDREOTTI. È un fascicolo sconcertante, da prendere con le pinze, tra gli ultimi esaminati, e che tira fuori vecchie storie già vagliate dai magistrati e non considerate rilevanti. Si intitola «Paradigma collaborazione», parla di finanziamenti da parte di importanti gruppi imprenditoriali laziali e di collusioni. È scritto di pugno da Vito Ciancimino.

Veleni? Saranno i magistrati della procura a valutarne l'attendibilità. Su un'altra delle annotazioni di Ciancimino i magistrati hanno già espresso una valutazione, assolvendo il senatore Andreotti da ogni addebito. L'ex sindaco di Palermo nei suoi appunti annotava: «Sulla scorta di quello che mi ha confidato Nino Salvo, ho detto che il mandante degli omicidi Dalla Chiesa, La Torre e forse Mattarella era Andreotti. Ho dimostrato che Nino Salvo era in rapporti di conoscenza concreta con Andreotti (nonostante le smentite di quest'ultimo)».

Da Moro a Ustica, ai pizzini di Provenzano. Non mancano carte e riferimenti ad altre controverse storie italiane. A iniziare dal sequestro e omicidio di Aldo Moro con alcune lettere fra Ciancimino e Salvo Lima. I due convengono sull'inopportunità di dare spazio ai fratelli Salvo che si proponevano come capaci di sbloccare la situazione. Invece nessuno doveva interferire. Altre missive riservate si riferiscono sia al caso Ustica, con l'allora ministro Attilio Ruffini che si lamenta degli insabbiamenti, sia sulla costruzione del Palazzo dei congressi. In quattro lettere Provenzano riesce a convincere Ciancimino a far vincere il gruppo Costanzo rispetto al gruppo Tosi vicino alle coop. E zu Binnu verrà accontentato.

Né potevano mancare i lingotti d'oro, due, che Totò Riina regala a Ciancimino per i suoi servigi. Ma l'ex sindaco, che già aveva mal gradito un lume d'argento, è scaramantico e si rivolge a un gioielliere per farli fondere. E fare sparire, come sempre, ogni prova.