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b. Umberto SANTINO
direttore del Centro di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo

antimafia? ANTIPROIBIZIONISMO!

Antiproibizionismo sulla droga e politica criminale contro la mafia dopo l'assassinio di Libero Grassi a Palermo

Atti della sessione speciale del Consiglio generale del Cora

Bologna, 14 settembre 1991

SOMMARIO. Gli effetti più significativi prodotti dal traffico di droga: 1) esaltazione del ruolo della mafia e dei soggetti criminali come produttori e fornitori di beni e servizi di largo consumo; 2) proliferazione dei soggetti mafiosi; 3) nascita di nuovi soggetti criminali ed evoluzione in mafia di malavite locali; 4) arricchimento, mai prima raggiunto, degli imprenditori criminali; 5) acuirsi delle concorrenze inframafiose e fra criminali, con il lievitare dei delitti; 6) gara egemonica con soggetti esterni condotta con l'intensificazione della violenza all'esterno del mondo mafioso e criminale. »Sul terreno economico un ruolo centrale hanno il proibizionismo delle droghe e il segreto bancario. Da ciò la necessità e l'urgenza di una battaglia unitaria, mondiale, contro il proibizionismo, le 'drug wars', e per l'eliminazione del segreto bancario, che attualmente assicura un tasso di opacità al sistema finanziario tale da consentire la simbiosi tra capitale illegale e legale.

1. L'isolamento di Grassi non è un fatto casuale.
Desidero cominciare con alcune considerazioni sull'assassinio di Libero Grassi e sugli avvenimenti che lo hanno preceduto. Il no di Grassi alla richiesta di tangenti viene pubblicizzato sulla stampa il 10 gennaio 1991. Nei giorni successivi il prefetto e il questore di Palermo visitano la Sigma per "portare la solidarietà dello Stato". Il prefetto Jovine dichiara che l'esempio di Grassi dovrebbe essere seguito dagli altri imprenditori. La fabbrica viene presidiata. Solidarietà a Grassi viene espressa dai sindacati, dalle ACLI, dal sindaco di Palermo e dal "Centro Impastato". Silenzio degli altri, a cominciare dal sedicente "Coordinamento antimafia" e dai devoti di 'Orlando e della Compagnia di Gesù'. Trafiletto su Repubblica, silenzio del Sole-24 ore. Albanese, presidente dell'API (Associazione Piccole Imprese), dichiara: »Quello di Grassi è un atto di coraggio che deve farci riflettere. Ma bisogna non farlo diventare un fatto isolato . Il quotidiano L'Ora titola: »Ha detto no al pizzo e la città è con lui . Non è così. Grassi in realtà è un isolato, a cui si può esprimere solidarietà a parole, ma lasciandolo solo di fatto. Grassi lo sa benissimo e lo dice chiaramente. Riferendosi all'Assindustria, l'associazione degli industriali di cui fa parte: »E' come se la mia denuncia non li riguardasse. Ho avuto solo la telefonata di qualche amico e nulla più . Secondo Grassi, Salvatore Cozzo, presidente dell'Assindustria, pratica »la politica dello struzzo , con la testa nella sabbia per non vedere quello che realmente accade. Cozzo dichiarava: »Cosa dovremmo fare secondo Grassi? Dovremmo dire ai nostri associati: rifiutatevi di pagare il pizzo? Allora noi spogliamo la nostra associazione dei suoi compiti istituzionali e cambiamo mestiere. La nostra azione è diretta verso altri obiettivi: primo fra tutti, la promozione dello sviluppo produttivo. Non possiamo farci portabandiera solo della lotta alla mafia. Abbiamo altri compiti, altri doveri . Grassi replicava: »Chi non denuncia è colluso con il racket delle estorsioni . E Cozzo rispondeva: »Gli imprenditori taglieggiati sono soltanto vittime e come tali devono essere tutelati. Nostro compito è chiedere alla polizia sorveglianza e controlli efficaci. E credo che la polizia abbia tutelato bene Grassi . E arrivava a minacciare Grassi di querela, sostenendo che forse »soffriva di manie di persecuzione . Sentenza aprile '91 del giudice Russo di Catania: "pagare il pizzo non è reato". La protezione mafiosa viene equiparata a un contratto assicurativo. Gli imprenditori non hanno alternativa: o piegarsi