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1998 04 03 * Il Mondo * Un ex agente racconta i segreti del sistema Ukusa Echelon - Ho fatto la spia. Anche a Roma * Claudio Gatti

Creammo un centro d'ascolto nella nostra ambasciata in Italia, svela Michael Frost. era il 1983. "Ci interessavano notizie economiche, informazioni su terroristi, colloqui diplomatici "


"LA THATCHER CHIESE IL NOSTRO INTERVENTO PER CONTROLLARE
DUE MINISTRI CHE SOSPETTAVA TRAMASSERO CONTRO DI LEI"
"NON HO DUBBI CHE IL SISTEMA DI INTERCETTAZIONE SIA TUTTORA ATTIVO.
ANZI, È IN CONTINUA ESPANSIONE"

Non siamo più nell'era di James Bond. Oggi, per convenienza economica, politica e tecnologica, il grosso dello spionaggio viene condotto grazie ai satelliti e all'intercettazione delle telecomunicazioni", dice Michael Frost, ex funzionario del Canadian Security Establishment (Cse, in sigla), il servizio di spionaggio e controspionaggio elettronico canadese. In pensione dal 1990, Frost è un veterano di quella joint venture spionistica di cui il Mondo ha parlato per la prima volta in Italia due settimane fa. La joint venture si chiama Ukusa ed è stata costituita 50 anni fa da cinque Paesi - Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda - con un obbiettivo che è allo stesso tempo molto ben definito e di vastissima portata: lo spionaggio elettronico. Come spiegato da un rapporto della Direzione generale per la ricerca del Parlamento europeo, la risorsa principale di questo consorzio si chiama Echelon ed è una rete di satelliti - spia in grado di analizzare enormi quantità di messaggi intercettati praticamente in ogni Paese del mondo (vedere il box qui accanto). Esperto di intercettazioni prima per conto della Marina militare canadese e poi, a partire dal 1972, per il Cse, Frost (in alto, il suo tesserino di riconoscimento quando era in servizio) è stato protagonista di numerosissime operazioni di spionaggio radio - elettronico condotte dal servizio canadese in partecipazione o per conto del consorzio Ukusa. E in questa intervista a il Mondo ne parla per la prima volta con un giornale italiano rivelando tra l'altro, di aver personalmente avviato un'operazione di intercettazione dalla sede dell'ambasciata canadese a Roma.

Nel periodo di suo servizio nel Cse, quali erano i compiti assegnati al Canada dal consorzio Ukusa?
Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al 1977, il nostro ruolo è stato stato quello di tenere sotto controllo le comunicazioni sovietiche attorno all'Artico. In particolare ci occupavamo dell'intercettazione dei segnali ad alta frequenza usati da navi e aerei, civili e militari.

E come svolgevate quel ruolo?
Avevamo un certo numero di stazioni di intercettazione dislocate lungo tutto il nostro territorio nazionale, dal Pacifico all'Atlantico.

Operavate solo dal vostro territorio?
Per lo più. Ogni tanto mandavamo una nave in un qualche porto sovietico o scandinavo. I bersagli delle nostre intercettazioni erano soprattutto militari, ma ci interessava anche il traffico aereo e marino civile.

E le comunicazioni diplomatiche?
A Ottawa facevamo operazioni di sorveglianza e intercettazione contro ambasciate straniere, ma niente di speciale. Roba di ordinaria amministrazione.

Nel 1977 che cosa è cambiato?
Il capo della Nsa americana, l'agenzia di spionaggio elettronico Usa, l'ammiraglio Bobby Inman, ci fece capire che il nostro contributo al gruppo Ukusa non era sufficiente.

In concreto come ve lo fece capire?
Minacciandoci di toglierci l'accesso al traffico cosiddetto "crudo", cioè a quell'enorme mole di intercettazioni non filtrate che venivano quotidianamente raccolte dai satelliti americani e dalle stazioni di terra dei nostri partner.

Che cosa decideste di fare?
Fu Inman a decidere che era tempo che anche noi ci cimentassimo in attività di raccolta e intercettazione attraverso le nostre ambasciate all'estero.

Perchè dice "anche noi"?
Perchè americani e britannici lo facevano da tempo. E Inman voleva che dessimo una mano anche noi. Non avendolo mai fatto, eravamo tra l'altro insospettabili.

Come rispondeste alla richiesta di Inman?
Non avevamo scelta: non potevamo permetterci di esser tagliati fuori da Ukusa.

E allora?
Lanciammo un programma di "embassy collection" battezzato in codice Pilgrim, di cui io divenni uno dei protagonisti.

Qual era il suo compito?
Si divideva in tre fasi. La prima consisteva nel recarmi nella capitale straniera di nostro inte resse, informare l'ambasciatore delle nostre intenzioni e convincerlo a dare il suo beneplacito.

In che senso?
Noi avevamo bisogno di uno spazio nell'ambasciata a nostra esclusiva disposizione, dove poter installare le nostre macchine, e di una qualche copertura. Nessuno, neppure il personale diplomatico, doveva sapere che cosa andavamo a fare. E per questo serviva il consenso dell' ambasciatore.

E se l'ambasciatore non fosse stato disposto a darlo?
Sarei tornato a riferirlo ai miei superiori.

Sarebbe finita cosí?
Se la Nsa o i nostri partner di Ukusa avessero ritenuto assolutamente necessario procedere con l'operazione, l'intesa era che il ministero degli Esteri avrebbe richiamato l'ambasciatore non consenziente per tutta la durata della nostra missione. Oppure che lo avrebbe sostituito con un collega più malleabile. Veniamo alla seconda fase. Una volta ottenuto l'ok dell'ambasciatore si trattava di esplorare l'ambasciata alla ricerca dello spazio più adatto: doveva essere abbastanza grande per contenere tutte le apparecchiature necessarie - antenne e computer - ma dislocato in una parte separata dell'edificio. C'era poi bisogno di un buon sistema di areazione.

