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2000 10 23 * Il Corriere della Sera - Il satellite svela le vie dell'oppio afghano - di Ettore Mo

L’accordo stipulato con i Talebani per distruggere le coltivazioni è fallito. Ma Pino Arlacchi, capo dell’agenzia per il controllo della droga, rilancia la sfida Il satellite svela le vie dell’oppio afghano

Campi, depositi, laboratori localizzati dall’Onu con l’aiuto della tecnologia russa

VIENNA - Autunno del ’97, ultima settimana di novembre: in quei giorni a Kandahar, capoluogo della provincia omonima nel sud-ovest dell’Afghanistan, i leader dei Talebani s’impegnarono solennemente a sopprimere le coltivazioni dei papaveri da oppio su tutto il territorio nazionale per sostituirle con colture alternative, grano, mais, agrumi. Una decisione sollecitata con grande fervore dall’ex senatore italiano Pino Arlacchi, da pochi mesi alla guida dell’Agenzia dell’Onu per il controllo della droga nel mondo (Undcp, United Nations Drug Control Programme), che aveva scelto l’Afghanistan come prima tappa nel suo tour attraverso i Paesi maggiormente coinvolti nel narcotraffico.

Forti dell’approvazione del loro leader supremo, Mohammed Omar, e ansiosi di sottrarsi all’esecrazione universale per l’enorme quantità di droga che, scaturita dai loro papaveri, invadeva tutti i mercati del mondo, i Talebani aderirono all’appello dell’Onu con entusiasmo anche eccessivo: e infatti ad Arlacchi, che prudentemente proponeva una graduale trasformazione delle colture (cinque, dieci anni), assicuravano che sarebbero bastati dodici mesi per far sparire dai campi tutti i «fiori del male».

Già allora, l’Afghanistan batteva il «triangolo d’oro» birmano nella produzione dell’oppio, che si trasformava in eroina: per debellare questo primato occorrevano massicci finanziamenti, e prima di lasciare Kandahar il direttore della Undcp aveva promesso lo stanziamento di oltre 16 milioni di dollari per il progetto-pilota.

In tre anni, almeno 10 di quei 16 milioni sono stati investiti nel programma «risanatore». Ma i Talebani non hanno mantenuto la promessa: e in questi giorni, presentando un dettagliatissimo rapporto nel palazzo dell’Onu a Vienna, Pino Arlacchi è costretto ad ammettere che l’Afghanistan è rimasto «il più grande produttore di oppio nel mondo» ed è anche il «più grande fornitore d’eroina» per i mercati occidentali.

Statistiche tanto precise quanto allarmanti stabiliscono che la produzione è passata dalle 2.700 tonnellate metriche del 1998 alle 4.600 del 1999. Contro la produzione totale dell’oppio non raffinato nel mondo nel 1999 (6.000 tonnellate), quella afghana costituisce pertanto il 75%.

Ma se questi dati possono ingenerare il sospetto che anche organizzazioni internazionali come la Undcp sono impotenti davanti alla piovra onnivora del narcotraffico, il rapporto presentato a Vienna è in grado di esibire i risultati straordinari di una inchiesta-sondaggio-spionaggio, eseguita dall’Agenzia dell’Onu con le tecnologie più avanzate, che offrono una mappa completa e minuziosa dell’attività dei procacciatori di droga in Afghanistan: dai campi di papaveri, localizzati con precisione millimetrica dai satelliti, ai depositi di oppio non raffinato, ai laboratori per la conversione in eroina, alle strade e ai trasporti oltre confine in Tajikistan, all’identificazione dei «padroni» della merce e dei trafficanti, alle bande armate lungo le frontiere e sui valichi.

Al buon esito dell’operazione ha contribuito notevolmente, dal dicembre del 1999, la cooperazione delle truppe di frontiera russe, che pattugliano e controllano il confine tra Tajikistan e Afghanistan.

«Tutto ciò è avvenuto in seguito a un incontro che ho avuto il settembre dell’anno scorso a Mosca col presidente Putin - dice Arlacchi - e col quale abbiamo stabilito un accordo: via libera al nostro programma nella battaglia antidroga».

