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2002 07 20 * Il Foglio - Mafia e 41bis / Carcere duro per i boss? Ma è proprio di fronte all’efferatezza che si misura la forza di uno Stato, di Maurizio Turco e Sergio D'Elia*

Signor direttore Se tutti i processi con il sistema delle videoconferenze si fossero svolti con le stesse modalità tecniche di comunicazione e possibilità di ascolto e comprensione con cui alcuni giorni fa si è svolta l’udienza nella quale Leoluca Bagarella ha fatto il suo cosiddetto "proclama", la conclusione che dovremmo trarre è che con le videoconferenze in questi anni non è stata assicurata agli imputati di mafia una effettiva possibilità di difendersi. 

Nessuno ha potuto ascoltare cosa ha detto realmente Bagarella eppure - forse, grazie a questo - si è potuta aprire la fiera delle interpretazioni "autentiche": messaggio in codice, ricatto politico, annuncio di guerre di mafia.

Avendo nel giro "cella a cella" sentito uno a uno - quindi anche Totò Riina e Leoluca Bagarella – tutti i detenuti nelle sezioni dei 41 bis, la verità del loro "messaggio" ci è apparsa molto più banale di quel che si è voluto far apparire. 

Sia Riina, che non ha partecipato a nessuno sciopero del vitto, sia Bagarella, che si è accodato all’iniziativa partita da altre carceri, sia altri detenuti, hanno denunciato quella che hanno definito la strumentalizzazione in atto dei nomi di Riina e Bagarella volta a delegittimare una istanza di umanizzazione del carcere duro avanzata anche da centinaia di detenuti che capi mafiosi non sono o che per mafia, in molti casi, non sono neanche imputati o condannati. 

"Se volete stabilizzare il 41 bis, fatelo, ma non usate l’alibi della contrarietà di capi delegittimati agli occhi dell’opinione pubblica per legittimare quel che di costituzionalmente illegittimo andrete a fare". 
Questo è il nucleo "politico" del loro ragionamento e le parole di Riina ("non voglio essere il parafulmine dell’Italia") e quelle di Bagarella ("non vogliamo essere usati come merce di scambio dalle varie forze politiche"), a questo si riferiscono. 

Invece, i professionisti dell’interpretazione antimafiosa arrivano alla raffinata conclusione: "I capi mafiosi non vogliono il 41 bis? Ebbene, è esattamente questo che allora noi dobbiamo
volere". Non ci sembra un paese né normale né civile quello che nel modo di condurre la lotta alla mafia si fa dettare legge dalla mafia stessa. 

La mafia si combatte non con la "terribilità" ma col Diritto, diceva Leonardo Sciascia.
Nel regime del 41 bis, la regola sembra essere invece "a brigante, brigante e mezzo".
Tu hai sequestrato uno e lo hai sepolto in una buca o in un pilone di cemento armato, allora come minimo io ti faccio fare un’ora d’aria in una gabbia di cemento armato di tre metri per cinque chiusa in cima da una rete a maglie strette. Hai sciolto un bambino nell’acido? Quantomeno ti devi aspettare di fare solo dieci minuti al mese di colloquio senza vetro divisorio con tuo figlio minore di dodici anni e, dopo i dodici anni, in una sorta d’acquario col vetro blindato fino al soffitto, telecamera e citofono per parlare. 

In alternativa al colloquio, puoi telefonare, non a casa o in una caserma dei carabinieri del tuo paese, ma in una sala apposita nel carcere più vicino dove i tuoi parenti si devono recare.

Chi siamo noi 

E’ incredibile come tutti siano allineati e coperti sulla necessità di mantenere questo regime di 41 bis e come nessuno veda nell’applicazione di condizioni di pena così inumane e degradanti un rischio di morte e un degrado, innanzitutto, del nostro stato di diritto e del nostro senso di umanità. E chi parla di stato di diritto, di Costituzione, di rispetto dei diritti umani anche nei confronti dei capi mafiosi, viene considerato un garantista ingenuo se non un utile idiota.

Qui in discussione non è chi sono, cosa hanno fatto o cosa potranno fare questi detenuti, in discussione è chi siamo noi - noi Stato, noi società civile - , cosa facciamo e cosa rischiamo di divenire se non riconosciamo al peggiore degli assassini quei diritti umani fondamentali che lui ha negato alle sue vittime. E’ proprio di fronte a casi estremi di emergenza ed efferatezza che si misura la forza di uno Stato, e la forza sta innanzitutto nel diritto, nel limite cioè che stabiliamo di porre (e che serve) a noi stessi, al nostro sacrosanto senso di giustizia, di rivalsa, di legittima difesa. Porre l’aggressore in condizione di non nuocere, di non minacciare più la nostra vita, la nostra sicurezza, è obiettivo prioritario anche nostro.

Ma dopo aver visitato un terzo delle sezioni del 41 bis e riscontrato alcune storie di detenuti lì rinchiusi, ci chiediamo se lo Stato italiano stia realizzando questo obiettivo o non stia invece vendicandosi di fatti orribili, con ciò arrecando un danno inutile a se stesso e andando verso una deriva pericolosa della propria civiltà.

* Maurizio Turco, presidente dei deputati radicali al Parlamento europeo, Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino, membri della direzione di Radicali italiani