Questo sito si avvale di cookie utili alle finalità illustrate nella Privacy Policy
Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

2015 07 05 * radicali.it * Giustizia: l'Europa fa "ammuina" anziché sanzionare l'Italia per lentezza delle procedure * Maurizio Turco

Il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa da quindici anni chiede all'Italia di accelerare i tempi della giustizia penale, civile e amministrativa perché la lentezza delle procedure mette in pericolo lo Stato di diritto. In risposta l'Italia preannuncia riforme che non fa, prende impegni che non mantiene e giura che vi siano miglioramenti che il tempo smentisce.

Da quindici anni è la legge borbonica del "facite ammuina" che regola i rapporti dell'Italia con il Consiglio d'Europa e non il suo Statuto. Il 26 giugno sulla prima pagina del sito internet dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce) è stata pubblicata una notizia dal titolo Un numero "allarmante" di sentenze della Corte di Strasburgo sono deliberatamente ignorate.

Si tratta di una risoluzione della Commissione sugli affari giuridici, che sarà sottoposta la voto dell'Assemblea plenaria nel mese di settembre, nella quale si osserva che quasi l'80 per cento delle cause sono generate da solo nove paesi nei quali problemi strutturali persistenti spesso generano denunce simili su questioni quali le cattive condizioni di detenzione, l'eccessiva durata delle procedure giuridiche interne, o la cultura della sicurezza che consentono i maltrattamenti da parte della polizia.

Tra i nove paesi non poteva mancare l'Italia, peraltro sul piedistallo del disonore con 2.622 casi, ma è interessante vedere chi sono i nostri competitor: Turchia (1.500 casi), Russia (1.474 casi), Ucraina (1.009 casi), Romania (639 casi), Grecia (558 casi), Polonia (503 casi), Ungheria (331) e (325 casi). Alla risoluzione è allegato un addendum nel quale si approfondisce la situazione di ciascun paese.

Per quanto riguarda l'Italia i principali problemi sono: durata eccessiva delle procedure giudiziarie e, a tale riguardo, mancanza di un ricorso effettivo alle procedure giudiziarie, nonché espulsione di cittadini stranieri in violazione della Convenzione.

Sulla durata eccessiva delle procedure giudiziarie si rileva, tra l'altro, che il sistema giudiziario italiano è afflitto da decenni da questo problema che ha aumentato ogni anno l'arretrato di casi da trattare. La maggior parte degli attuali 2000 casi in materia riguardano situazioni prima del 2001, anno in cui fu approvata la legge sull'equa riparazione (Legge Pinto), mentre i casi più recenti riguardano proprio il funzionamento di questa legge.

Nella riunione del marzo 2012, il Comitato dei Ministri ha ancora una volta considerato che la situazione è "molto preoccupante" e "costituisce un grave pericolo per il rispetto dello Stato di diritto, portando ad una negazione dei diritti sanciti dalla Convenzione" e rappresenta una "grave minaccia per l'efficacia del sistema della Convenzione".

Nella riunione del dicembre 2012, il Comitato dei ministri ha ribadito ancora una volta che i ritardi eccessivi nell'amministrazione della giustizia portano a "una negazione dei diritti sanciti dalla Convenzione" e sono "una grave minaccia per l'efficacia del sistema della Convenzione " e "(sottolinea) nuovamente l'urgenza di fermare il flusso di nuove denunce ripetitive alla Corte europea e l'urgenza di raggiungere un soluzione duratura al problema strutturale della durata eccessiva dei processi".

Sulla mancanza di un ricorso effettivo alle procedure giudiziarie la Cedu ha constatato che l'esecuzione da parte dell'Italia delle decisioni prese in ragione della legge Pinto (risarcimento per la lentezza delle procedure giudiziarie) vanno da 9 a 49 mesi ciò ha comportato un tale numero di ulteriori ricorsi e pertanto la Cedu ha ritenuto che questo non solo aggrava la responsabilità d'Italia ai sensi della Convenzione, ma è anche una minaccia per il futuro del sistema europeo dei diritti dell'uomo.

Il rapporto tra il Consiglio d'Europa e la Repubblica italiana è si è ormai uniformato al principio borbonico del "facite ammuina". Già nel 1997 il Comitato dei ministri teneva a far presente in un documento sulla situazione italiana, che "l'eccessiva lentezza della giustizia costituisce un pericolo importante, in particolare per il rispetto dello Stato di diritto".

E nel 2000 nella risoluzione 135 inerente la "Durata eccessiva delle procedure giudiziarie in Italia" non mancava di sottolineare che "la questione dell'adozione da parte dell'Italia di misure di carattere generale per evitare nuove violazioni di questo tipo della Convenzione è all'ordine del giorno del Comitato dei Ministri dal momento che le sentenze della Corte, dagli anni '90, hanno evidenziato l'esistenza di gravi problemi strutturali nel funzionamento del sistema giudiziario italiano."

In sintesi: è dagli anni 90 che senza soluzione di continuità il sistema giudiziario italiano ha problemi strutturali tali da mettere in pericolo lo Stato di diritto (pro memoria: i referendum Tortora per la giustizia giusta sono del 1986). In tutti questi anni lo Stato italiano nei confronti del Consiglio d'Europa ha preannunciato riforme, preso impegni, giurato che vi fossero miglioramenti.

Alla luce di tutto questo, dopo 15 anni possiamo e dobbiamo trarne alcune conclusioni. In primis, in Italia lo Stato di diritto è stato massacrato. Successivamente, siamo di fronte a una classe dirigente che, se non si vuol parlare di deliberata presa in giro, non è capace di governare o, se lo fa, lo fa a spese dello Stato di diritto. Infine, siamo di fronte anche a un Consiglio d'Europa che non è stato capace di agire efficacemente e in tempo utile anche se c'è ancora qualcosa che può fare. L'Italia ha sottoscritto l'articolo 3 dello Statuto con il quale "Esso si obbliga a collaborare sinceramente e operosamente" e a norma dell'articolo 7 "ogni Membro del Consiglio d'Europa che contravvenga alle disposizioni dell'articolo 3, può essere sospeso dal diritto di rappresentanza". Che l'Italia non collabori sinceramente e operosamente è ben documentato da 15 anni di Risoluzioni del Comitato dei ministri.