I satelliti della compagnia di Stato russa «Rosvooruzhenie» hanno scrutato, frugato e fotografato anche gli anfratti più remoti del territorio afghano e sono così riusciti a localizzare e a identificare una quarantina di depositi di narcotici, più diversi laboratori, la maggior parte di questi dislocati a ridosso del confine col Tajikistan: se i calcoli contenuti nel rapporto sono esatti, dalle bocche di questi forni mortiferi escono 240 tonnellate di narcotici l’anno, più 120 tonnellate di eroina pura. Che finisce soprattutto sui mercati dell’Unione Europea (consumo annuo, 97 tonnellate) e negli Stati Uniti: ma anche altrove, naturalmente, a nutrimento della sitibonda moltitudine dei tossicodipendenti del mondo, che sono milioni.

In meno di dieci mesi lo spionaggio satellitare intrapreso dalla Undcp, unitamente a una più intensa e sofisticata attività di intelligence svolta nell’una e nell’altra parte della frontiera, ha rivelato la più vasta rete di traffico di eroina mai identificata. Ciò che risulta chiaramente dalle mappe è che oltre il 90% dei territori adibiti alla coltivazione dell’oppio rimane sotto il controllo dei Talebani, ormai padroni di quasi tutto il Paese: che dispongono anche, di conseguenza, della maggior parte dei depositi e dei laboratori scoperti dall’inchiesta.

Alle forze della cosiddetta Alleanza Settentrionale (i mujaheddin del presidente Rabbani e del comandante Massud), confinante nella Valle del Panshir e nel distretto periferico di Badakhshan, confinante col Tajikistan, non resta quindi che una minuscola fetta della «torta», meno del 10%. Ma è quanto basta per non scagionarle dall’accusa che la droga sia una delle fonti di finanziamento della loro (più che legittima) lotta contro gli invasori. Non esistono stime, nel rapporto, sulla reale quantità di denaro che lo sfruttamento del narcotraffico porti nelle casse di Massud: ma tenendo conto delle sproporzioni territoriali tra le due fazioni, è lecito desumere che essa non vada oltre un decimo del malloppo incamerato dai Talebani, oscillante dai 10 ai 30 milioni di dollari l’anno.

Comunque, sia gli uni che gli altri racimolano la «sporca moneta» con un identico sistema di tassazione: che è del 10% sul prodotto agricolo e del 20% sui profitti dei narcotrafficanti.

Ma se è vero che le due forze in conflitto in Afghanistan traggono vantaggi, sia pure in misura diversa, dal traffico della droga, sarebbe un errore presumere che siano esse a dirigerlo e a controllarlo.

Dall’indagine è emerso con chiarezza che questo è il compito di vere e proprie organizzazioni criminali, totalmente estranee a stimoli ideologici o politici, che si sono via via assestate nel Paese e se lo sono poi «diviso», esercitando la propria autorità in questo o quel distretto e patteggiando tra di loro per un comune obiettivo: assicurarsi che il flusso dei narcotici segua indisturbato il proprio iter e giunga, indisturbato e intero, a destinazione. I loro profitti, soltanto per la merce assemblata nel Tajikistan, raggiungerebbero gli 80 milioni di dollari l’anno.
Evidentemente, questi gruppi criminali, che sono i padroni dei depositi e dei laboratori più grandi e hanno quindi il controllo assoluto sul flusso del contrabbando, devono poter contare sulla collaborazione di doganieri e guardie di frontiera, che dispongono di depositi più piccoli e a cui consentono di lavorare in proprio, a un livello, per così dire, «artigianale». E a questo punto non è più possibile negare il coinvolgimento diretto di Talebani e mujaheddin dell’Alleanza nella rete del narcotraffico internazionale. Nel rapporto c’è un lungo elenco, con tanto di nome, cognome, funzione e grado, di autorità civili, funzionari e comandanti militari (dei Reggimenti di fanteria 1007, ad esempio, o del 908), dislocati soprattutto in località di confine.

Nella stagione 1998-99, la coltivazione dei papaveri si è estesa su 91 mila ettari di territorio, un aumento - informa il più recente sondaggio - del 43% in un solo anno. I raccolti più abbondanti riguardano le province di Helmand e Nangarhar (il 49 e il 26%, rispettivamente), ma i fiori rossi del male sbocciano un po’ ovunque, aprendo macchie squillanti nel verde della campagna, grazie alle cure di circa 200 mila famiglie di contadini, che non hanno mai conosciuto altre colture. Dei 7.541 villaggi disseminati in 121 distretti rurali, che gli esperti dell’Onu hanno ispezionato nei mesi scorsi, 6.645 «vivevano di oppio».

