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2007 06 22 * La Repubblica * La disperazione di Coppola In cella mi sto spegnendo * Giovanna Vitale

ROMA - «Non ce la faccio più Silvia, qualunque cosa accada occupati dei bambini, mi raccomando, gli resti solo tu, io non voglio più lottare». Un filo di voce, occhi fissi nel vuoto, Danilo Coppola parla con la moglie nella saletta colloqui di Rebibbia ma sembra non vederla, 18 chili persi in poco più di tre mesi e una spossatezza fisica che ha ormai corroso l' anima. Neppure l' ennesima iscrizione sul registro degli indagati, stavolta per la scalata alla Bnl tentata con la banda dei furbetti, lo impressiona più. Silvia Necci si morde le labbra per non piangere: «Stai tranquillo, vedrai che finirà presto, sii forte, tieni duro, pensa ai momenti belli, ai nostri figli». L' immobiliarista romano, in prigione dal primo marzo con l' accusa di bancarotta e associazione a delinquere, guardato a vista 24 ore su 24, strascica le parole: «Sì, ci penso, ma a me manca l' aria. Tu non ti rendi conto cosa significa stare chiuso in una cella. Ho il viso intorpidito, non mi sento più la lingua. A volte, quando mi prendono gli attacchi di panico, con il cuore che batte a mille e la testa che mi scoppia, vorrei morire. Perché? Perché si sono accaniti in questo modo con me? Io sono qui, a disposizione dei giudici, pronto a rispondere a tutti, su tutto, e allora perché non mi chiamano? Diglielo tu, Silvia, che non posso continuare così». La moglie gli stringe le mani, cercando di dimenticare i ricoveri subìti dal marito, il tentativo di suicidio, l' ultima tac che ha rivelato un principio di ictus. Ma soprattutto la perizia medica stilata ad aprile dal consulente del gip, che negava l' incompatibilità fra il suo "stato psicopatologico" e il carcere. «Vedrai che adesso le cose cambieranno», sussurra lei, «tante persone ti vogliono bene e ti sostengono, tua madre ha organizzato pure una fiaccolata qui fuori, ci faremo sentire». Coppola non ha la forza di reagire. «Fate voi», dice, «io sono ogni giorno più debole, mi sto spegnendo...». Un grido di aiuto lanciato anche all' onorevole radicale Maurizio Turco, che dopo averlo visitato nel reparto di osservazione psichiatrica del penitenziario romano ha presentato un' interrogazione al ministro Mastella per sapere come mai sia ancora lì nonostante le sue precarie condizioni di salute. Venti minuti di colloquio durante i quali l' imprenditore ha raccontato il suo calvario: «Soffro di claustrofobia da quando ho fatto un incidente che mi è costato 140 punti. Qui dentro i miei disturbi si sono acuiti, fatico persino a trattenere il cibo, ogni volta che mangio vomito. Prendo antidepressivi ma non bastano. Mi accusano di aver rifiutato il ricovero in ospedale perché volevo andare in clinica, ma è falso: se l' ho fatto è solo perché ho bisogno dell' ora d' aria, di chiamare casa, di vedere la mia famiglia. Nel settore detenuti del Pertini non avrei potuto». È la figlia il suo pensiero fisso: «È venuta a trovarmi mentre ero ricoverato ed è rimasta scioccata. Almeno a Rebibbia c' è l' area verde dove poterle parlare senza sbarre alle finestre». Conferma la moglie di Coppola: «Anche stanotte la bimba s' è svegliata in lacrime: "Ho fatto un brutto sogno, c' era papà" ha urlato. Ha solo tre anni e mezzo, non è riuscita a dire altro. Noi le ripetiamo che Danilo s' è fatto male a una gamba ed è in ospedale, ma lei protesta: "L' ho visto, papà sta chiuso!". È disperata». Coppola sa tutto, Silvia glielo ha raccontato. «Non fatela più venire, non voglio che mi veda così», è stato l' ultimo desiderio sussurrato alla moglie prima di salutarla.