Questo sito si avvale di cookie utili alle finalità illustrate nella Privacy Policy
Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

2010 01 11 * Il Giornale * Statuto farsa, Idv contro Di Pietro * Paolo Bracalini

Sul sito del partito un deputato contesta la gestione personalistica: "Troppo potere in mano a pochi". Che incassano i fondi pubblici

La domanda stavolta gliela pone non un nemico, ma un suo deputato, ritenuto per giunta fedele alla linea, e la cosa lascia perciò supporre che il famoso e sbandierato congresso Idv di febbraio (il primo nella storia del partito dipietrista) sarà una specie di resa dei conti tra le molte ali e alette dell’Idv, affinché i tanti nodi vengano finalmente al pettine.

La domanda, posta dall’onorevole Antonio Borghesi sul sito ufficiale dell’Idv, riguarda lo statuto, e di conseguenza anche l’uso dei fondi pubblici al partito, regolati per l’appunto da quel famigerato documento. Borghesi, deputato veronese di Di Pietro, ex leghista poi passato fugacemente alla Liga Veneta e quindi approdato al dipietrismo, rileva l’«evidente anomalia» che è sottesa all’ultima versione dello statuto Idv, modificato un anno fa in seguito alle inchieste sulle varie stranezze che riguardano la cassaforte del partito. Il punto è che, in base allo statuto, l’unico organismo titolato a modificarne il testo è solo l’Ufficio di presidenza del partito (art. 10), in altre parole solo il presidente Antonio Di Pietro e altri pochi fedelissimi, mentre nessuna voce in capitolo ha il partito vero e proprio, gli iscritti, neppure i due gruppi parlamentari.

La gestione ristretta dello statuto alimenta i sospetti (diventati anche materia di indagini giudiziarie) sull’uso dei finanziamenti pubblici al partito, ed è anche per questo che il fedele Borghesi pone una questione che sul sito di Tonino fa un effetto sorprendente (e che porterà come mozione anche al congresso tra meno di un mese): «Lo Statuto, che è il massimo strumento di regolazione dell’organizzazione di un partito, non può che essere modificato dal suo massimo organismo, che è l’Assemblea generale dei suoi soci, cioè il Congresso nazionale. È un’anomalia alla quale è difficile dare giustificazioni solide, poiché demandare tale funzione a un organo del partito, tra l’altro non elettivo, come l’Ufficio di presidenza, si presta a interventi dettati da motivi contingenti, mentre uno Statuto dovrebbe essere modificato per ragioni che trovano larga condivisione tra gli associati». In linguaggio felpato e prudente, il deputato tocca un tasto molto sensibile dentro il partito di Tonino. Perché nelle recenti modifiche statutarie a cui si fa riferimento, i motivi «contingenti» che hanno portato all’intervento sul documento hanno avuto sempre e solo una ragione: i soldi.

Ricapitolando brevemente: siccome il vecchio statuto dell’Idv metteva le finanze del partito in mano a tre sole persone e manteneva intatta l’ambiguità tra partito Idv e associazione Idv, si è arrivati a ottenere da Di Pietro la modifica dello statuto. Il problema è che il ristrettissimo gruppo di persone che, nell’Idv, può modificare lo statuto per rendere il partito più democratico, coincide sostanzialmente con lo stesso gruppo di persone che grazie alla «chiusura» del partito può godere di una posizione di privilegio e controllo assoluto sulle finanze. Quindi, le meno indicate per avere l’esclusiva sulle modifiche statutarie. L’inghippo, per cui nell’Idv il controllore coincide con il controllato (cioè l’unico che può risolvere le anomalie è la persona a cui l’anomalia fa capo), sta tutto in quell’articolo 10 dello statuto, adesso contestato dallo stesso partito. Dallo statuto dipendono l’organizzazione del movimento e le funzioni dei suoi organi direttivi, da questi ultimi dipende la gestione dei milioni del finanziamento pubblico, ma se qualcosa viene contestato nella gestione delle casse, gli unici che possono modificarne il funzionamento sono gli stessi contestati. Un circolo vizioso che non sta più bene nemmeno ai parlamentari di Tonino.

Anche perché il congresso che si terrà fra tre settimane a Roma sarà un test decisivo per Di Pietro. Il leader lo ha annunciato come l’evento della svolta, il passaggio dalla fase personalistica di un ex piccolo partito alla fase democratica di un partito da 7-8%. Di Pietro è sicuro della sua (ri)elezione a presidente, grazie a un meccanismo blindato. Ma c’è chi vorrebbe rovinare il plebiscito. Un candidato leader alternativo, con una propria mozione, sarà il movimentista Franco Barbato, deputato Idv. Poi ci sarà la mozione contro lo statuto ad personam. Ma chissà che non ci siano altre sorprese in agguato.