E la terza fase?
Consisteva nel perlustrare la zona dell'ambasciata, annotare l'ubicazione di ponti - radio, stazioni di "downlink" di trasmissioni satellitari, torri per microonde, paraboliche oppure sedi di organismi di nostro interesse. E con queste informazioni si individuavano i possibili bersagli.

Per esempio?
Se il ministero della Difesa del Paese ospite fosse stato a pochi isolati di distanza, sapevamo di poter intercettare le radiazioni emanate da lí. O se l'ambasciata si fosse trovata nell'orizzonte radio di una torre per microonde sapevamo di poterci inserire. Oppure potevamo accontentarci del traffico delle comunicazioni mobili: telefoni installati in automobili e cellulari.

Che cosa cercavate in particolare?
Nulla. Si trattava di gettare le reti e vedere che cosa si pescava.

Ma cosa interessava di più?
Prima di tutto le informazioni su attività terroristiche e poi l'intelligence economica e diplomatica.

Come filtravate il materiale intercettato?
Gli americani ci avevano dotato di uno speciale computer portatile, in codice si chiamava Oratory, attraverso il quale facevamo passare tutte le telefonate intercettate. Oratory ci segnalava poi le frasi o le conversazioni contenenti le parole - chiave da noi selezionate. Era un vero e proprio gioiellino, grande poco più di una scatola da scarpe... ma sto parlando di un decennio fa. Oggi immagino sia delle dimensioni di un pacchetto di sigarette.

Tra le sedi estere in cui decideste di operare ci fu anche Roma?
Sí, mi recai io a parlare con il nostro ambasciatore nell' aprile del 1983. E ottenne il nullaosta. Esattamente. Poi ispezionai l'ambasciata e perlustrai la zona andando in giro a guardare sui tetti dei palazzi circostanti. In tutto rimasi circa una settimana.

Che cosa concluse?
Che valeva la pena di montare un'operazione Pilgrim.

Quando fu avviata?
Roma non era certo Mosca o Bucarest, e il controspionaggio italiano non era temuto come quello d'Oltrecortina. Ma per inviare tutte le apparecchiature, trovare un ruolo di copertura per il personale da mandare e poi addestrarlo servirono dei mesi. Se ricordo bene diventammo operativi nell' autunno del 1983.

Con quali risultati?
Non ritengo appropriato svelare i risultati di quell' operazione.

Puó almeno dire se fu un'operazione produttiva?
Non voglio dire nulla che potrebbe danneggiare le relazioni italo - canadesi.

Che cosa cercavate in Italia?
Contavamo di trovare informazioni economiche o su gruppi terroristici o sulla criminalità. Ma non erano solo le comunicazioni italiane a interessarci.

Che cos'altro?
Le comunicazioni di altre ambasciate, per esempio. Il suo gruppo ha svolto una missione per conto dell'ex primo ministro britannico Margaret Thatcher. A chiederlo al mio capo fu il Gchq, il nostro corrispettivo britannico. Volevano che un nostro team andasse a Londra per una missione di intercettazione delle telefonate di due ministri. La Thatc her temeva che stessero tramando contro di lei.

Che cosa c'entravate voi canadesi?
Servivamo al Gchq per poter negare di avere a che fare con quest'operazione, nel caso fosse stata scoperta. È una precauzione tipica del mestiere.

Qual era esattamente la missione?
Il Gchg ci diede le frequenze dei telefoni installati nelle auto dei due ministri e ci chiese di piazzarci in ambasciata e registrare tutte le telefonate. Fu una missione di poco impegno: i ministri parlavano senza prendere alcuna precauzione... non so perchè ma quello di parlare liberamente al telefono dall'auto è tipico dei ministri in tutto il mondo.

I sospetti della Thatcher si dimostrarono poi fondati?
Non lo so perchè non partecipai di persona alla missione e nel nostro campo solo chi ha bisogno di essere informato viene informato. Quando esplose la controversia delle registrazioni delle telefonate del principe Carlo e di Lady Diana molti sospettarono i servizi inglesi.

Lei che cosa pensa?
La mia è pura speculazione, ma se il Gchq fosse stato coinvolto probabilmente si sarebbe servito di un partner di Ukusa. Per lo stesso motivo per cui ci chiesero di spiare i ministri della Thatcher: Per poter negare ogni responsabilità.

Lei è in pensione dal 1990, crede che il programma Pilgrim sia ancora attivo?
Senza ombra di dubbio. Anzi, è in continua espansione. Il trend mondiale verso le comunicazioni senza cavo rende questo tipo di spionaggio ancora più efficace e vantaggioso. E grazie alla crescente miniaturizzazione delle apparecchiature elettroniche è tutto molto più comodo.

Quale crede sia oggi la percentuale delle telecomunicazioni internazionali intercettabili?
Il 99, 99 % . Ed è in aumento.

Come fa a esserne cosí convinto?
Le cito solo un episodio: prima di andare in pensione ricordo che si discusse di montare un'operazione dall'ambasciata di Tokyo ma che si decise di rinunciare per problemi tecnici. Adesso mi risulta che l'operazione è in pieno svolgimento. Il che vuol dire che sono stati risolti tutti i problemi... ma non si deve pensare che a fare queste cose siano solo i Paesi di Ukusa. Lo fanno tutti coloro che ne hanno le capacità tecnologiche.