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1994 03 13 * Il Corriere della Sera * L'architetto dei potenti * Giuliano Gallo

La carriera dell'"hidalgo" Salabè, laureatosi a 50 anni

Nel suo "Borgo Paraelios" si incontravano ministri e prefetti Dopo l'università, nell'80, entrò in affari coi servizi segreti: riceveva 120 milioni al mese per l'affitto di un villaggio


"Giulia Scotti ha il piacere di invitarti alla festa per il suo diciottesimo compleanno. Ti aspetto al "Borgo Paraelios" di Poggio Mirteto, alle ore dodici...". Quel cinque di aprile del '92 fu davvero una gran bella giornata, anche se il cielo minacciava pioggia. I giovani amici di Giulia, figlia del ministro degli Interni Vincenzo Scotti, erano riusciti tutti a trovare facilmente la strada: sugli inviti, stampati su eleganti cartoncini di Pineider, c'era anche una mappa dettagliata. Papà Vincenzo aveva fatto le cose in grande. Colazione alle tredici e trenta, poi un pomeriggio libero ("potrai scegliere fra tennis, piscina, bocce, biliardi", suggeriva l'invito. Il golf invece non era citato: roba da adulti). E alle diciannove "sarà messa a disposizione una stanza per cambiarti". Aperitivo alle venti, pranzo alle ventuno. Gran bel posto, Borgo Paraelios. Cinquanta ettari di colline distesi attorno a un casale dell'Ottocento, dodici suites opulente, querce disseminate nella macchia mediterranea, fiori ovunque. E poi una fuga di salotti come nelle dimore patrizie, mobili antichi, quadri di pregio. E la premura mai incombente che solo gli alberghi di classe sanno garantire. Adolfo Salabè ci aveva abitato per anni, fino a quando non gli era venuto in mente che forse era più redditizio aprire quel piccolo paradiso agli altri. Pochi ospiti e ben scelti, era la regola dell'architetto. Proprio come per il lavoro: discrezione, discrezione e ancora discrezione. I Salabè , racconta Francesco Cossiga, vengono da Alghero: sangue sardo, origini catalane. "Hidalgos" fieri ma anche gente di chiesa, con un fortissimo senso della famiglia. Il padre di Adolfo si chiamava Luigi, ed era stato per anni l'architetto del Comune di Roma. Dicono che firmasse le sue opere sui cornicioni, in un posto invisibile a tutti. Assieme a Mario e ad Andrea, i suoi due fratelli, Adolfo ha messo in piedi nel corso degli anni un robusto impero finanziario. Iniziato, dice la leggenda, con dei terreni a Ostia sui quali sorgerà poi il più celebre (e discreto, naturalmente) stabilimento balneare del lido di Roma, "La casetta". Adolfo ha traccheggiato un poco prima di decidersi a prendere la laurea: ci è arrivato solo nel 1980, quando aveva già superato i cinquant'anni. Ma non aveva certo battuto la fiacca, nel frattempo. Turismo, costruzioni, forniture militari, finanza: i Salabè si occupano un pò di tutto. Anche se a Roma li conoscono in pochi, perchè non fanno parte della rumorosa cerchia dei palazzinari. Non è che non frequentino bene, solo che lo fanno senza smanie di presenzialismo, senza darsi in pasto ai fotografi. Adolfo a esempio è di casa in Vaticano: già nel 1963 il suo nome compariva a pagina 2237 dell'Annuario Pontificio con la qualifica di "gentiluomo di Sua Santità ", e lo studio privato di Borgo Paraelios è costellato di foto che lo ritraggono assieme al Papa. Unico, minuscolo peccato di vanità (oltre ai capelli, che ama portare un pò troppo lunghi nonostante la calvizie incipiente) il ritratto in alta uniforme da "gentiluomo" che si è fatto dipingere, e che tiene appeso nel villone di famiglia in via dei Santi Pietro e Paolo, all'Eur. Adolfo si è inventato anche un suo stile, come architetto: lo chiamano appunto "stile Salabè ", ed è ben conosciuto fra quelli che possono permettersi i suoi servizi. "Stile Salabè " significa abbondare nelle boiseries di legno pregiato, usare drappi e colori classici ma sobri, e soprattutto curare i dettagli con precisione maniacale. Tutta roba che costa, naturalmente. Ma tanto i clienti dell'architetto non hanno mai problemi economici: o sono ricchi, o spendono soldi non loro. Come gli uomini dei servizi segreti, con i quali l'architetto inizia a lavorare in un'epoca imprecisata: forse proprio dopo la tardiva laurea in architettura, nel 1980. Quando direttore del Sisde è il generale Giulio Grassini, uomo della P2. Comunque, quella del Sisde è la stagione d'oro dell'architetto, anche se finirà per rivelarsi la fonte di tutti i suoi guai: soprattutto perchè lo priverà di quella discrezione che aveva indossato per anni come un'armatura. Anni felici e fecondi, comunque. Che la perversa bizzarria della vita ha trasformato in pacchi di atti giudiziari: boiseries per Vincenzo Scotti, vetri blindati e muri di cinta per Ciriaco De Mita, impianti di sicurezza per Nicola Mancino. Ma anche costruzione di carceri, caserme per polizia e carabinieri, appartamenti per magistrati "a rischio", impianti d'allarme per la Banca d'Italia. L'architetto ai servizi forniva di tutto. Anche luoghi appartati dove trascorrere le vacanze o incontrarsi al sicuro da occhi indiscreti: Borgo Paraelios per la primavera e l'autunno, la "foresteria" di via della Croce (nel centro di Roma) per appuntamenti veloci e Baia Paraelios per i mesi caldi. Baia Paraelios è in Calabria, vicino a Tropea: villette bianche sparse in un parco di venti ettari, tre piscine, ristorante sul mare. Ci si potevano incontrare Vincenzo Scotti, Giuseppe Zamberletti, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il sottosegretario agli Interni Antonino Murmura, il potente vicerè della Calabria Riccardo Misasi che faceva il bagno protetto da una motovedetta dei carabinieri. Il Sisde con Baia Paraelios aveva una vera e propria convenzione: 120 milioni al mese più Iva, compreso "l'uso della pista per atterraggio e sosta per elicotteri" e 900 pasti mensili. Il servizio pagava regolarmente le fatture (attraverso la società di copertura "Gattel" di Maurizio Broccoletti) ma nessuno ha mai utilizzato quelle stanze e quei pasti. E le ricevute adesso, come il testo della convenzione triennale, sono diventate atti giudiziari.