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1997 11 26 * Il Corriere della Sera - Oppio, ultima guerra d'Afghanistan - di Ettore Mo

KANDAHAR (Afghanistan) - La battaglia contro i papaveri, che a primavera fanno rosseggiare la terra afghana e si traducono ogni anno in tonnellate di narcotici, è cominciata ufficialmente l'altro giorno qui a Kandahar: ne ha dato il via l'ex senatore Pino Arlacchi, che da settembre dirige l'Undcp (United Nations Drug Control Programme), l'agenzia dell'Onu per il controllo della droga nel mondo.

È la prima battaglia di una guerra che dovrebbe durare almeno, secondo un calcolo sensato, dieci anni: troppi per i Talebani di questa regione sud-occidentale di confine, ai quali Arlacchi ha sottoposto le sue proposte e il suo piano a lunga scadenza. Forti dell'approvazione del leader supremo, Mohammad Omar, e ansiosi di liberarsi di una «macchia» che li espone all'esecrazione universale, essi hanno subito fatto coro invocando una soluzione più rapida: sarebbe bastato un anno, secondo loro, per far sparire dall'Afghanistan tutti i fiori dell'oppio. «Li ho dovuti frenare», ha confidato il senatore, piacevolmente «sconcertato» da tanto entusiasmo.

L'iniziativa dell'Undcp scatta in un momento nel quale la produzione dell'oppio in Afghanistan ha raggiunto i livelli massimi, cui per la verità era assurta già negli anni del conflitto civile, fra il '92 e il '94: ma già nel '91, questo Paese straziato da diciannove anni di guerra era diventato il più ricco produttore d'oppio del mondo, lasciandosi alle spalle il famoso «triangolo d'oro» indocinese. È stato inoltre calcolato che l'80% delle droghe pesanti consumate in Europa può attribuire con sufficiente certezza la propria origine ai papaveri afghani.

Circa 200 mila famiglie sono impegnate nella produzione dell'oppio, che viene coltivato in dieci delle 29 province afghane su quasi 60 mila ettari di terreno, che forniscono ogni anno 2.200-2.300 tonnellate di «roba». Ma per eliminare le vastissime colture e avviare una programmazione agricola «normale», occorreva l'assenso dei Talebani, che oggi controllano i due terzi del Paese. «Da mesi - dice Giovanni Quaglia, rappresentante dell'Undcp in Pakistan - facevamo pressione su di loro perché assumessero una decisa presa di posizione contro le coltivazioni d'oppio: era però indispensabile che essi proclamassero una specie di editto in cui dichiarassero che quel prodotto era una violazione della legge islamica».

L'hanno fatto. Quando esce dall'incontro coi Talebani, durato qualche ora, Pino Arlacchi ha l'aria soddisfatta, quasi non riesce a contenere l'entusiasmo per il risultato di questo primo round, tutto positivo. È addirittura sorpreso: «Non ho incontrato alcuna resistenza - ammette -, al contrario...».

L'importanza che i Talebani attribuiscono all'iniziativa dell'Onu è stata confermata dalla presenza, al colloquio, del primo ministro Rabbani Akhund, che ha al suo fianco il governatore di Kandahar, Hassan Rahmani, tipo massiccio, una gamba sola, l'altra falciata a metà in un'operazione bellica.

Per l'esecuzione del grande progetto, che prevede l'eliminazione completa in Afghanistan dei campi di papaveri in dieci anni, le Nazioni Unite hanno stanziato 250 milioni di dollari: ma qui a Kandahar si stanno ora intrecciando le trame per la realizzazione del piccolo progetto - o progetto-pilota - che per 4 anni dovrà sperimentare l'efficienza degli interventi su quattro distretti rurali (tre nella provincia di Kandahar, uno nella provincia di Nangarhar). Per questo, il budget è di 16 milioni 400 mila dollari, circa 28 miliardi di lire.

Se le decisioni prese l'altro giorno saranno rispettate (e niente lascia supporre, al momento, che non lo saranno) l'iniziativa dell'Onu potrebbe avere un buon avvio. I Talebani si sono impegnati a non estendere la coltivazione dell'oppio in nuove aree: se ciò dovesse avvenire, le nuove colture saranno immediatamente distrutte. Esperti dell'Undcp e funzionari governativi locali avranno la possibilità di setacciare le aree interessate per verificare l'osservanza (o meno) del bando. La fase più drammatica del progetto riguarda poi la confisca delle droghe ancora in circolazione che saranno bruciate davanti alla gente, l'arresto dei produttori abusivi di oppio, la caccia ai narcotrafficanti e la distruzione di tutti i laboratori clandestini (per la conversione dell'oppio in eroina) che fossero ancora attivi nella zona.

