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e. Nicola TRANFAGLIA
storico

antimafia? ANTIPROIBIZIONISMO!

Antiproibizionismo sulla droga e politica criminale contro la mafia dopo l'assassinio di Libero Grassi a Palermo

Atti della sessione speciale del Consiglio generale del Cora

Bologna, 14 settembre 1991

SOMMARIO: Noi usciamo da un decennio che è stato caratterizzato dalla cultura ... in cui l'individualità da una parte e il denaro, ancora più del profitto, sono diventati gli elementi fondamentali della vita individuale e sociale... se non si fa una campagna su questi temi, per togliere le illusioni su quello che possono dare i procedimenti giudiziari e lo strumento penale, corriamo il rischio di incontrarci con un'opinione pubblica che non conosce i veri termini della questione... occorre... coinvolgere l'opinione pubblica più avanzata, soprattutto nel centro-nord del Paese dove il fenomeno sta diventando una presenza quotidiana di illegalità sempre più generale; - intervenire in maniera più decisa... per impostare il discorso sulla necessità di arrivare ad una cultura antiproibizionista; - fare un lavoro di documentazione ... su quella che effettivamente è la conformazione della grande criminalità organizzata

Anch'io dirò quello che ritengo particolarmente importante dal mio punto di vista, cioè dal punto di vista di una persona che, anche se viene dal Mezzogiorno e crede di conoscere la realtà meridionale, vive però nel nord dell'Italia e finora ha affrontato il problema soprattutto dal punto di vista storico. Il primo punto è questo: l'espansione della criminalità mafiosa e di altre forme di criminalità - che effettivamente spesso, come ha detto Colombo, si sottovalutano ma che in realtà sono complesse, diverse dalla Mafia, ma agenti in buona parte della penisola - è uno degli elementi di maggiore gravità in questo momento perché favorisce enormemente la tentazione, che è più di una tentazione, di puntare soltanto sullo strumento repressivo. In questi giorni sono stato in varie città italiane del centro-nord per discutere su questi problemi e, di solito, l'ho fatto di fronte ad ascoltatori che si riconoscevano o nel Partito democratico della sinistra o in altre formazioni di opposizione e sono rimasto molto stupito del fatto che anche in questo ambito, da parte di persone che in passato avevano fatto delle battaglie - per esempio per smantellare la legislazione di emergenza rispetto al terrorismo - venisse una richiesta piuttosto forte, favorita anche dalla confusione che i massmedia da una parte e il Governo dal l'altra stanno facendo su questo problema, di un intervento repressivo. Tutto ciò è favorito, in alcune situazioni, per esempio a Genova, da altri fattori che attengono alla società italiana e che si avvertono, per esempio, in quasi tutte le città del nord: il problema dell'immigrazione ad esempio. Nel centro storico di Genova vivono ventiseimila abitanti e ci sono da quindici a ventimila extracomunitari. Questo è solo uno degli aspetti del fatto che la legge Martelli è stata fatta male, anche dal punto di vista legislativo, ed è poco o male applicabile. A ciò si aggiunga che non c'è stata nessuna politica seria rispetto all'immigrazione. Questo tipo di espansione nei grandi centri del nord, io conosco bene la situazione torinese ed è una situazione grave e difficile, questo elemento secondo me non è assolutamente confrontabile con quello che succede in Sicilia, in Campania o in Calabria. Però è una situazione che corre il rischio, dal punto di vista della legittimazione dell'intervento repressivo e dell'inf luenza sull'opinione pubblica, di avere un peso notevole. Il secondo elemento è che sono totalmente d'accordo quando si parla dei limiti dello strumento penale. Però sull'argomento c'è una grande confusione nell'opinione pubblica, alimentata anche questa dai giornali e dalla televisione, mentre i cittadini osservano sempre di più un sistema di illegalità che non è soltanto quello delle grandi organizzazioni criminali ma che è costante nella vita quotidiana. Riguardo a questo io sono d'accordo sul fatto che le forze di opposizione non fanno il loro mestiere e che non c'è alcuna risposta politica a questa situazione. Ci sono i centri storici ma anche le periferie, di città come Torino, in cui effettivamente la visione dell'illegalità e dell'impunità è diventata un elemento che favorisce, anche nell'opinione pubblica, diciamo 'di sinistra', una spinta all'intervento repressivo e l'illusione su quello che potrebbe produrre lo strumento penale. Pensando a questi due aspetti credo che al centro si debba porre una