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2012 01 19 * L’Espresso * Casta a 5 stellette * Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli

I generali che lasciano il servizio prendono 600 euro extra al mese. Solo per l’eventualità di essere richiamati. E il privilegio del comando. Che resiste.

Abituati a mimetizzare tutto, sono riusciti a far passare inosservato anche il loro privilegio di casta. Perché i generali hanno una pensione a cinque stellette con il cadeau di un'indennità molto speciale che vale dai 600 euro al mese in su: un residuato bellico, risalente ai tempi della Guerra fredda quando bisognava essere pronti a fermare l'invasione sovietica mobilitando in fretta intere armate.

Così gli alti ufficiali passano dal servizio attivo a una riserva specialissima, dalla quale per cinque anni possono essere richiamati in difesa della patria. Si chiama “ausiliaria”: il fronte orientale si è dissolto con il crollo del muro di Berlino ma questo extra per gli ex comandanti continua a crescere. Lo schieramento di beneficiati si allarga senza sosta grazie a un altro trampolino di cui godono solo le forze armate: la promozione last minute nell'ultimo giorno di servizio. Così i colonnelli mettono un altro gallone e diventano quelli che radio fante chiama “generali di cartone” giusto in tempo per incassare la pensione rinforzata dall'ausiliaria.

Tra generali d'acciaio e di cartone, lo stanziamento sotto la voce “ausiliaria” nel bilancio della Difesa è passato dai 230 milioni di euro del 2008 ai 326 del 2011. Il prossimo anno si rischia il record: 356 milioni. Più stellette entrano in questa galassia del privilegio, più costa alla collettività. I dati Inpdap indicano che quest'anno tra Esercito, Marina ed Aeronautica ci andranno 35 ufficiali e 595 marescialli, rispetto ai 33 e 550 del 2011 mentre nel 2014 si arriverà a 38 e 650.

In realtà, la somma dichiarata nei bilanci serve solo a giustificare una partita di giro con l'Inpdap sulla previdenza dei comandanti in ausiliaria che include sia la spesa per pensione vera e propria che l'indennità speciale. Ma se per i marescialli il ritocchino dell'ausiliaria significa solo un pugno di euro, salendo ai vertici la questione si fa più ghiotta. Facciamo l'esempio concreto di un “generale last minute”.

Il colonnello - diventato generale in ausiliaria - si congeda con 40 anni di servizio effettivo e va in pensione con il sistema contributivo. Il suo ultimo stipendio, al netto degli straordinari, era di 3.120 euro. Per cinque anni entra in “ausiliaria” e riceve 595 euro di indennità (si tratta del minimo). Lievitando così a 3.715.

E anche quando il nostro novello generale approderà alla “riserva”, cioè alla pensione vera e propria, manterrà a vita il 70 per cento di quell'indennità (cioè 416 euro). Un sogno proibito per tutti gli altri cittadini nella stagione dei tagli. “È un privilegio antico ma pervicace che non esiste in nessun altro ramo della pubblica amministrazione, neanche per la polizia”, denuncia Luca Comellini, segretario del Partito per i diritti dei militari: “È dal 2009 che insieme ai parlamentari radicali presentiamo emendamenti per eliminarla, ma tutti gli schieramenti politici hanno sempre preferito ignorarle. Finora, anche il governo Monti è su questa strada”.

Se in ausiliaria ci vanno quasi tutti, i richiami in servizio - come confermano dallo Stato maggiore - sono solo per pochi. Cioè rari e limitati a brevi periodi di tempo. Di solito, è il singolo generale o il singolo colonnello a essere contattato per formare le commissioni d'esame per concorsi interni degli ufficiali. Oppure ancora ex carabinieri e finanzieri quando c'è un'emergenza o una calamità naturale, come successo in occasione dell'invasione dei rifiuti a Napoli.

