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2008 03 13 * Panorama * Caso Moro: le carte segrete * Giovanni Fasanella, Mario Sechi

“C’è un tesoro lì dentro. Un tesoro che non abbiamo mai potuto utilizzare perché coperto dal segreto. Ma oggi, a trent’anni dall’assassinio di Aldo Moro, il segreto su quelle carte deve cadere». Giovanni Pellegrino sa di che cosa parla. Perché, quando presiedeva la commissione Stragi, quelle carte le vide e le custodì per tre anni in un armadio chiuso con tripla mandata.

Le aveva ricevute da un ministro dell’Interno che rispondeva al nome di Giorgio Napolitano, con l’avvertenza che si trattava di materiale «non portato a conoscenza dell’autorità giudiziaria», di «atti di elevata classifica», perciò da «considerarsi di vietata divulgazione». Quelle carte sono ancora lì, in quell’armadio blindato, in attesa di essere declassificate e consegnate all’opinione pubblica.

L’operazione verità potrebbe scattare già a primavera, stando alla legge del 2007 che abolisce l’eternità del segreto di stato, fissandone la durata in 15 anni prorogabili per altri 15. Sempre che il governo in carica faccia propria l’interpretazione del Comitato parlamentare di controllo sull’attività dei servizi, secondo la quale l’inizio della copertura andrebbe calcolato non dalla data di approvazione della nuova legge, ma da quella in cui venne apposto sui documenti il timbro di «segreto». Può così accadere, per un gioco del destino, che il trentennale del caso Moro coincida con l’apertura di molti archivi. E che si possa finalmente fare piazza pulita di vulgate ormai consolidate, siano esse ipercomplottiste o negazioniste e minimaliste.

Una cosa comunque è certa: sul caso Moro c’è ancora molto da sapere e da capire. Almeno a giudicare dalla mole imponente e dall’importanza del materiale dei servizi coperto dal segreto, di cui Panorama possiede un dettagliato, sia pure parziale elenco.

Si tratta innanzitutto di «27 faldoni relativi al caso Moro, che coprono il periodo dal 2 febbraio 1978 a oggi» scrive Napolitano nella lettera inviata a Pellegrino nell’agosto 1998. E già quella data, 2 febbraio 1978, dovrebbe far sobbalzare: è la conferma, per la prima volta in forma ufficiale e da fonte autorevole, di un’attività dell’intelligence italiana addirittura un mese e mezzo prima del sequestro Moro, avvenuto il 16 marzo 1978.

Poi ci sono altri «60 faldoni che, pur non riferendosi direttamente al “caso Moro”, possono tuttavia contenere atti di interesse (si tratta di: 22 faldoni riferiti a “Brigate rosse”, 9 ad attentati, risoluzioni e sequestri di carteggio nei “covi” delle stesse, 22 ad “Autonomia operaia”, 7 a “Unione comunisti combattenti” e “Partito comunista combattente”)».

Ma non è tutto. Perché a questo materiale, che era custodito negli archivi della «Segreteria speciale» del ministero dell’Interno, c’è da aggiungere quello del Sisde. Il servizio segreto civile, scrive infatti Napolitano, «interessato dai miei uffici, ha comunicato il 3 luglio u.s. che, a quella data, erano stati rinvenuti 24 faldoni inerenti il rapimento e l’uccisione dell’on. Moro, 21 fascicoli intestati comunque allo statista, 20 riferiti direttamente o indirettamente al “caso Moro”, 185 con riferimenti alla vicenda e 135 intestati a “Brigate rosse” e “Autonomia operaia”».

Il valore dei dossier inviati a Pellegrino lo si desume anche dalle ultime righe della lettera, dove Napolitano ricorda che «i documenti con la classifica “Riservato” sono da considerarsi di vietata divulgazione e soggetti ai vincoli di cui all’art. 262 c.p.». Cioè quell’articolo del Codice penale che punisce con almeno 3 anni di carcere la rivelazione di notizie coperte dal segreto di stato.

Fra quelle carte, insieme con documenti di carattere burocratico (per esempio, ritagli di articoli di giornale e interrogazioni parlamentari), ci sono moltissimi fascicoli coperti dal segreto. Materiale di enorme interesse che potrebbe aiutare a chiarire aspetti sia del contesto interno che di quello internazionale del sequestro Moro. Ci sono appunti dei servizi italiani come pure documenti provenienti da servizi stranieri. Informative sulle indagini condotte, notizie raccolte da «gole profonde», trascrizioni di telefonate e trasmissioni radio intercettate...