battaglia politica, ma anche culturale. Credo, cioè, che il CORA possa avere una funzione unificante di diverse forze, collocate anche all'interno o all'esterno del sistema dei partiti. Purtroppo la società politica gode ormai di un discredito così ampio e generalizzato presso la società civile, che condurre certe battaglie all'interno dei partiti rischia di diventare un elemento di ostacolo piuttosto che di aiuto a raggiungere l'opinione pubblica e ciò richiede riflessione. Però io credo che sia fondamentale tentare una unificazione di forze diverse, con storie diverse, con posizioni diverse, per una battaglia che, secondo me, deve essere insieme culturale e politica. C'è, per esempio, l'illusione molto forte che i procedimenti giudiziari nel nostro Paese possano risolvere alcuni di questi problemi senza provvedimenti radicali. Anch'io mi meraviglio. E' vero che Magistratura Democratica ha parlato molto chiaramente di radicale depenalizzaz ione, però devo anche dire che questo tema, che alcuni anni fa era all'ordine del giorno, è sparito completamente dalla discussione e dal dibattito. Perché questo è accaduto? Noi usciamo da un decennio che è stato caratterizzato dalla cultura di cui parlava Colombo, cioè una cultura in cui l'individualità da una parte e il denaro, ancora più del profitto, sono diventati gli elementi fondamentali della vita individuale e sociale. Credo, tuttavia, che se non si fa una campagna su questi temi, per togliere le illusioni su quello che possono dare i procedimenti giudiziari e lo strumento penale, corriamo il rischio di incontrarci con un'opinione pubblica che non conosce i veri termini della questione. Sono non da oggi, ma da ben prima della legge Jervolino-Vassalli, contrario al proibizionismo sugli stupefacenti perché, chiunque abbia seguito quello che è successo su questo problema non in Italia, ma nel resto del mondo, sa bene quali sono stati gli effetti della cultura proibizionistica americana, quindi non si tratta di una sorpresa. L'elemento tuttavia particolarmente pericoloso di questa legislazione sulla droga, è che in un momento come questo, non è un caso che il ministro Russo Jervolino parli di modifiche, molti ritengono, sempre a livello di opinione pubblica e aiutati da quanto dicono i giornali, che la legge Jervolino-Vassalli non funzioni non perché sia sbagliata fondamentalmente, ma perché non è abbastanza efficace né abbastanza repressiva. Questo è quanto mi è capitato di sentire andando a parlare in alcuni licei, in alcune scuole del nord. Mi rendo conto che qui esiste una difficoltà oggettiva. Noi facciamo questi discorsi ma, in realtà, i giornali e i grandi mezzi di comunicazione li rifiutano. Credo che sia capitato a tutti, a me è successo varie volte, di trovarsi nell'impossibilità di parlare di determinati argomenti. Negli ultimi tempi è diventato più forte, si è estremamente esteso l'ostracismo nei confronti di chi vuole parlare di mafia in modo non superficiale. Se, dopo i grandi delitti politico-mafiosi di Palermo dell'inizio degli anni '80, c'è stato un minimo di discussione sul ruolo che i grandi mezzi di comunicazione hanno avuto nel favorire, nel non combattere l'espansione del costume mafioso, oggi questa discussione non c'è assolutamente più e i giornali, come la televisione, hanno una responsabilità notevole nel riportare da una parte quello che fa il Governo e dall'altra nel non favorire alcuna discussione su questi temi. Quindi credo che ci siano almeno tre terreni su cui è necessario cercare di impostare una battaglia cultura le e politica, più unitaria possibile (unitaria, naturalmente, al di là del discrimine di chi oggettivamente si pone a difesa di quello che sta succedendo): - coinvolgere l'opinione pubblica più avanzata, soprattutto nel centro-nord del Paese dove il fenomeno sta diventando una presenza quotidiana di illegalità sempre più generale; - intervenire in maniera più decisa, tenendo conto anche delle considerazioni che prima faceva Di Lello, partendo dalla situazione data, per impostare il discorso sulla necessità di arrivare ad una cultura antiproibizionista; - fare un lavoro di documentazione - che in passato per esempio Magistratura democratica ha fatto, ma che negli ultimi tempi io non ho più visto, su quella che effettivamente è la conformazione della grande criminalità organizzata perché, negli ultimi tempi, di mafia, bene o male, si è parlato molto. Questa poi è una discussione scientifica da fare in altra sede ma, le caratteristiche della grande criminalità soprattutto nel nord, non sono state analizzate e discusse anche a livello di opinione pubblica.