o chiudere. Intervista di Grassi a L'Ora del 4 aprile: »Una sentenza gravissima. E' la legittimazione giuridica dei rapporti di convivenza-connivenza tra imprenditoria e mafiosi. Il giudice Russo ha in pratica ammesso che se i cavalieri catanesi non avessero intrattenuto rapporti con la mafia, non avrebbero potuto fare il loro lavoro di manager. Questo si traduce in una sorta di impunità collettiva, un'amnistia generale che giustifica passato, presente e futuro. Peggio: è un suggerimento preciso su come comportarsi di fronte alle offerte di Cosa Nostra . Riguardo alle conseguenze che essa avrebbe avuto nel mondo degli imprenditori, Grassi diceva che esse sarebbero state gravissime: »Io ho avuto più problemi con loro che con gli estorsori. I miei colleghi mi hanno messo sotto accusa, dicono che i panni sporchi si lavano in famiglia. E intanto continuano a subire: perché lo so che pagano tutti. Secondo me essere intimiditi e collusi sul piano operativo è la stessa cosa. Alcuni confessano di subire per paura, altri si vant ano delle loro conoscenze nel modo dei pezzi da novanta. Sono atteggiamenti molto comuni. Ma io penso che se ciascuno fosse disposto a collaborare con la polizia e i carabinieri, a denunciare, a fare i nomi dei taglieggiatori, il racket avrebbe vita breve. Io, con le mie denunce, ho fatto arrestare da solo otto persone. Se duecento imprenditori parlassero, milleseicento mafiosi finirebbero in manette. Non avremmo vinto noi? . Gli altri imprenditori evidentemente non la pensano così, e Grassi lo sottolinea ancora una volta: »L'associazione degli industriali non ha assunto ancora - siamo al 14 aprile - una posizione chiara sulla questione delle estorsioni. Il presidente dell'associazione l'ha detto davanti a tutti: la mafia è invincibile ed è inutile che un signor Libero Grassi prenda posizione senza tener conto di questa realtà. Lui non accetta le mie denunce. Ma adesso ho preso una decisione: se entro un mese l'associazione non si muove, io mi dimetto . Dibattito del 4 maggio nella sala consiliare del comune di Palermo: trenta persone e per un po' un gruppo di bambini di una scuola elementare capitati per caso! Grassi e Salatiello da una parte, Albanese, presidente dell'API Sicilia, dall'altra: »Non parliamo sempre di mafia, ci sono tanti altri problemi . Grassi legge la dichiarazione di Albanese dopo l'omicidio Patti, in cui non c'è nessun riferimento alla mafia ma si parla di "terrorismo internazionale" (L'impresa mafiosa, Milano, Franco Angeli, 1990, p.445). Grassi e Salatiello mi dicono sottovoce: »E' chiaro che lui paga, come tantissimi altri . Ho la netta sensazione, e lo dico nel dibattito, che l'iniziativa che voleva essere di solidarietà è servita soltanto a visibilizzare ancora di più l'isolamento di Grassi. Che oltre tutto è senza scorta: un morto in libera uscita, un bersaglio facilissimo. Mi telefona prima delle vacanze: »Le banche fanno difficoltà. La Banca S.Angelo, per uno scoperto di 5 milioni, totalmente insignificante dato il mio fatturato che è di sette miliardi, fa un mucchio di problemi . Gli dico: »Lo scoperto di cinque milioni è un pretesto, non vogliono avere rapporti con te . Ho dedicato spazio alla vicenda di Grassi perché essa è esemplare. Serve per farci capire cosa sono gli imprenditori, cosa sono Palermo e la Sicilia, cos'è la cultura dominante. Grassi è un alieno. Gli altri imprenditori, tolta qualche eccezione, e la gente hanno un'inveterata assuefazione al dominio mafioso. In tali condizioni l'isolamento di Grassi era inevitabile come un fenomeno naturale. Non ci voleva molto a capirlo e proteggerlo anche contro la sua volontà era assolutamente necessario. Ma non lo si è fatto, si dice, in nome della "libertà costituzionale" di morire. Qualcosa comincia a muoversi in altre parti della Sicilia, per esempio a Capo d'Orlando, dove i commercianti si organizzano contro il racket costituendo un'associazione e costituendosi parte civile nel procedimento contro gli estorsori, o a Palazzolo