Diversi fascicoli raccolgono la documentazione sui piani Mike e Victor, predisposti dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga durante i 55 giorni del sequestro, per fronteggiare ogni evenienza: Mike nel caso in cui Moro fosse stato assassinato; Viktor se fosse stato liberato. In altre cartelle c’è materiale sul covo brigatista di via Gradoli, base romana di Mario Moretti e snodo di relazioni che portano da un lato a società immobiliari di copertura dei servizi italiani, dall’altro a possibili sedi brigatiste nel ghetto ebraico.

Una cartella contiene parecchie note su due personaggi collegati al sequestro: Antonio Nirta, l’esponente della ’ndrangheta calabrese che, secondo alcuni, era in via Fani la mattina del 16 marzo; e Germano Maccari, il brigatista che, 55 giorni dopo, avrebbe ucciso Moro. Poi c’è un elaborato di 106 pagine della presidenza del Consiglio dei ministri, una sorta di summa delle informazioni in possesso dei servizi italiani.

Un’altrettanto dettagliata relazione è dedicata all’«archivio privato» di Moro. Ci sono documenti sul lago della Duchessa, il luogo dove un falso comunicato delle Br annunciava il ritrovamento del cadavere di Moro. Informative sui possibili luoghi di detenzione del prigioniero. Appunti sull’omicidio di Mino Pecorelli, «con riferimento alle bobine che avrebbero contenuto la registrazione dell’on. Moro durante il suo sequestro». Un brogliaccio con un elenco di comunicazioni telefoniche «in arrivo dalle ore 7.20 del 17.3.1978 alle ore 17.30 del 5.5.1978 composto da n. 7 pagine scritte a penna». Carte sulla latitanza in Nicaragua di Alessio Casimirri, il brigatista della colonna romana figlio di un funzionario della sala stampa vaticana e sospettato di rapporti con servizi stranieri.

Molti documenti provenienti dal Sismi riguardano proprio il contesto internazionale. A cominciare dai collegamenti all’estero delle Br: con la Raf tedesca, con organizzazioni terroristiche turche, giapponesi e palestinesi; con ambienti parigini, greci e olandesi. Ci sono informazioni trasmesse dal Mossad israeliano, dal Bnd tedesco federale, dai servizi libanesi e austriaci.

E documenti provenienti da sedi diplomatiche italiane, in particolare a Vienna e in America Latina, con informazioni su telefonate, contatti, rifornimento di armi, rapporti delle Br con servizi dell’Est comunista e persino su covi brigatisti italiani dove poteva trovarsi Moro. La sensibilità del Sismi verso il contesto internazionale è documentata anche da una serie di informative sulle reazioni nelle varie capitali straniere alle mosse compiute dai brigatisti durante i 55 giorni del sequestro.

Brigate rosse, Autonomia, Parigi, Est europeo, Medio Oriente, America Latina: un intreccio strettissimo fra tutte queste realtà, durante il sequestro Moro è quanto meno ipotizzabile, a giudicare dall’intensa attività dell’intelligence italiana e dai suoi contatti con molti servizi stranieri.

Alla luce di questo elenco si spiega l’invito a cercare «le altre intelligenze del caso Moro» che Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica, rivolse nel maggio 1998 al Parlamento riunito in seduta congiunta, in occasione del ventennale.

«Non perdemmo tempo» racconta Pellegrino. «Inviammo subito lettere alle varie amministrazioni dello Stato con la richiesta di un inventario di tutti i documenti che non erano mai stati consegnati alla magistratura». Napolitano accolse la richiesta e inviò i faldoni alla commissione Stragi. Che però non riuscì a utilizzarli.

Un po’ perché moltissimi di quei documenti erano protetti da un elevato grado di segretezza. E un po’ perché, nel frattempo, seguendo il filo del memoriale di Moro e delle altre carte relative al suo interrogatorio nella prigione brigatista, l’investigazione di Pellegrino aveva imboccato una pista molto promettente, che portava al covo milanese di via Monte Nevoso.

La commissione, però, non riuscì a concludere i suoi lavori perché troppe erano le divisioni politiche. E prima di essere sciolta, il presidente fece in tempo ad approvare un ordine del giorno per la costituzione di un «ufficio stralcio» che studiasse il modo per desecretare tutti i documenti classificati. Invece non si arrivò a nulla. Così oggi quel tesoro è ancora lì.

«Vengo a conoscenza solo ora dell’esistenza di quel materiale» dichiara a Panorama il giudice Rosario Priore, il responsabile delle prime quattro inchieste sul sequestro e sull’assassinio del leader democristiano. «A una prima occhiata, sulla base dei titoli, quei documenti mi sembrano molto interessanti. Ne traggo un’ulteriore conferma che il caso Moro sia ancora aperto, dal punto di vista storico. Spero che il segreto venga tolto al più presto, e che quel materiale venga messo a disposizione degli studiosi, dei giornalisti e dell’opinione pubblica».