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2009 09 06 * Lettera aperta al Reverendo Grand’Ufficiale Antonio Sciortino direttore della Famiglia Cristiana * Francesco Cossiga

Reverendo Direttore,

grande è stata la mia gioia nell'apprendere che Famiglia Cristiana mi avrebbe dedicato l'editoriale, ed ancora più grande la gioia è stata nell'altresì apprendere che questo editoriale sarebbe stato scritto direttamente da Lei, Grande non solo come Ufficiale dell'Ordine al Merito ( anche so non comprendo per quali mai meriti...) della Repubblica Italiana, ma Grande sopratutto come maestro di morale, diritto, teologia fondamentale, etica sociale, erede degnissimo di quel Don Zega che tanto attirò su di se e sulla Società di San Paolo l'attenzione, anche se propriamente non benevola, della Santa Sede per i suoi alti insegnamenti di etica sessuale e matrimoniale.

Talché, appresa la notizia, ho inviato immantinente persona di mia fiducia con un sacchetto si sovrane d'oro (vecchia ghinea dell'epoca della Regina Vittoria) ad acquistare la Sua grande rivista in una qualche edicola della Capitale prima che fosse esaurita, poiché nelle parrocchie del Distretto della Diocesi di Roma nel quale abito, la vendita di Famiglia Cristiana è stata interdetta parimenti a quella di Play Boy.

Ma ancora maggiore è stata la mia meraviglia nel leggere che Lei attribuisce a me l'idea che la Chiesa italiana, a cagione del regime concordatario che regola i suoi rapporti con lo Stato italiano, debba essere limitata nel suo diritto di proclamare alto e forte il suo insegnamento nelle materie morali o attinenti al diritto naturale, a me che ho difeso anche in Parlamento il diritto e il dovere degli stessi membri cattolici del Parlamento di opporsi in nome di questo insegnamento all'introduzione di istituti quale l'aborto, la fecondazione eterologa, il divorzio breve, i PACS e i DICO nei confronti dei quali non mi sembra che Famiglia Cristiana, il settimanale dei "cattolici adulti", abbia sempre tenuto un atteggiamento di disfavore.

E Lei, il prete in "giacca e cravatta-, Lei che se, ieri, fosse vissuto in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia o in Romania, e che se oggi vivesse in Cina, sarebbe stato o sarebbe membro attivo della varie "chiese patriottiche", da a me di nostalgico della "Chiesa del Silenzio"?

Non lo dico a Lei che o non comprende o non vuol comprendere, ma lo dico a chi leggerà queste mie righe: che io, da cittadino, cattolico e liberale, di uno Stato laico, affermo soltanto che fino a che vigerà il concordato un esponente della Chiesa italiana - specie se vescovo o come l'ineffabile Mons. Crociata ( detto ormai "Nomen Omen", e che non comprendo come mai sia stato fatto vescovo e ancor peggio, per la Chiesa italiana, segretario della Conferenza Episcopale!), in un regime concordatario, che assicura larghi diritti alla Chiesa italiana e che quindi stabilisce anche dei reciproci limiti, (talché la libertà di nomina dei vescovi in Italia da parte del Papa trova un limite nel possesso della cittadinanza italiana del nominando), non può pronunciare giudizi di condanna e praticamente insultare ripetutamente il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana.

E tra l'altro Monsignor "Nomen Omen" dovrebbe tenere a mente che è comunque affare della Segreteria di Stato di Sua Santità e non della Conferenza Episcopale né del suo Presidente né tanto meno suo, occuparsi di quanto abbia tratto con lo Stato italiano e con la politica del nostro Paese: l'ineffabile monsignore si limiti a incassare quanto trasmessogli dal Tesoro Italiano in forza delle disposizioni statali sul "8 per mille", a amministrare quella grande banca italiana che è l'Istituto per il Sostentamento del Clero, ed a ricordare che queste somme sono pur sempre "pecunia pubblica", e che neanche i suoi "amici degli amici" siculi potranno impedire che la Guardia di Finanza vada a dare un giorno un occhiatina a come lui amministra questi soldi nella sua diocesi.