Acreide, dove si organizzano ronde per la vigilanza notturna contro gli estorsori. Sono situazioni diverse da Palermo: l'estorsione a grande scala è una novità, la malavita locale solo da poco sta evolvendo in mafia, gli operatori economici e la gente non hanno una sedimentata cultura della sudditanza. Adesso a Palermo si è consolidata, e durerà a lungo, la dittatura degli assassini. Si è pienamente attuato quello che provocatoriamente proponevo nella satira "Una modesta proposta per pacificare la città di Palermo" del 1983, pubblicata nel 1985: riconosciamo formalmente il diritto di uccidere e il potere degli assassini. Gli oppositori reali sono una sparuta pattuglia votata al sacrificio: non possono non continuare a fare quello che fanno, perché è la loro scelta di vita, ma è un impegno senza speranza di reali cambiamenti, con la certezza o la forte probabilità di aggiungere il loro nome a una lista interminabile di morti. Altri, come Orlando (con gravissime responsabilità sul piano politico: la maggioranza assoluta della DC alle ultime elezioni amministrative e la scomparsa o il dimezzamento di altre forze hanno posto fine a qualsiasi possibilità di rinnovamento e l'uscita di Orlando dalla DC è stata troppo tardiva e sostanzialmente indolore: ha regalato alla DC almeno 10 consiglieri in più, uscendone s i è portato appresso solo due consiglieri, ma in compenso ha mietuto tra gli altri partiti) hanno scelto la strada della politica-spettacolo: costa poco e rende moltissimo...

2. Traffico di droga ed evoluzione della mafia: compresenza di vari aspetti.
Passiamo a considerare le trasformazioni che i profitti della droga hanno prodotto sulla struttura e sui modi di operare delle organizzazioni mafiose. Premetto che l'evoluzione del fenomeno mafioso, come del resto quella di tutti i fenomeni di durata, è un intreccio di continuità e trasformazione e che le distinzioni troppo rigide (tipo: mafia vecchia- mafia nuova; mafia tradizionale e imprenditrice) sono scorrette e fuorvianti. Con lo svilupparsi dei traffici internazionali di droga si apre una nuova fase, quella che ho chiamato 'mafia finanziaria', in cui però gli aspetti nuovi interagiscono con aspetti vecchi e vecchissimi. La mafia va avanti ma si porta appresso tutto il passato. La mafia della droga è ancora quella delle estorsioni, del controllo sul territorio, della violenza, dei riti iniziatici, etc. etc. Anzi questi aspetti 'arcaici' spesso sono funzionali ai nuovi e vengono esaltati. Gli effetti più significativi prodotti dal traffico di droga:
1) esaltazione del ruolo della mafia e dei soggetti criminali come produttori e fornitori di beni e servizi di largo consumo, cioè come attori economico-sociali monopolistici, dato il regime proibizionistico, e sovraesposizione dei consumatori letteralmente alla mercé degli offerenti;
2) proliferazione dei soggetti mafiosi e utilizzo di forme organizzative interfamilistiche già sperimentate per il contrabbando di tabacchi con una sempre maggiore internazionalizzazione delle operazioni e rapporti con operatori esterni non mafiosi (da queste file vengono gran parte dei 'pentiti');
3) nascita di nuovi soggetti criminali ed evoluzione in mafia di malavite locali: professionalizzazione, organizzazione, ricorso sistematico alla violenza;
4) arricchimento, mai prima raggiunto, degli imprenditori criminali;
5) acuirsi delle concorrenze inframafiose e fra criminali, con il lievitare dei delitti;