Il trasporto della droga in Tajikistan non presenta eccessive difficoltà se l’area da attraversare è pianeggiante, come quella che da Kunduz (Nord Afghanistan) si estende fino a Pyanj e a Moskovski, sull’Amu Darya, il mitico Oxus che, serpeggiando, traccia il confine tra i due Paesi. Una discreta rete stradale consente di arrivare al fiume con camion, furgoni, jeep. È l’itinerario prediletto, il più facile: e da qui passa infatti il 60% della merce. Ben diversa è la musica se la carovana deve partire da Faizabad, nel Badakhshan, zona dura, fredda, montagnosa, con valichi inaccessibili, dove quasi 800 anni fa era forse transitato anche Marco Polo, in rotta per la Cina: qui se va bene, te la fai col mulo; se no a piedi, col carico sulla schiena, come i nostri «spalloni».

Le operazioni di contrabbando lungo il fiume - informa il rapporto della Undcp - sono protette da una ventina di bande armate, le più grandi con cinquanta uomini, muniti di kalashnikov, mitragliatrici pesanti e lanciarazzi, che pattugliano in continuazione la zona a bordo di jeep Uaz, made in Russia o in Uzbekistan. I contrabbandieri, dell’una e dell’altra sponda, si tengono perennemente in contatto via radio e i drug-dealer più importanti ricorrono al telefono satellitare per definire gli ultimi dettagli delle consegne e accertarsi che avvengano secondo gli accordi prestabiliti. Insomma, un crimine consumato neanche troppo clandestinamente ed effettuato come una normale transazione commerciale o industriale, con l’ausilio delle tecnologie più avanzate.

Il rapporto-sondaggio presentato a Vienna suona come il preludio a una «dichiarazione di guerra», questa volta non più dilazionabile, contro le armate del narcotraffico in Afghanistan; e la cooperazione delle truppe di frontiera russe in Tajikistan induce a sperare che venga presto e definitivamente debellato il vertiginoso, ignobile contrabbando di eroina nella regione. O si tratta di un’illusione? «Ora che siamo riusciti a rivelare la rete del narcotraffico in Afghanistan - dice l’ex senatore Pino Arlacchi - l’obiettivo finale non può che essere lo smantellamento dei depositi e laboratori identificati e la distruzione di tutte le riserve di narcotici accumulate. Ma scopo di tutta l’operazione era anche quello di mettere i Talebani con le spalle al muro, richiamarli alle loro responsabilità».

Evidentemente, gli brucia ancora il ricordo del tentativo fatto tre anni fa e fallito per colpa dei Talebani, che non seppero mantenere gli impegni. E attualmente la situazione non è più incoraggiante di allora: «Vede - spiega uno stretto collaboratore di Arlacchi -, l’altra volta abbiamo speso nell’impresa anti-droga 9.998 milioni di dollari dei 10 che avevamo a disposizione. Adesso non abbiamo più un soldo. Occorre un intervento immediato della comunità internazionale, visto che il problema del narcotraffico, con le sue infinite ramificazioni, non riguarda soltanto l’Afghanistan ma il mondo intero. I dati contenuti nel rapporto parlano chiaro».

La grande fucina afghana sforna eroina a getto continuo che aerei, navi, treni, Tir e automezzi d’ogni genere scaricheranno poi a migliaia di chilometri di distanza, a Mosca come a Londra, a Karachi, a Parigi, a Istanbul, a Francoforte, a New York. Le vie del narcotraffico internazionale sono infinite: la western route , la eastern route , le northern rout es , la via del Caucaso, la via dei Balcani, la via dell’Asia Centrale, ecc... E alla fine di questi trasferimenti trovi sempre in attesa dei ragazzi e delle ragazze che spendono gli ultimi soldi per una bustina di neve e finiscono poi in ospedale o al manicomio o al cimitero.

La documentazione raccolta ancora una volta sull’argomento da Pino Arlacchi, con impegno e ostinazione, costituisce indubbiamente una solida base per rilanciare un nuovo piano di battaglia contro uno dei più nefasti fenomeni del nostro tempo, sempre che le organizzazioni internazionali decidessero di intervenire e assecondarlo.

Personalmente, sono perplesso. Poiché seguo da oltre vent’anni le vicende luttuose dell’Afghanistan, vorrei solo sperare che il narcotraffico non si riveli una fatalità imperitura come le sue guerre: che non finiscono mai.