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2009 11 20 * Il Foglio * Le due magistrature Il caso Cosentino e l'esempio di Turco richiamano alle giuste garanzie

Più che il caso in sé, nella vicenda giudiziaria del sottosegretario Cosentino interessa osservare la reazione generale del ceto politico. La frenesia colpevolista di alcuni finiani oltrepassa il confine del buon senso, che in ogni caso sconsiglia a Cosentino d'insistere per candidarsi alla guida della Campania, mentre l'indifferenza e il silenzio prevalgono sul ragionamento. Si distinguono invece il radicale Maurizio Turco e pochi altri interpreti di una cultura solidamente garantista, attenta all'esame delle carte giudiziarie e all'autorappresentazione della classe politica, che è l'idea di sé, delle proprie prerogative e dei propri diritti/doveri. Fra questi ultimi c'è o dovrebbe esserci la facoltà preventiva di controllo, protezione e disciplina verso l'esercizio delle proprie funzioni. Ciò che oggi è soltanto parzialmente garantito dal Tribunale dei ministri e dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere. Ma può bastare? In un regime costituzionale di separazione dei poteri, com'è quello vigente in Italia, alla magistratura è consentito amministrare la giustizia interna perimetrandone i confini e consegnandone la rigida custodia al Csm. Alla nomenclatura politica, fino alla stagione perigliosa di Mani pulite, veniva offerta in contraccambio la possibilità di un salvacondotto immunitario (l'articolo 68) sancito dalla Carta dei padri fondatori con l'obiettivo di mantenere in equilibrio l'assetto istituzionale. Sottotraccia, in tali requisiti, si poteva individuare l'idea che due magistrature parallele e potenzialmente confliggenti, i giudici e i parlamentari o i governanti, dovessero essere messe in condizione di non ostacolarsi a vicenda in corso d'opera: al Parlamento la facoltà di riformare il sistema giudiziario, ma entro la cornice costituzionale e senza il diritto di giudicare i giudici; alle procure la facoltà inquirente e giudicante anche nei confronti dei politici, ma entro la cornice di una forte limitazione nella pratica restrittiva della libertà. Rotto l'equilibrio, impazzite le magistrature.