6) gara egemonica con soggetti esterni condotta con l'intensificazione della violenza all'esterno del mondo mafioso e criminale: saltano le vecchie compatibilità e si profilano ostacoli all'espansione del fenomeno mafioso. Da ciò l'incremento dei delitti esterni. Gli omicidi: risultati della nostra ricerca, pubblicata nel volume La violenza programmata (Milano, Franco Angeli, 1989). Lievitazione del numero complessivo: 273 omicidi a Palermo e provincia negli anni 1960-66; 606 nel periodo 1978-84. I quozienti per 100.000 abitanti passano da 24,77 nel primo periodo a 50,56 nel secondo, con un incremento del 25,79. Riguardo ai delitti di matrice mafiosa, questi erano già prevalenti nel primo periodo (34,07% del totale dei delitti), hanno un grosso incremento nel secondo periodo (54,79%). Crescono anche gli omicidi dovuti alla delinquenza comune, che passano al secondo posto, mentre nel primo periodo al secondo posto erano gli omicidi che abbiamo classificato nella matrice onore-passione. Cresce cioè quella che abbiamo definito 'violenza programmata': il 75% degli omicidi di Palermo ha natura strumentale e obbedisce a una pianificazione dell'agire delittuoso. Si può senz'altro affermare che moltissimi di questi omicidi sono frutto degli appetiti e delle concorrenze scate nati dal traffico di droga. Interessanti anche le risultanze della nostra ricerca per ciò che riguarda la tipologia degli omicidi di matrice mafiosa. Abbiamo distinto tra omicidi mafiosi 'interni' ed 'esterni', distinguendo ulteriormente questi ultimi in 'politico-mafiosi', 'economico-mafiosi', 'dimostrativo-mafiosi', e inoltre omicidi classificati come 'governo della criminalità' e vendette trasversali. Abbiamo constatato una notevole complessificazione dell'omicidio mafioso. Negli anni 60-66 gli omicidi interni erano l'82,80%, gli esterni il 15,05%. Negli anni 78-84 gli interni sono il 61,14%, gli esterni il 17,18%, governo della criminalità: 5,72%, vendette trasversali: 5,12%. Che vuol dire? Che la violenza mafiosa adesso è molto più articolata, come più articolato e complesso è il fenomeno mafioso contemporaneo. E' indubbio che la droga abbia giocato e giochi un ruolo essenziale in questo processo di complessificazione, ma per carità guardiamoci da stereotipi circolanti, come quelli che vorrebbero che una mafia tradizionale, quasi considerabile, come vorrebbe Buscetta, una 'società di mutuo soccorso', abbia tralignato in delinquenza e abbia scoperto l'accumulazione della ricchezza solo adesso, impelagandosi nel traffico di droga, sconvolgendo completamente i vecchi canoni. L'inserimento in tale traffico è il frutto di una scelta che si può dire 'naturale' e obbligata, per un'organizzazione che ha mostrato sempre un elevatissimo grado di elasticità nell'utilizzare il proprio know-how criminale nei campi che si prestavano maggiormente per la loro convenienza sul piano economico e per uno statuto normativo che conferiva un ruolo essenziale all'operatore criminale. Proibizionismo e mafia si sono venuti incontro, estendendo e rafforzando un rapporto già collaudato con il proibizionismo degli alcoolici e gli Stati Uniti, padre della cultura proibizionistica, lungi dal rappresentare un esempio positivo per qualche successo sul piano meramente repressivo, rappresentano proprio l'inverso. Ma quanto dei discorsi che si fanno sulla mafia è legato a stereotipi e improvvisazioni all'insegna di 'scoperte', su per giù sempre uguali, che si fanno puntualmente dopo ogni delitto? L'ultimo Cristoforo Colombo è il ministro Martelli che dopo l'omicidio Grassi dichiara: »Abbiamo sottovalutato il fenomeno delle estorsioni . E dire che di imprenditori uccisi negli ultimi tempi ce ne sono tanti e tantissimi in particolare a Palermo. Nella ricerca sull'impresa mafiosa abbiamo dedicato un capitolo a questi delitti. Dal 1978 al gennaio 1990 gli imprenditori uccisi sono stati 56: 51 di tali omicidi sono di matrice mafiosa. Di questi, 23 sono interni al mondo mafioso, 12 esterni. Nel triennio 1985-1987 gli omicidi di imprenditori di matrice mafiosa a Palermo-città sono 10. Ma evidentemente questi dati, pubblicati anche con un certo risalto sul Sole-24 ore e sul Corriere della Sera, non sono serviti a destare preoccupazione. Nell'analisi di tali delitti abbiamo visto come essi siano il frutto di una politica della violenza che presenta soprattutto i seguenti aspetti: rilancio delle estorsioni, pratica peraltro mai abbandonata, richiesta di consociazione nell'impresa pulita, dopo i sequestri di imprese mafiose, ribadimento della sovranità territoriale mafiosa.