Chiudo questa mia, pregandolo di una sola cosa: non si occupi più del buon Dino Boffo, uomo forse ingenuo ma certo immeritevole delle accuse rivoltegli, si astenga del difenderlo, perché potrebbe indurre qualcuno, non me, che giustamente lo giudica "innocente", a mutar giudizio a cagione della Sua difesa. Si tenga per se le Sue capacità dialettiche per il giorno nel quale dovrà difendere se stesso....

Con il rispetto e la stima che "salva sa chieriga", non le porto ed augurandole ogni bene, solo per seguire l'insegnamento evangelico, e lottando fortemente contro la tentazione di mandare Lei e Famiglia Cristiana a quel paese, mi firmo

Francesco Cossiga
Presidente Emerito della Repubblica


L'ARTICOLO DI ‘FAMIGLIA CRISTIANA': LA LOGICA DEL VANGELO NON AMMETTE RETICENZE

«È diritto della Chiesa dare il proprio giudizio morale anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Gaudium et spes, 76).

Nell'Italia d'oggi, molti sembrano rimpiangere la "Chiesa del silenzio". Sono coloro che ogni volta che vescovi, parroci o mass media cattolici fanno sentire la loro voce, parlano di "indebite ingerenze", minacciano ricatti e ritorsioni, brandendo l'otto per mille o il Concordato come cappio al collo di una Chiesa che si vorrebbe reticente o in ostaggio.

O, ancor peggio, lanciano pesanti intimidazioni (o avvertimenti), com'è avvenuto per Dino Boffo, direttore di Avvenire, cui va la nostra solidarietà per il "grave e disgustoso" attacco subìto per aver osato criticare scelte del Governo.

Se la Chiesa interviene per difendere la vita, minacciata da aborto, eutanasia, manipolazioni genetiche, o la famiglia fondata sul matrimonio, la "Chiesa del silenzio" viene invocata dai radicali e dalla sinistra. Se, al contrario, difende la dignità degli immigrati, allora è la Lega a volere il silenziatore.

Stupisce, da una parte e dall'altra, l'invito alla Chiesa e ai suoi rappresentanti a non occuparsi di ciò che succede nel Paese e badare solo a "ciò che le compete". Come se la difesa della dignità di ogni vita umana (dal bambino condannato a non nascere allo straniero inghiottito nel mare oltre che nell'indifferenza generale) non fosse di sua competenza.

«Le nostre società cosiddette civili, in realtà hanno sviluppato sentimenti di rifiuto dello straniero, originati non solo da una non conoscenza dell'altro, ma anche da un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha.

Purtroppo, i numeri continuano a crescere: secondo le ultime statistiche, dal 1988 a oggi il numero di potenziali migranti naufragati o vittime alle frontiere dell'Europa ha contato oltre 14.660 morti». Solo per averlo ricordato, il presidente del Pontificio consiglio per i migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, è finto nell'occhio del ciclone e delle polemiche.

Ma c'è anche chi (e siamo davvero all'assurdo), come un presidente emerito della Repubblica, giunge a ipotizzare un controllo «sulle dichiarazioni di responsabili della Curia, degli organi della Cei, dei vescovi italiani e degli organi di stampa della stessa Conferenza episcopale, delle singole diocesi o di istituti religiosi, quale ad esempio Famiglia Cristiana».

Il tutto in nome di quel Concordato che, nella versione aggiornata del 1984, all'articolo 2, per la verità dice ben altro: «È garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Che è poi quello che ribadisce il concilio Vaticano II: «Sempre e dovunque, e con vera libertà, è diritto della Chiesa predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Gaudium et spes, 76).

A chi sostiene che compito della Chiesa è la carità, quello dei governanti far rispettare le leggi, ricordiamo che dovere dei cristiani è denunciare come ingiuste le conseguenze di leggi che violano l'uguaglianza e i diritti fondamentali di ogni uomo. La logica del Vangelo non ammette silenzi. La reticenza può salvare equilibri politici, ma non tacitare la coscienza. Sì a compromessi realistici, ma non al prezzo della dignità.