Ma al primo ministro e ai Talebani presenti all'incontro, i «tempi» suggeriti dai rappresentanti dell'Onu sono parsi troppo lunghi: perché aspettare 4 o 10 anni per la «ripulitura» completa del Paese se si poteva far tutto subito, in quattro e quattr'otto, sottoponendo a un rullo compressore punitivo tutti i campi di papaveri dell'Afghanistan?

Dice Arlacchi: «Ho dovuto frenarli, perché un cambiamento così radicale e repentino avrebbe scatenato reazioni violente, forse di massa, tra i contadini e nel Paese. La nostra organizzazione non sarebbe in grado di far fronte a uno sconvolgimento del genere. Il sistema che abbiamo escogitato per combattere e contenere la produzione dell'oppio è basato su un criterio di fattibilità e serietà... La riduzione dev'essere progressiva, in modo da poter offrire un'alternativa ai produttori di oppio, con colture diverse, frumento, legumi, ecc...».

Tra le proposte dell'Undcp per offrire un'occupazione agli «orfani dell'oppio» c'è anche la riattivazione di un lanificio con 33 macchine ancora in perfette condizioni che è stato via via chiuso, riaperto, chiuso di nuovo in seguito agli avvicendamenti bellicosi nella regione: in passato ne sono usciti tappeti e tessuti abbastanza pregiati destinati per lo più al mercato interno.

Quando fu aperta, tra le millecento persone che vi lavoravano c'erano anche delle donne, naturalmente in reparti separati. Sollecitando la riattivazione della fabbrica, che risolverebbe in parte il problema occupazionale, Arlacchi ha suggerito che una percentuale dell'eventuale nuova forza lavorativa del lanificio potrebbe essere ancora costituita da donne. «L'ho fatto - dice ora il senatore - perché poco prima i Talebani presenti al colloquio si erano lamentati dell'immagine che il mondo intero ha di loro... Era una situazione penosa. Però ho dovuto far presente che la maggiore responsabilità ricadeva su loro stessi e per i due motivi che tutti sanno: la droga, appunto, e le donne. Bene, la risposta non ha mancato di sorprendermi: qualora fossimo riusciti a rimettere in piedi il lanificio e, comunque, ad assicurare posti di lavoro, lì o altrove, non ci sarebbe stata nessuna preclusione, da parte loro, per le donne: a condizione, naturalmente, che siano confinate in settori separati come vuole la Sharia. E anche le donne potranno sottoporsi, come gli uomini, ai necessari periodi di addestramento».

È un particolare, questo, che Pino Arlacchi non ha inserito nella lettera indirizzata al tetro leader dei Talebani, Omar, nella quale ha indicato i punti e i risultati del suo colloquio col primo ministro e col governatore di Kandahar: ma dal comportamento di questi ultimi - lascia capire il direttore dell'Undcp - è emerso chiaramente che agivano dietro mandato e con l'incoraggiamento della massima autorità.

Non è improbabile che l'iniziativa dell'Onu (che rientra sempre nel campo dei diritti umani) possa venire interpretato come un tentativo di legittimazione di un governo che attualmente ha ottenuto il riconoscimento di tre Paesi soltanto, il Pakistan, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi; e al tempo stesso non dovrebbe stupire che i Talebani ne siano confortati perché essa offre loro la possibilità di ritoccare positivamente la propria immagine, apparendo come i campioni della lotta anti droga su scala mondiale. Dice Arlacchi: «Il nostro obiettivo è esclusivamente umanitario. Noi non possiamo aspettare che finisca il conflitto in Afghanistan per intervenire. Ci sono 8 milioni di tossicodipendenti nel mondo e se abbiamo la possibilità di alzare uno sbarramento contro questo flusso mortale di droga che si riversa sull'Europa è nostro dovere non lasciarla cadere. È quindi assurda l'insinuazione di chi sostiene che i Talebani accettano ipocritamente il progetto dell'Onu per investire nella guerra i soldi che gli daremmo. L'Onu non dà soldi, come tutti sanno, e non dà cibo a nessuno. Promuove unicamente delle iniziative per migliorare le condizioni di Paesi in difficoltà, tutto qui».