Ipotizzavamo quattro motivazioni: 
1) aggravamento della richiesta di tangenti da parte di organizzazioni mafiose in difficoltà per l'attivazione di inchieste giudiziarie e per l'attuazione della legge antimafia;
2) i mafiosi che non potevano esercitare in prima persona attività imprenditoriali cercano di impadronirsi di attività pulite; 
3) imprenditori legati a mafiosi o pagatori di tangenti cercano di sottrarsi, approfittando delle temporanee difficoltà di alcuni mafiosi; 
4) nuovi soggetti criminali si presentano sulla scena, approfittando di qualche vuoto di signoria mafiosa. In ogni caso l'esposizione a rischio degli imprenditori a Palermo appariva come un fatto certo e in corso di ulteriore aggravamento. Ma, ovviamente, di fronte alle chiacchiere, agli stereotipi, agli spettacolini più o meno indecenti, alle piovre, etc. etc., analisi del genere sono destinate a rimanere inascoltate. Questa situazione di chiacchiere in libertà e di sordità per analisi serie non è finita e non finirà. 

3. Quale mafia e quale politica antimafia?
Non si tratta di aggiustare il tiro, fare qualche ritocco, ma di cambiare radicalmente immaginario e prassi, facendo delle precise scelte di campo. Si pone in primo luogo un problema di conoscenza: sostituire agli stereotipi l'analisi e la ricerca scientifica. Emergenza, antistato, contropotere: sono tutte idee di mafia scorrette e fuorvianti. Siamo di fronte ad un fenomeno composito. L'ipotesi definitoria adottata e verificata nel nostro lavoro: un sistema di violenza e di illegalità, finalizzato al controllo del territorio, all'accumulazione del capitale e all'acquisizione e gestione di posizioni di potere che si avvale di un codice culturale e di un relativo consenso sociale. Sul piano strutturale possiamo distinguere: le organizzazioni mafiose vere e proprie, coordinate in una sorta di repubblica confederale più che inchiodate a una monarchia assoluta, e una vasta rete di supporto, un blocco interclassista al cui centro sono strati criminali-legali (borghesia mafiosa) che hanno assunto da tempo un ruolo di classe dominante, in un rapporto di compenetrazione o di scambio con gruppi politici e apparati burocratici e in rapporto conflittuale con chi si oppone al dominio mafioso. Mafia e altri fenomeni di criminalità organizzata sono sempre più la via criminale al capitalismo e del capitalismo. Non si tratta di fare di ogni erba un fascio: non tutto il capitalismo è mafia, ma la mafia è capitalismo, intreccio di parassitismo e produttività. Capitalismo reale non quello dei manuali di economia... Agire sui vari aspetti. Una politica complessiva che coniughi prevenzione-repressione-progettazione dell'alternativa. Occorre una strategia non un pronto soccorso... Sistema di violenza e illegalità: omicidi, estorsioni, controllodel territorio... Il nuovo codice, il dibattito sul garantismo, eccetera, denotano una cultura giuridica ottocentesca. La criminalità è già in pieno 2000. Impunità degli omicidi: risultati ricerca di prossima pubblicazione (titolo: Gabbie vuote ). In Italia l'impunità per gli omicidi supera l'80% dei casi. Per quanto riguarda i processi per omicidio a Palermo, la durata media dei processi per omicidi mafiosi è quasi il doppio di quella degli altri omicidi mafiosi con le conseguenze ben note sulla decorrenza dei termini. L'indice di associazionismo, cioè l'attribuzione degli omicidi alle associazioni mafiose in fase istruttoria è altissimo, più di 15 per ogni caso di omicidio, scende a poco più di 3 in primo grado e arriva a poco più di 2 in appello: come dire che gli imputati di omicidio entrano in aula mafiosi e ne escono delinquenti comuni. Il 56% dei procedimenti per omicidi di mafia in Cassazione è cassato o rinviato. Cosa facciamo di fronte a questa matematica certezza dell'impunità dei crimini mafiosi? Ci limitiamo al lamento, diciamo che non c'è niente da fare oppure riformuliamo le categorie giuridiche a partire da una constatazione che dovrebbe essere elementare: il delitto è diventato sempre più il diritto reale del nostro paese e della società contemporanea, poiché l'impunità garantita è una forma di legittimazione ben più efficace di qualsiasi medaglia al valore. C'è da una parte il