Richiamare in servizio un alto grado non è affatto un'impresa a “costo zero”: lo spiega Fabio Mini, generale dell'Esercito, ex capo di stato maggiore del fronte Sud della Nato. “Di solito i generali richiamati, e cioè spesso gli stessi che generali lo erano stati solo un giorno in vita loro, poi pretendono anche tutti i benefit che gli spettano dal grado, come la macchina con l'autista, il telefonino, a volte pure l'alloggio, le spese di diaria e gli straordinari”.

Ma Mini non si ferma qui, e individua un'altra stortura dell'ausiliaria: “Gli ufficiali richiamati, in teoria non dovrebbero occupare posti che potrebbero benissimo essere ricoperti da colleghi più giovani con la dovuta preparazione. Invece spesso si trattengono generali di cui si potrebbe fare a meno, in pieno spirito clientelare, sottraendo posti a chi è già in servizio”.

A chiedersi quanto siano utili i “doppioni” di lusso è anche la pattuglia dei deputati radicali, capitanata da Maurizio Turco che con un'interrogazione parlamentare hanno tirato fuori il caso del generale Nicola Raggetti, presidente del Cocer dei carabinieri (il “sindacato” dell'Arma). Raggetti è stato richiamato dall'ottobre 2010, presumibilmente per non lasciare sguarnito il vertice dei celebri Ris, di cui è stato a capo fino allo scorso settembre. Ma adesso - e questa è la domanda che si fanno i radicali - perché continuare a tenerlo in servizio “con conseguente aggravio di spese per la Difesa”?

Infine c'è anche chi, pur legittimamente, a privilegio somma privilegio. È il caso del generale Mauro Del Vecchio che, come lui stesso conferma, si trova attualmente in ausiliaria, ma contemporaneamente percepisce lo stipendio parlamentare da senatore del Pd.



PER FORTUNA ARRIVANO I NOSTRI 
In alcuni casi, richiamare in servizio un alto ufficiale può avere la sua utilità. “Un generale che ha avuto la responsabilità di coordinare cento, duecento, cinquecentomila persone, può affrontare problemi che di militare non hanno niente”: parola di Roberto Jucci, ex comandante generale dei carabinieri, famoso per essere stato commissario all'emergenza idrica in Sicilia, e poi alla bonifica del bacino del fiume Sarno in Campania.

Aree geografiche dove esistono problemi ambientali particolari: la presenza di mafia e camorra, colluse con la pubblica amministrazione e capaci di intimidire i funzionari esterni. Situazioni in cui l'arrivo di un militare - e in particolare di un ex carabiniere - oltre all'esperienza organizzativa testimonia anche la volontà di stroncare le infiltrazioni. Jucci spiega di avere svolto la sua attività “a costo zero per il Paese”.

E racconta: “In Sicilia sembrava che l'acqua non ci fosse. Andai un po' a vedere, e in realtà ce n'era in abbondanza. Solo che c'erano condotte che perdevano da tutte le parti”. L'altra emergenza affrontata dal generale si chiama Sarno, un fiume che scorre in un territorio di grave dissesto idrogeologico come dimostrò la frana che ha investito il paese omonimo.

Anche lì l'ex numero uno dell'Arma si è mosso con rigore e concretezza: “Abbiamo realizzato 700 chilometri di reti fognarie attraversando quei paesini della Campania dove per andarci ci vuole tanta buona volontà”, ricorda il generale. Ancora una volta, a costi contenuti, e lavorando senza farsi pagare: “Per completare la bonifica del Sarno ho speso seicento milioni di euro, cioè appena il 5 per cento in più della somma prevista nei bandi di gara e dei contratti fatti dieci anni fa. E quando me ne sono andato via, ho lasciato in Banca d'Italia circa 160 milioni di euro”.

Di richiami utili ne ricorda anche il generale Fabio Mini: “Basti pensare all'emergenza rifiuti a Napoli, occasione in cui sono stati fatti tornare in servizio ufficiali per gestire il Commissariato rifiuti, soprattutto per quanto riguarda la parte contabile, e quella logistica del movimento degli automezzi”.