L'eventualità che il progetto Onu si debba arenare, se dovessero cadere i Talebani, va scartata. Nessun nuovo governo islamico a Kabul oserebbe bloccare un'iniziativa che ha le sue premesse e attinge la sua forza dai precetti coranici. Ma a questo punto è difficile valutare quale è e potrebbe essere la reazione e l'atteggiamento dei coltivatori che, da sempre, seminano papaveri nei loro campicelli. Il primo che incontriamo, alla periferia di Kandahar, è Wali Mohammed, 66 anni, undici figli. Ha un pezzetto di 6 mila metri quadrati dove ha piantato cavoli, radicchio, cipolle, già belli e maturi. Ma appena li avrà estratti, confida, tornerà a seminare i papaveri: ne produce circa 30 chilogrammi l'anno e il guadagno è approssimativamente di 18 milioni di afghani (circa 730 dollari). Se la cava. Un altro contadino che lavora in un terreno non suo, Hagi Ehsanulah, qualche anno in meno, 14 figli, ne porta a casa solo 14 di milioni: «Se adesso la legge mi imporrà di lasciar perdere i papaveri - dice rassegnato - ubbidirò. Ma il governo dovrà dare da mangiare ai miei figli».

Un chilo di oppio viene pagato circa 33 dollari e dovrebbero essere perciò relativamente prospere le province di Helmand e Nangarhar, che ne producono rispettivamente il 40 e il 30%: un po' meno Kandahar, che arranca dietro col 7,5%.

Secondo l'Undcp, il guadagno medio di una famiglia impegnata nelle coltivazioni dei papaveri è di 500 dollari l'anno: che non è certo una cifra iperbolica, visto che va divisa tra almeno i 4 o 5 membri adulti del nucleo familiare. La trasformazione delle colture non porterà inizialmente benefici e vantaggi economici notevoli, né dovrebbe cedere all'euforia quel migliaio di persone che avrà la fortuna di varcare i cancelli della rinata fabbrica tessile, con un salario - si dice - di 50 dollari il mese.

Con la produzione e il commercio dell'oppio, lo Stato si arricchisce di 9 milioni di dollari l'anno, reperiti sotto forma di un obolo-tassa (il 10%) che confluisce negli scrigni delle moschee o nelle tasche dei mullah: «Una somma ridicola - commentano all'Undcp - se si considera che questo è un Paese in guerra e che gli obiettivi militari (la vittoria) hanno la priorità su tutto. Accanirsi nella coltivazione dell'oppio è assurdo. Non c'è paragone tra l'attuale stato dell'economia, basato unicamente sullo sfruttamento del suolo (i papaveri) e una struttura agricola sociale quale potrà sorgere nei prossimi anni grazie a colture alternative e al volume degli aiuti internazionali».

La vita langue a Kandahar, ex capitale e città dal passato eroico che nei giorni dell'invasione sovietica fu aspramente contesa fra le truppe del regime, sostenute dall'armata rossa, e le trafelate formazioni della resistenza islamica, i mujaheddin. I Talebani la invasero due anni fa, prima tappa di un'avanzata-scampagnata che li avrebbe portati, in pochi mesi, a occupare i due terzi del Paese. Ora il fronte della guerra è lontano, a Kabul, da tempo accerchiata dagli uomini di Ahmad Shah Massud e dell'Alleanza Settentrionale, più che mai decisi a rimettervi piede.

La gente è tutta per le strade, nonostante i primi freddi, e tranne i militari all'aeroporto e le sparute guarnigioni davanti agli edifici pubblici è raro imbattersi in qualche barbuto giovanotto armato di kalashnikov. È una sorpresa: quasi sempre, in passato, vicino a una barba ho visto un fucile. Abbiamo finalmente la pace, sento dire.

Ma l'eccitazione non manca. Mentre Arlacchi e le autorità stanno amichevolmente parlando, fuori, nello stadio di calcio, c'è spettacolo. La folla, due-tremila persone, si agita sugli spalti. Poi, a un certo punto, silenzio: e, nel silenzio, dei colpi secchi di kalashnikov. Un uomo giace a terra, vicino a una delle reti. È stato giustiziato.

Si chiamava Fazaluddin. Sette anni fa, durante una rapina, aveva ucciso un uomo e violentato la moglie. La Sharia esige che sia uno dei parenti più stretti della vittima a eseguire la sentenza. In questo caso, è il padre. L'omicida-stupratore è seduto per terra, le mani legate dietro la schiena. Il giudice chiede al padre della vittima, secondo il rito giuridico delle leggi islamiche, se è disposto al perdono o se accetta di lasciarlo libero in cambio di una soddisfacente offerta in denaro: la domanda è ripetuta tre volte e per tre volte la risposta è no. Il vecchio padre ha diritto a tre colpi: parte il primo, che trafigge Fazaluddin nella schiena, poi il dito resta incollato al grilletto e partono altre scariche.

Sono le 3 del pomeriggio. Dal mattino, la radio aveva annunciato l'evento: e a mezzogiorno lo stadio era già pieno di gente adulta e ragazzini. «È giusto che vedano, così imparano», dice un giovane meccanico che gira in bicicletta con un fiore di campo sul manubrio. Questa era la sua ventesima esecuzione.

C'è la pace, dice, a Kandahar.