proibizionismo delle droghe e dall'altra il 'nulla osta' per le forme più gravi dell'attività criminale. Ma, sulla carta, abbiamo l'azione penale obbligatoria per dettato costituzionale, la giustizia penale che dovrebbe arrivare dappertutto e non arriva da nessuna parte. Non è arrivato il tempo della decriminalizzazione o almeno della depenalizzazione di una serie di comportamenti bagattellari e della giustizia mirata, in grado di colpire efficacemente i reati veramente gravi? Sovranità territoriale: un territorio a dominio mafioso in cui autorità dello Stato e vip si muovono scortati e al suono delle sirene, proprio per sottolineare la sovranità effettiva della mafia e la loro incursione in 'casa d'altri'. La soluzione non può essere certo lo Stato di polizia, ma bisognerebbe pianificare e attuare una manovra congiunta di forze dell'ordine efficacemente disposte sul territorio e di strutture della società civile in grado di rappresentare un contropotere efficace e diffuso allo strapotere mafioso, ben sapendo che si tratta di una guerra permanente, non di un'emergenza. Accumulazione: sul terreno economico un ruolo centrale hanno il proibizionismo delle droghe e il segreto bancario. Da ciò la necessità e l'urgenza di una battaglia unitaria, mondiale, contro il proibizionismo, le 'drug wars', e per l'eliminazione del segreto bancario, che attualmente assicura un tasso di opacità al sistema finanziario tale da consentire la simbiosi tra capitale illegale e legale. Ma bisogna sapere che eliminando drasticamente la fonte primaria dell'accumulazione illegale si intensificherà il ricorso ad altre fonti, a cominciare dalle estorsioni. La scelta non è tra il Male e il Bene, ma tra mali maggiori e minori: in ciò bisogna essere radicalmente laici. Come pure bisogna sapere che l'antiproibizionismo ha moltissimi nemici perché tocca interessi enormi, da quelli dei mafiosi a quelli dei professionisti antidroga, e non può non suscitare aspre reazioni; si scontra con pregiudizi duri a morire, anche se mi sembra che la consapevolezza dei costi altissimi delle 'drug wars' e degli scarsissimi risultati negli ultimi anni abbia fatto molta strada anche negli Stati Uniti. Potere: Mafia e politica. La grancassa dell'orlandismo e il vuoto di iniziativa: la magistratura si è fermata, i contrasti, i corvi, le talpe e gli altri esemplari dello zoo locale e nazionale hanno prodotto l'effetto desiderato, ma la lotta politica è ferma dagli anni '70 (compromesso storico, trasversalismi etc.). Il rapporto tra mafia, politica e pubblica amministrazione non si pone tanto come casistica di collusioni occasionali e corruzione episodica, ma come terreno complesso e variegato che va dalla compenetrazione organica tra attori criminali e gruppi politico-amministrativi, con una sostanziale identificazione, alla contiguità e alla convivenza, dalla cointeressenza allo scambio. Le prove tecniche spesso non ci sono, ma c'è quanto basta per promuovere lotta politica. Ma dov'è l'opposizione? Codice culturale e consenso. La violenza come risorsa degli emarginati e periferici: i fini del capitalismo con i mezzi della criminalità. Il consenso attivo e passivo della gente: ci sono alternative concrete al modello mafioso, che non siano un generico richiamo all'onestà e al fair play nell'applicazione delle regole del mercato? Il muro di Berlino è caduto, il comunismo è morto, la civiltà occidentale ha vinto e chissà perché nutriamo ed esportiamo mafia. Ma con il trionfo del mercato l'Est, in questo campo, non aspetterà certo gli aiuti e l'input dell'Ovest. In questa prospettiva l'antiproibizionismo assume la portata di un'opzione strategica: contro l'accumulazione illegale e contro la criminalizzazione dell'economia mondiale. E si lega a questa valenza strategica il collegamento della battaglia antiproibizionista alla lotta per il disarmo, contro il mercato legale-illegale delle armi. Propongo che su questi temi il CORA elabori un documento che serva come base per una campagna unitaria, la più ampia possibile. Questo mi pare il modo concreto per mettere a frutto la lezione di quanti hanno sfidato la mafia e sono caduti per la loro generosità e la loro solitudine. Da Giuseppe Impastato a Libero Grassi.